Relazioni Stati Uniti-Giappone: una geopolitica dei dazi. L’accordo “storico” con Tokyo e il monito a Bruxelles

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C.  Donald Trump ha rilanciato la sua strategia commerciale globale con un colpo di teatro ben calcolato: un accordo “senza precedenti” con il Giappone che abbassa i dazi sulle automobili nipponiche e apre le porte del mercato asiatico ai prodotti agricoli statunitensi.

Il presidente americano Donald Trump

Un’intesa che salva Tokyo da una minacciata imposta del 25%, in cambio di una riduzione tariffaria del 15% e, soprattutto, di investimenti giapponesi negli Stati Uniti per 550 miliardi di dollari. Il tutto confezionato come una “vittoria storica” per i lavoratori americani e una “missione compiuta” per il premier giapponese Shigeru Ishiba.

Ma dietro l’apparente trionfo diplomatico si cela una dinamica ben più articolata, che intreccia interessi economici, disegni geopolitici e manovre strategiche tese a consolidare l’influenza americana nei rapporti commerciali bilaterali, con un chiaro obiettivo: isolare l’Unione Europea e piegarla alla nuova dottrina trumpiana del “reciprocità o ritorsione”.

La sede dell’Unione Europea a Bruxelles

Una manovra economica calibrata con logica industriale

Dal punto di vista economico, l’accordo con il Giappone ha un doppio valore per Washington. Da un lato risolve l’emergenza di filiere industriali danneggiate dai dazi imposti in primavera, che avevano fatto crollare del 25% le esportazioni nipponiche verso gli Stati Uniti tra maggio e giugno.

Dall’altro lato, garantisce l’accesso privilegiato al secondo mercato mondiale per l’agroindustria americana, uno dei settori più sensibili per l’elettorato di Trump.

Il Giappone ottiene così un alleggerimento della pressione tariffaria e si assicura stabilità per il suo settore automobilistico, da sempre centrale nell’equilibrio economico del Paese. In cambio, investe in America, riequilibrando la bilancia commerciale e alimentando l’occupazione negli Stati chiave del Midwest.

Mappa del Giappone

 

Un do ut des perfettamente costruito, utile a Trump per mostrare risultati concreti in vista delle presidenziali del 2028.

Un messaggio strategico all’Europa

Ma l’aspetto più rilevante non è economico, bensì strategico.

Il Presidente americano ha dichiarato apertamente che l’Unione Europea sarà la prossima destinataria della sua “dottrina dei dazi”.

Se entro il 1° agosto non si troverà un accordo commerciale, scatteranno tariffe del 30%. Una minaccia che arriva nel momento in cui l’Europa si mostra divisa, timorosa, e poco reattiva.

L’incontro tra il Presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, a Berlino, si annuncia carico di tensione.

Il Presidente francese Emmanuel Macron

 

La Francia preme per una linea più dura, mentre la Germania, grande esportatrice verso gli Stati Uniti, teme una guerra commerciale che danneggerebbe le sue industrie. Il ministro francese dell’Industria Marc Ferracci ha già ammesso che l’Europa deve “cambiare metodo” e diventare “più credibile”. Ma la realtà è che l’UE si trova schiacciata tra l’attivismo americano e l’inadeguatezza del proprio modello decisionale.

Geopolitica dei dazi: l’America punta all’Asia

La strategia americana va letta in chiave geoeconomica: Washington sta cercando di costruire un nuovo perimetro commerciale, basato su accordi bilaterali con Paesi asiatici e anglosassoni. Le intese recenti con Regno Unito, Vietnam, Indonesia e Filippine mostrano una direzione chiara: accerchiare la Cina, sottrarle partner e consolidare una sfera commerciale filoamericana.

In questo schema, l’Europa non è un alleato da integrare ma un concorrente da piegare.

La presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen

La lentezza della Commissione Europea e le divergenze tra Stati membri favoriscono la strategia di divide et impera di Trump. L’accordo con Tokyo è un segnale: chi negozia ottiene vantaggi, chi resiste paga il prezzo.

Un’Europa in ritardo e sotto assedio

Il vero problema, tuttavia, è la paralisi europea. Mentre Trump firma accordi e detta il ritmo, l’UE resta impantanata in logiche interne, senza una linea comune. L’asse franco-tedesco è fragile, l’Italia è assente dal dibattito e Bruxelles non riesce a parlare con una voce sola.

Questo rende l’Unione vulnerabile non solo sul piano commerciale, ma anche su quello politico e strategico.

Se l’UE non saprà elaborare una propria strategia, rischia di diventare lo spazio residuale tra due imperi: quello cinese, assertivo sul piano tecnologico e produttivo, e quello americano, aggressivo su quello normativo e commerciale. Le minacce di Trump vanno prese sul serio, non perché siano inevitabili, ma perché l’Europa è oggettivamente impreparata.

Conclusione: il dilemma europeo

Il caso Giappone segna un cambio di fase: Trump non si limita più a minacciare, ma costruisce una nuova architettura commerciale globale.

Chi si adatta, come Tokyo, ne trae vantaggio. Chi ritarda, come Bruxelles, rischia il colpo. In gioco non c’è solo l’equilibrio dei mercati, ma la posizione strategica dell’Europa nel mondo che viene.

Se l’Unione vuole evitare di essere ridotta a semplice oggetto della geopolitica altrui, deve agire subito.

Serve una diplomazia commerciale unitaria, una visione strategica condivisa e la volontà politica di difendere la propria autonomia. Altrimenti, il “modello europeo” sarà presto soltanto un ricordo.

* Presidente Centro Studi Cestudec

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