Di Cristina Di Silvio*
WASHINGTON D.C. Gennaio 2026. Il mondo non è mai stato così vulnerabile a un domino di crisi che si intersecano senza confini. Caracas, La Paz, L’Avana, Teheran: ognuna di queste città è il fulcro di eventi che non si limitano a destabilizzare una nazione, ma ridisegnano gli equilibri strategici globali.

L’arresto di Nicolás Maduro da parte delle Forze Speciali statunitensi non è soltanto la caduta di un presidente: è l’apertura di un nuovo teatro geopolitico. Washington ha prelevato il leader venezuelano e sua moglie, trasferendoli negli Stati Uniti, e subito ha imposto blocchi navali e sequestri di navi sospette, sfidando apertamente l’influenza di Mosca e Pechino in un’area chiave per il mercato energetico mondiale. Il petrolio venezuelano diventa così un’arma strategica; ogni goccia sequestrata, ogni impianto energetico sotto controllo americano, è una leva di pressione globale.
Sul terreno, le milizie urbane note come colectivos mantengono il controllo delle strade: la caduta di Maduro non significa la fine della resistenza interna.
Il caos interno, in combinazione con l’instabilità economica, crea una finestra per il riposizionamento militare e geopolitico, trasformando il Venezuela in un possibile protettorato di fatto.
In Bolivia, la pressione nasce dal basso. L’eliminazione dei sussidi sui carburanti ha acceso proteste di massa, scioperi indefiniti e violenti scontri con la polizia.
La Bolivia non è solo un Paese in rivolta: è un nodo strategico per il litio, risorsa chiave per le batterie globali e la transizione energetica.
La frammentazione sociale rischia di interrompere l’accesso internazionale a questa risorsa critica, costringendo multinazionali e governi a ricalcolare strategie energetiche e investimenti.

Le forze anti‑rivolta controllano le strade, ma la crisi politica persiste, e qualsiasi errore di gestione potrebbe aprire un vuoto strategico che attori esterni potrebbero sfruttare.
Cuba, apparentemente silenziosa, sta vivendo una polycrisis: turismo, energia e produzione industriale crollano, l’esodo di giovani e forza lavoro decima le capacità interne.
L’isola rimane formalmente compatta militarmente, ma la pressione interna potrebbe forzare un ripensamento strategico sulle alleanze con Caracas e Teheran.
Le implicazioni globali sono evidenti: interruzioni nelle rotte commerciali regionali e perdita di influenza cubana nei Caraibi e nell’Atlantico Sud-Occidentale, aree storicamente sensibili dal punto di vista militare.
L’Iran è il punto di maggiore tensione: più di 190 città in rivolta, centinaia di morti e migliaia di arresti.

La Repubblica Islamica risponde con interruzioni di comunicazioni, uso di forza letale e minacce dirette contro basi americane e israeliane. Qui, la crisi economica, crollo del rial, inflazione e fuga di capitali, si intreccia con la crisi politica, trasformando la nazione in un potenziale catalizzatore di conflitto regionale.
Ogni mossa iraniana è monitorata da superpotenze e blocchi antagonisti: Russia, Cina, Stati Uniti, alleanze regionali; ogni decisione può avere effetti a catena in Medio Oriente e oltre.
Quello che vediamo oggi non sono emergenze isolate, ma un sistema globale in frattura.
Ogni conflitto, ogni variazione dei prezzi del petrolio, ogni protesta urbana ha effetti a cascata. Come ricordava José Ortega y Gasset, “Io sono io e la mia circostanza; se non salvo questa, non salvo me stesso.”
Oggi, più che mai, le Nazioni non possono ignorare la propria circostanza: le decisioni strategiche interne hanno impatti globali immediati.
Il 2026 si apre come un anno in cui la gestione del caos diventa la principale strategia di sopravvivenza, in un mondo dove geopolitica, economia e strategia militare si intrecciano senza pause e senza margini di errore.
ENGLISH VERSION
Security. Year 2026: The Strategic Storm Global Crises and the Game of Military Powers
By Cristina Di Silvio
WASHINGTON D.C. January 2026. The world has never been so vulnerable to a domino of crises that intersect without borders. Caracas, La Paz, Havana, Tehran: each of these cities is the epicenter of events that do not merely destabilize a nation but are actively reshaping global strategic balances.

The arrest of Nicolás Maduro by U.S. special forces is not just the fall of a president; it marks the opening of a new geopolitical theater.
Washington extracted the Venezuelan leader and his wife, transferring them to the United States, and immediately imposed naval blockades and seized suspicious vessels, openly challenging Moscow’s and Beijing’s influence in a region pivotal to the global energy market.
Venezuelan oil thus becomes a strategic weapon; every barrel seized, every energy facility under American control, is a lever of global pressure.
On the ground, urban militias known as colectivos maintain control of the streets: Maduro’s fall does not mean the end of internal resistance.
Domestic chaos, combined with economic instability, has created a window for military and geopolitical repositioning, potentially transforming Venezuela into a de facto protectorate.
In Bolivia, pressure is rising from the grassroots. The removal of fuel subsidies has ignited mass protests, indefinite strikes, and violent clashes with police.
Bolivia is not merely a country in revolt; it is a strategic node for lithium, a key resource for global batteries and the energy transition. Social fragmentation risks disrupting international access to this critical resource, forcing multinationals and governments to recalibrate energy strategies and investment plans.

Riot police control the streets, but the political crisis persists, and any mishandling could open a strategic vacuum that external actors might exploit. Cuba, seemingly silent, is experiencing a polycrisis: tourism, energy production, and manufacturing have collapsed, and the exodus of young people and the workforce is decimating internal capacities.
The island remains formally cohesive militarily, but internal pressure could force a strategic reassessment of historic alliances with Caracas and Tehran.
The global implications are evident: interruptions in regional trade routes and a loss of Cuban influence in the Caribbean and southwestern Atlantic, areas historically sensitive from a military standpoint. Iran stands at the epicenter of tension: more than 190 cities in revolt, hundreds dead, and thousands arrested. The Islamic Republic has responded with mass communication blackouts and lethal force, and has issued direct threats against American and Israeli bases. Here, economic crisis, including the collapse of the rial, inflation, and capital flight, intertwines with political upheaval, turning the nation into a potential catalyst for regional conflict. Every Iranian move is monitored by superpowers and rival blocs, Russia, China, the United States, and regional alliances alike, and each decision has the potential to trigger cascading effects across the Middle East and beyond.
What we are witnessing today are not isolated emergencies but a global system in fracture. Every conflict, every fluctuation in oil prices, every urban protest sends shockwaves across the world. As José Ortega y Gasset once observed, “I am I plus my circumstance; if I do not save it, I do not save myself”.
Today more than ever, nations cannot ignore their own circumstances: internal strategic decisions have immediate global repercussions.
The year 2026 opens as one in which managing chaos becomes the principal survival strategy, in a world where geopolitics, economics, and military strategy are intertwined without pause and without margin for error.
*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni, geopolitica e diritti umani
**Expert in International Relations, Institutions, Geopolitics, and Human Rights
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