Russia: il petrolio di Mosca prende la via dei ghiacci. La rotta artica diventa un corridoio strategico verso la Cina

Di Giuseppe Gagliano*

MOSCA. La guerra economica contro la Russia produce un risultato opposto a quello immaginato dai suoi promotori: invece di paralizzare le esportazioni energetiche di Mosca, accelera la costruzione di nuove rotte, nuovi strumenti finanziari e nuovi legami commerciali con l’Asia.

 

Barili di petrolio russo

 

L’aumento delle spedizioni di petrolio attraverso la Rotta Marittima del Nord non è quindi una semplice decisione logistica.

È un tassello della progressiva riorganizzazione dell’economia mondiale attorno a corridoi che cercano di sottrarsi al controllo occidentale.

Secondo Bloomberg, almeno sei petroliere russe sono già impegnate, o prossime a esserlo, nella traversata artica verso la Cina.

Una di esse, la Breeze, procede nel Mare di Laptev accompagnata da un rompighiaccio a propulsione nucleare, mentre altre cinque attendono vicino al porto di Dikson.

Le partenze sono cominciate prima del consueto e con un’intensità superiore a quella dello scorso anno.

La spiegazione immediata è economica.

La via artica abbrevia il viaggio tra i porti russi e i mercati asiatici, consente alle petroliere di effettuare più rotazioni e permette di trasportare maggiori quantità di greggio utilizzando lo stesso numero di navi. In un sistema commerciale sottoposto a sanzioni, controlli assicurativi, sequestri e minacce militari, ogni giorno risparmiato rappresenta denaro, sicurezza e capacità di resistenza.

Mosca mantiene il livello delle esportazioni

Le esportazioni russe di greggio via mare sono rimaste superiori ai quattro milioni di barili al giorno per la quinta settimana consecutiva.

Nella settimana scorsa, le entrate avrebbero raggiunto 2,01 miliardi di dollari, con un aumento di circa 440 milioni rispetto alla settimana precedente.

Questi dati mostrano i limiti della strategia occidentale. Le sanzioni possono aumentare i costi, complicare i pagamenti e restringere l’accesso a determinate tecnologie, ma non cancellano la domanda mondiale di energia.

Finché Cina, India e altri Paesi asiatici saranno disponibili ad acquistare petrolio russo, Mosca potrà continuare a trasformare le proprie risorse naturali in entrate finanziarie.

Il maggiore ricorso all’Artico riduce inoltre la dipendenza dal Mar Rosso, dallo Stretto di Bab el-Mandeb e dal Canale di Suez.

Il canale di Suez è sempre al centro dei traffici commerciali

Le tensioni mediorientali e gli attacchi condotti dal Movimento yemenita Ansar Allah hanno dimostrato quanto siano vulnerabili le tradizionali vie commerciali meridionali.

La Russia cerca dunque di proteggere le proprie esportazioni diversificando i percorsi: Mar Baltico, Mar Nero, Pacifico e ora, con crescente intensità, Oceano Artico.

Una risposta anche militare

La Rotta Marittima del Nord possiede una rilevanza strategico-militare evidente.

Non si tratta soltanto di far passare alcune petroliere tra i ghiacci, ma di controllare un vastissimo spazio marittimo attraverso porti, basi aeree, sistemi di sorveglianza, rompighiaccio nucleari e infrastrutture di soccorso.

La Russia dispone della più importante flotta mondiale di rompighiaccio e considera l’Artico parte integrante del proprio sistema di sicurezza nazionale. La crescente utilizzazione commerciale della rotta giustifica ulteriori investimenti militari, mentre la presenza militare protegge a sua volta le attività economiche.

È un meccanismo circolare: l’energia finanzia le infrastrutture strategiche e le infrastrutture strategiche garantiscono il passaggio dell’energia.

Questa capacità assume maggiore importanza dopo gli attacchi ucraini contro le infrastrutture portuali russe sul Mar Nero.

La temporanea interruzione delle operazioni a Novorossiysk ha confermato che i principali terminali energetici sono ormai obiettivi diretti della guerra.

Spostare una quota crescente dei traffici verso l’Artico significa distribuire il rischio e rendere più difficile interrompere le esportazioni russe con un’unica campagna di sabotaggi o incursioni.

L’Europa insegue le petroliere, la Russia cambia geografia

Francia e Regno Unito hanno intensificato le operazioni contro la cosiddetta flotta ombra, fermando petroliere sospettate di aggirare le sanzioni.

Parigi ha bloccato la Deliver, mentre Londra è intervenuta contro la SMYRTOS. Queste azioni possono ostacolare singole navi, ma difficilmente possono arrestare un sistema commerciale sostenuto da una grande potenza produttrice e da importanti acquirenti asiatici.

Ogni sequestro occidentale rafforza inoltre la convinzione russa che le rotte controllate dalle marine europee e statunitensi non siano più neutrali.

Per Mosca, la libertà di navigazione appare sempre più subordinata agli interessi politici dell’Occidente.

L’Artico diventa così non soltanto una scorciatoia, ma uno spazio nel quale la Russia gode di un vantaggio geografico e militare difficilmente contestabile.

Sul piano geoeconomico, il fenomeno indica una trasformazione più ampia.

La Cina ottiene un accesso più diretto alle risorse russe. Mosca riduce la propria esposizione ai punti di passaggio dominati dall’Occidente. L’Europa perde centralità come mercato energetico e come snodo commerciale.

Anche se la rotta artica rimane stagionale, costosa e condizionata dal clima, il suo valore politico supera già quello dei volumi trasportati.

La vera conseguenza delle sanzioni non è dunque la scomparsa del petrolio russo dai mercati, ma il suo trasferimento verso Oriente attraverso una nuova geografia dell’energia.

L’Occidente controlla ancora molti mari. La Russia, però, sta cercando di trasformare i ghiacci in una strada.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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