Senegal, una guerra dimenticata

Di Valeria Fraquelli

Dakar. Il Senegal è un Paese africano molto povero, con tanta gente che sogna una vita migliore, con tante contraddizioni e tanti conflitti al suo interno, con tante spaccature del tessuto sociale che vanno ingrandendosi sempre di più.

Stritolato tra corruzione, attacchi terroristici che sono costati la vita a molti cittadini innocenti, povertà endemica e il terribile virus cinese che sta allarmando tutto il mondo, deve fare i conti con una guerra d’indipendenza che ancora oggi non è mai del tutto finita.

Quella della regione del Casamance è una questione che si trascina dalla proclamazione di indipendenza, è la rivolta più antica d’Africa e ancora oggi fa sentire i suoi strascichi minando l’indipendenza del Paese.Infatti dal 1960, anno dell’indipendenza dichiarata del Senegal, ai nostri giorni la questione della Casamance si riflette tristemente nella sua rappresentatività in seno allo Stato. Si sa solo che la situazione è drammatica, perchè questa regione verdeggiante del Senegal meridionale, tra la Gambia e la Guinea-Bissau, rimane teatro di uno scontro senza fine, alternando episodi di violenza armata e lunghi periodi di calma. Il bilancio ufficiale delle vittime è tuttavia uno dei più deboli dei conflitti armati del continente ma non per questo meno letale: tra 3.000 e 5.000 morti, di cui 800 a causa delle mine antiuomo.

È una rivolta mai sopita, è una lotta per l’indipendenza che non è mai finita e le Forze Democratiche della Casamanche (MFDC) spingono per arrivare al più presto ad una vera e propria dichiarazione di indipendenza.

Casamanche

Si è scatenata una guerriglia che non è solo tra ribelli e forze regolari senegalesi, ma è all’interno della stessa MFDC; il movimento infatti è ben lungi dall’essere omogeneo ed è spaccato al suo interno. A nord della regione, opera il capo ribelle Salif Sadio,che vuole un’indipendenza totale. Appoggiate dal presidente e soprattutto dittatore gambiano Yahya Jammeh, ostili al Senegal, le truppe di Sadio hanno moltiplicato i loro raid nella regione del Sindian, vicino alla frontiera del loro protettore. Una regione quella della Casamance anche propizia alla coltivazione della cannabis, fonte di finanziamento non trascurabile per questa fazione. Nel suo feudo, Sadio è contestato da Lamanara Sambou, un ribelle ben radicato nella località di Diakay. A sud invece, è César Atoute Badiaté a farla da padrone. È il principale avversario di Salif Sadio nel MFDC. Meno radicale del suo nemico, a priori più favorevole ai negoziati con Dakar, anche lui ha dovuto fare i conti con gli altri capi ribelli dissidenti.

Il Senegal è preda di scontri durissimi tra ribelli e forze regolari e in seno alla stessa MFDC e questo esaspera ancora di più la situazione e rende tutto veramente molto instabile.

La politica è davvero un campo minato per i ribelli di Casamance: Salif Sadio, autoproclamatosi capo supremo dell’MFDC, riconcilia tutti a modo suo: i politici del movimento, dice, sono solo «burloni», senza alcuna credibilità. Ma ci sono altre figure politiche che sono contro di lui e così il movimento è profondamente spaccato al suo interno e non si riesce mai ad arrivare ad una soluzione condivisa, non si riesce mai ad instaurare dei negoziati seri ed efficaci.

Ci sono guerra e voglia di indipendenza, con la branca politica del MFDC che vorrebbe arrivare ad un negoziato, o perlomeno ad una situazione di compromesso che possa soddisfare tutti e dall’altro lato la branca oltranzista del movimento che non intende discostarsi dalle sue posizioni.

Una bidonville in Africa

L’unica cosa certa è che mentre non si riesce a trovare il bandolo della matassa aumentano rifugiati e sfollati, costreti ad abbandonare un territorio instabile politicamente ed estremamente pericoloso perchè molti terreni sono infestati dalle mine antiuomo che rendono impossibile coltivare i campi e quindi sopravvivere.

Il presidente Abdoulaye Wade intanto ha inaugurato l’era dei «messiers Casamance».Ministri o «persone di influenza» vengono inviati nella macchia con valigette piene di biglietti per comprare il ritorno della pace. Questa strategia però è servita solo ad esacerbare le frustrazioni delle popolazioni e a radicalizzare diverse fazioni del MFDC, danneggiate nella divisione della «torta». Diverse organizzazioni non governative (ONG), infine, affermano di lottare per il ritorno della pace ma senza alcun coordinamento delle loro azioni tutti gli sforzi si trasformano in un completo disordine. Un disordine dovuto propizio alle malversazioni di fondi.

 

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