Di Paola Ducci*
NAGURSKOYE. Una giornata tipo a Nagurskoye, in Russia, è la base militare più a Nord del mondo, una delle più remote del Paese, non assomiglia a nessun’altra.
Qui, sull’isola di Alexandra Land nell’arcipelago di Franz Josef Land, a circa 1.350 chilometri a Nord di Murmansk, la routine non è scandita dal tempo ma dal ghiaccio, dal vento e da una luce che per mesi non compare mai.

Qui ci sono 128 giorni di notte polare all’anno e le temperature scendono fino a –42°C.
Il ghiaccio persiste su piste e strutture, con la necessità quindi di hangar riscaldati e materiali speciali.
E’ quindi facile immaginare come la vita quotidiana sia un esercizio di adattamento continuo, un equilibrio fragile tra disciplina militare e sopravvivenza psicologica.
Costruita negli anni ’50 come base per permettere operazioni di bombardieri pesanti a lungo raggio sovietici, caccia e velivoli da pattugliamento, è costituita dal Complesso “Arctic Trefoil”, struttura modulare autosufficiente per 150 soldati, dipinta come la bandiera russa.
Qui abbiamo la presenza di radar avanzati, sistemi di difesa costiera Bastion, capacità anti‑drone, gruppi tattici della 80ª Brigata Motorizzata Artica e unità della Flotta del Nord .
Durante la notte polare, che dura più di quattro mesi, i soldati vivono in un buio totale. Il Trefoil, la struttura a forma di trifoglio, è un labirinto di corridoi stretti e porte blindate. Non esiste alba, non esiste tramonto: solo un crepuscolo bluastro che filtra ogni tanto attraverso le finestre rinforzate. I soldati camminano lenti, avvolti in tute termiche che scricchiolano come ossa vecchie.
Per evitare disorientamento e depressione stagionale, nella base le luci interne sono calibrate per simulare il giorno e si eseguono turni rigidi con attività fisiche obbligatorie proprio per gestire le condizioni di vita estreme, perché il corpo umano non è fatto per vivere senza luce.
La mattina inizia con un rumore sordo: il sistema di ventilazione che si riattiva.
L’aria è secca, metallica, filtrata, così secca che taglia la gola. Anche per questo motivo nella base si parla poco.
Fuori, la temperatura è di circa –40°C e il vento supera i 100 chilometri orari.
I soldati indossano strati termici, tute artiche, maschere anti‑gelo e guanti rinforzati. Ogni uscita all’esterno è programmata e registrata perché un errore di equipaggiamento può significare congelamento in pochi minuti.
La routine operativa prevede il monitoraggio dei radar a lungo raggio che controllano traffico aereo e navale. Le interferenze magnetiche sono frequenti e richiedono continue correzioni manuali. La sala radar è il cuore pulsante della base: schermi verdi, linee tremolanti, segnali che appaiono e scompaiono come fantasmi a causa di disturbi magnetici.
Fuori, la pista d’atterraggio è un deserto di ghiaccio che scricchiola sotto il peso dei mezzi. Ogni tanto, nel silenzio assoluto, si sente un boato lontano: è il ghiaccio che si spacca.
La pista di 3.500 metri è una delle infrastrutture più delicate della base e va manutenuta poiché il ghiaccio la invade continuamente, così squadre specializzate si occupano di liberarla con mezzi riscaldati. Inoltre sono necessari brevi pattugliamenti, brevi uscite con motoslitte o mezzi cingolati per controllare antenne, sensori e depositi esterni.
Ogni attività è lenta, faticosa, ostacolata dal clima.
La mensa è il cuore sociale della base. Il cibo è semplice, calorico, pensato per resistere al freddo mentre le conversazioni sono brevi, spesso monotone.
La nostalgia è una presenza costante, soprattutto durante la notte polare.
Nelle ore libere i soldati guardano film, leggono, fanno esercizio nelle piccole palestre interne e scrivono messaggi che verranno inviati quando la connessione satellitare lo permette. La base è progettata per essere autosufficiente, ma non per essere confortevole e la solitudine fa parte dell’addestramento.
Quando un rompighiaccio appare all’orizzonte, è un evento
Porta cibo fresco, pezzi di ricambio, personale nuovo.
Porta soprattutto un contatto con il mondo esterno. La Flotta del Nord appare all’orizzonte come un miraggio metallico.
I rompighiaccio nucleari emergono dalla nebbia come bestie preistoriche, con i fari che fendono il buio come lame.
E portano anche notizie dal mondo esterno, un mondo che qui sembra irreale, quasi inventato.
La vita a Nagurskoye è una prova mentale per via dell’isolamento, della monotonia, del buio per mesi, del clima ostile e per la distanza totale dalla vita civile
Per questo la base include psicologi militari e programmi di supporto: la resistenza mentale è considerata parte dell’addestramento, tanto quanto la resistenza fisica.
Vivere a Nagurskoye significa vivere al limite del mondo. Ogni gesto è rallentato dal freddo, ogni rumore è ovattato dal ghiaccio, ogni giorno è identico al precedente.
Eppure, per la Russia, questa base è un presidio fondamentale: un simbolo di presenza, potere e controllo in un Artico che cambia.
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