Israele. la Knesset vota la sovranità sulla Cisgiordania

Di Bruno Di Gioacchino

TEL AVIV. Ieri, la Knesset (Parlamento israeliano) ha approvato con 71 voti favorevoli e 13 contrari una mozione di indirizzo che chiede formalmente l’estensione della sovranità israeliana sull’intera Cisgiordania.

Il Parlamento israeliano Knesset

Si tratta di un atto privo di valore legislativo immediato, ma politicamente significativo, che molti osservatori considerano un passo ulteriore verso un’annessione de facto dei territori occupati nel 1967.

La proposta è stata promossa da parlamentari del Likud e dei partiti nazional-religiosi, tra cui Simcha Rothman, Orit Strock, Dan Illouz e Oded Forer, con il sostegno esplicito di due ministri del Governo Netanyahu: Yariv Levin (Giustizia) ed Eli Cohen (Energia). I promotori della mozione l’hanno definita “storica”, evocando la visione di uno Stato unico “tra il Mediterraneo e il Giordano”.

Dal punto di vista storico e giuridico, la mozione si inserisce nel solco tracciato da precedenti decisioni unilaterali dello Stato di Israele: l’annessione di Gerusalemme Est nel 1980 e quella delle Alture del Golan nel 1981.

Entrambe non sono state riconosciute dalla comunità internazionale, che continua a fare riferimento alle Risoluzioni ONU 242, 338 e 2334 e alla IV Convenzione di Ginevra, che vietano l’acquisizione di territori con la forza e respingono la colonizzazione nei territori occupati dal 1967.

Negli ultimi anni, il concetto di “sovranità” è stato progressivamente implementato attraverso una serie di misure legislative e amministrative che incidono sulla distribuzione del controllo civile e militare nei territori.

In particolare, l’Area C della Cisgiordania – che rappresenta circa il 60% del territorio – è oggetto di una gestione sempre più diretta da parte delle autorità israeliane, mentre gli Accordi di Oslo che stabilivano una divisione funzionale tra le aree A, B e C vengono progressivamente svuotati nella pratica.

La mozione riflette dinamiche interne ben consolidate.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu

Il Governo guidato da Benjamin Netanyahu è sostenuto da una coalizione in cui hanno un peso rilevante forze religiose e nazionaliste, da tempo favorevoli a una soluzione unilaterale del conflitto.

L’appello rivolto da alcuni deputati della maggioranza a legiferare in materia “prima della pausa estiva” sottolinea come i tempi politici siano considerati parte integrante della strategia.

Sul piano internazionale, la posizione israeliana continua a incontrare forti riserve.

L’Unione Europea, l’ONU e varie organizzazioni non governative hanno già espresso critiche all’iniziativa, mentre gli Stati Uniti, pur non opponendosi in modo frontale, hanno ribadito la loro preferenza per una soluzione negoziata che preveda due Stati.

Va ricordato che dal 1967 a oggi, nessun Governo straniero ha riconosciuto formalmente la Cisgiordania come parte integrante dello Stato di Israele.

Insediamenti nella West Bank

Le implicazioni della mozione sono molteplici.

Da un lato, potrebbe compromettere ulteriormente la possibilità di una soluzione negoziale basata sui confini del 1967, rendendo più difficile la creazione di uno Stato palestinese indipendente.

Dall’altro, essa potrebbe accentuare le tensioni sul terreno, in particolare nelle aree a maggioranza palestinese come Jenin, Nablus ed Hebron, dove si registra già una situazione instabile.

Infine, un’eventuale formalizzazione giuridica dell’annessione potrebbe determinare un ulteriore isolamento diplomatico di Israele, con possibili conseguenze sui rapporti bilaterali e sulle dinamiche regionali.

Sul fronte interno palestinese, restano da valutare gli effetti di lungo periodo sia sulla leadership dell’Autorità Nazionale Palestinese che sulla coesione sociale delle comunità coinvolte. Allo stesso modo, la reazione della Giordania e di altri attori regionali sarà un elemento importante per comprendere le ricadute di questo passaggio.

In prospettiva, l’evoluzione della situazione sarà strettamente legata a tre fattori: l’eventuale trasformazione della mozione in legge, la risposta della comunità internazionale e l’impatto sul terreno in termini di sicurezza, governance e convivenza.

Restano aperti molti interrogativi: quale sarà il destino degli Accordi di Oslo? Quale margine rimarrà per un processo negoziale?

E come reagiranno le istituzioni giuridiche internazionali, come la Corte Penale Internazionale o la Corte Internazionale di Giustizia?

L’approvazione della mozione segna dunque un momento di svolta nel percorso politico israeliano verso la ridefinizione dello status della Cisgiordania.

Il suo valore non sta solo nel contenuto, ma nella traiettoria che suggerisce.

Se e come questa traiettoria si concretizzerà nei prossimi mesi dipenderà da scelte legislative, pressioni diplomatiche, dinamiche regionali e reazioni interne alle società coinvolte.

Più che una conclusione, il voto del 23 luglio apre una nuova fase, densa di incognite e potenzialità contrastanti.

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