Di Chiara Cavalieri*
ROMA. L’argomento migratorio, cruciale nell’attualità politica, sociale e culturale, necessita di un approccio analitico e multidisciplinare per non cadere in semplificazioni fuorvianti.
Non basta distinguere tra immigrazione “buona” e “cattiva”, né assegnare etichette nette a esperienze migratorie che si stratificano nella complessità.

È però innegabile che l’immigrazione irregolare sia fonte di gravi criticità, specie nelle periferie urbane europee, dove ha generato disgregazione sociale, polarizzazione, insicurezza e radicalizzazione¹.
La necessità di un controllo rigoroso dei flussi migratori si intreccia così con l’urgenza di un modello sostenibile di integrazione.
A tal fine, è centrale l’analisi delle seconde generazioni: figli di immigrati nati o cresciuti nel paese ospitante, spesso in bilico tra due identità culturali. La loro integrazione non può prescindere da un’educazione fondata su valori costituzionali laici, non negoziabili, che garantiscano uguaglianza, libertà e rispetto della persona, senza cedere a interpretazioni culturali che contraddicano tali principi.
Gli esempi europei, dalla Francia al Belgio, dall’Olanda alla Svezia, dimostrano il fallimento di modelli di accoglienza acritica.
Le comunità nord africane, centrafricane e asiatiche (con parziale eccezione del Bangladesh, Cina e Filippine), spesso non si integrano pienamente, alimentando enclave etniche autoreferenziali.
In Italia si osservano dinamiche simili. La Germania rappresenta un’eccezione parziale: la presenza turca, pur problematica, ha prodotto una rete sociale e lavorativa più stabile, anche grazie a ritorni volontari e accordi bilaterali.
Tuttavia, l’assenza di un vero progetto nazionale di integrazione rischia di vanificare ogni sforzo.

Non si tratta solo di cittadinanza giuridica, ma di cittadinanza sostanziale: adesione ai valori repubblicani, padronanza linguistica, partecipazione attiva, responsabilità sociale. Una riforma normativa ispirata alla Costituzione – come auspicato da parte della dottrina giuspubblicistica – dovrebbe prevedere percorsi chiari per la naturalizzazione, legati all’istruzione, alla conoscenza della lingua e al rispetto dell’ordine sociale .
Infine, la dimensione geopolitica:.
L’Egitto, Paese chiave nel controllo dei flussi migratori lungo la rotta del Mediterraneo orientale, è oggi un interlocutore strategico per l’Italia e l’Unione Europea.
Ma i dati interni mostrano che anche lì crescono nuove generazioni segnate da islamizzazione, disoccupazione e disillusione.
Le derive identitarie che attraversano le seconde generazioni egiziane trovano eco tra i giovani della diaspora.
Una cooperazione più profonda tra sistemi scolastici, accademici e culturali potrebbe prevenire fenomeni di disadattamento e radicalizzazione.
Serve dunque una nuova intelligenza culturale e istituzionale: né repressione cieca né buonismo ideologico, ma rigore, conoscenza, responsabilità.
A completamento del quadro critico, si inserisce con forza la riflessione di Sahra Wagenknecht, già leader carismatica della sinistra radicale tedesca Die Linke, che nel suo recente saggio ” Contro la sinistra neoliberale “denuncia una deriva che accomuna tutte le sinistre occidentali: l’abbandono della lotta di classe e della battaglia contro le disuguaglianze in favore di un progressismo d’élite, cosmopolita e identitario. Secondo Wagenknecht, questo nuovo orientamento ha più a che fare con lo stile di vita del ceto medio urbano e globalizzato che con le esigenze reali delle classi popolari.

Nel suo libro-manifesto, l’autrice osserva come questa “sinistra alla moda” – animata dai dogmi del multiculturalismo, dell’europeismo e dell’ambientalismo moralista – abbia perso il contatto con i lavoratori, disprezzandoli e definendoli “fascisti, razzisti, sessisti” ogniqualvolta esprimano disagio o radicamento culturale. Una sinistra, insomma, che ha smarrito il popolo, e che proprio per questo – nonostante l’egemonia nei media – è diventata elettoralmente irrilevante.
Contro questa deriva, Wagenknecht propone una visione alternativa, fondata sulla comunità, sull’appartenenza, sulla coesione sociale, su valori come patria e radicamento, da sottrarre al monopolio della destra. Solo così – afferma – sarà possibile ricostruire una sinistra in grado di rappresentare una maggioranza reale fatta di persone concrete, e non solo le élite accademiche e culturali.
Emblematico, infine, il passaggio con cui apre il libro, con un chiaro richiamo al coraggio di dire ciò che è scomodo:
“Questo libro esce in un clima politico in cui la cancel culture ha sostituito i confronti leali. Lo faccio sapendo che potrei finire cancellata anch’io. In fondo però Dante Alighieri, nella Divina Commedia, a quelli che in tempi di profondi mutamenti si astengono, agli ignavi, ha riservato proprio il livello più basso dell’Inferno”.
Una riflessione che va ben oltre i confini della Germania, e che si applica pienamente anche al dibattito italiano: l’integrazione delle seconde generazioni non può essere affidata a ideologie astratte, ma richiede una visione pragmatica, fondata sulla realtà delle persone, sul riconoscimento reciproco e sul coraggio di affrontare le tensioni senza nasconderle sotto il tappeto del politicamente corretto.
*Presidente dell’Associazione Eridanus vicepresidente dell’Unione dei Consoli Onorari Stranieri in Italia (UCOI) e dei Consoli Onorari Italiani nel Mondo (UCOIM)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

