Di Chiara Cavalieri
IL CAIRO. Nella complessa geopolitica mediorientale, pochi personaggi hanno incarnato il pragmatismo spietato e la lungimiranza strategica come Omar Suleiman. Direttore del Mukhabarat (i Servizi Segreti egiziani) dal 1993 al 2011, è stato il custode di un equilibrio fragile tra stabilità interna, sicurezza internazionale e contenimento dell’Islam politico.

Omar Suleiman fu descritto dai media occidentali come uno dei capi dell’intelligence più potenti al mondo. Diplomato all’Accademia Frunze di Mosca, con master in Scienze Militari e Scienze Politiche all’Università del Cairo, partecipò alla guerra in Yemen e alle guerre contro Israele del 1967 e 1973.
Fu anche inviato speciale dell’ex Presidente Mubarak per i dossier di Siria, Libano, Palestina, Sudan, Libia e Arabia Saudita, mediatore negli scambi di prigionieri tra Israele e Hamas, figura di riferimento nei negoziati israelo-palestinesi.

Nel 2011 fu nominato vice Presidente dell’Egitto nel pieno della rivoluzione del 25 gennaio, nel tentativo (fallito) di contenere le proteste di piazza.
La sua morte nel luglio 2012 – durante un misterioso ricovero medico negli Stati Uniti – privò l’Egitto e i suoi partner occidentali di una mente strategica che aveva previsto in anticipo il fallimento dell’esperimento Fratellanza Musulmana. Una profezia che si avverò puntualmente.
Poche ore prima di morire, Omar Suleiman lasciò al genero Abdel Hamid Ahmed Helmy un messaggio di sconvolgente lucidità: “Chi ha portato i Fratelli al potere sarà lo stesso a rovesciarli. Non dureranno fino al prossimo luglio. Le loro stesse azioni li faranno cadere.”
Aveva ragione. Esattamente dodici mesi dopo, nel luglio 2013, milioni di egiziani scesero in piazza contro il governo dei Fratelli Musulmani guidato da Mohamed Morsi, aprendo la strada all’intervento militare del Generale Abdel Fattah al-Sisi. Suleiman conosceva a fondo la natura eversiva del movimento, la sua doppiezza strategica e la sua incompatibilità con uno Stato moderno.

L’errore tragico dell’Occidente
Il ruolo dell’Occidente – e in particolare dell’amministrazione Obama – fu cruciale nell’agevolare l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani.
Washington sostenne attivamente il “cambiamento democratico” in Egitto, senza cogliere che il movimento fondato da Hassan al-Banna nel 1928 non rappresentava affatto la democrazia, ma un progetto teocratico autoritario.
Documenti declassificati hanno mostrato come il Dipartimento di Stato ignorasse deliberatamente i legami dei Fratelli con Hamas, l’Amministrazione Obama scambiasse la retorica democratica per una reale volontà di riforma.
E si sottovalutasse il sistema della “dawa”, ovvero il proselitismo capillare, vera colonna vertebrale del potere sociale e culturale della Fratellanza
Come ha ammesso in seguito l’Ambasciatore Frank Wisner, inviato speciale di Obama in Egitto: “Abbiamo scambiato la loro retorica per sostanza. Un errore che ha indebolito la stabilità dell’intera regione.”
L’anatomia della Fratellanza
I Fratelli Musulmani (Jamaʿat al-Ikhwān al-Muslimīn) furono fondati da Hasan al-Banna, maestro elementare, nel 1928 a Ismailia (Egitto), come risposta al colonialismo britannico e alla decadenza dell’Impero Ottomano, e combinavano nazionalismo egiziano con un progetto di rinascita islamica .
Rappresentano una delle più influenti organizzazioni dell’Islam politico sunnita, con obiettivi religiosi, sociali e politici volti a promuovere un ritorno a un Islam “puro” e all’applicazione della sharia (legge islamica) negli Stati musulmani .
Questa è la loro ideologia:
- Panislamismo: Unità dei musulmani oltre i confini nazionali
- Anticolonialismo e antioccidentalizzazione: Opposizione all’influenza culturale e politica dell’Occidente
- Conservatorismo sociale: Promozione di valori tradizionali islamici, incluso il rifiuto della secolarizzazione
- Legami con gruppi armati come Hamas.
I Fratelli agiscono attraverso
- Moschee e scuole: Diffusione dell’ideologia e assistenza sociale per guadagnare consenso
- Partiti politici: In Egitto (Partito Libertà e Giustizia), Tunisia (Ennahda), Marocco (PJD)
- Reti finanziarie: Sostenute da Qatar e Turchia, con investimenti in Europa e Medio Oriente
- Doppia strategia
- Politica: Partecipazione elettorale (es. elezione di Morsi in Egitto nel 2012)
- Radicalismo: Sostegno a gruppi armati come Hasm e Hamas, legato al ramo palestinese della Fratellanza .
Negli Anni ’50-60 furono perseguitati da Nasser dopo un fallito attentato: Sayyid Qutb, loro ideologo, fu giustiziato nel 1966 . Nel 2013 l’ex Presidente Morsi (Fratello Musulmano) fu rovesciato dal golpe del generale al-Sisi, che dichiarò l’organizzazione “terrorista” .

Oggi la Fratellanza è presente in oltre 80 Paesi, con una struttura reticolare che comprende:
- Partiti politici “rispettabili”
- ONG per l’educazione e la beneficenza
- Canali mediatici e satellitari
- Collegamenti con milizie armate nei teatri di conflitto
Dal punto di vista finanziario, i Fratelli si sostenevano grazie a: AL Qatar, che ha trasferito oltre 1 miliardo di dollari dal 2012 al 2020, alla Turchia, che ha garantito rifugio, logistica e infrastrutture mediatiche.
Ed ancora alle reti immobiliari e commerciali in Europa, utilizzate anche per attività di reclutamento e indottrinamento.
La Turchia cambia rotta: il caso Sharabi

Per anni, la Turchia di Erdogan ha rappresentato il principale santuario dei Fratelli Musulmani in esilio, in particolare dopo la caduta di Morsi. Ma oggi il vento è cambiato.
Quest’anno, le autorità turche hanno arrestato e successivamente espulso Walid Sharabi, ex giudice egiziano e figura simbolo della Fratellanza. È stato il segnale di una svolta storica.
Secondo fonti diplomatiche:
- Erdogan ha ordinato la chiusura di 14 emittenti televisive legate alla Fratellanza
- Oltre 1.200 membri attivi sono stati espulsi o messi sotto sorveglianza
- La Banca Centrale turca ha congelato 23 milioni di dollari legati a conti sospetti.
Questo cambiamento si spiega con la forte volontà di riavvicinamento all’Egitto, culminato nello storico incontro tra il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il suo omologo turco presidente Erdoğan, il 14 febbraio 2024.
Fratelli Musulmani in Turchia: pianificavano attentati terroristici e l’assalto all’aereo presidenziale
Il Ministero dell’Interno egiziano, ieri, ha annunciato ufficialmente i nomi dei leader della Fratellanza Musulmana latitanti in Turchia, accusati di aver pianificato una serie di attacchi terroristici sul territorio egiziano.
Secondo il comunicato, gli uomini erano collegati al movimento Hasm, il braccio armato dell’organizzazione, già classificato come gruppo terroristico.
Gli apparati di sicurezza hanno documentato un piano per infiltrare agenti addestrati all’estero, al fine di colpire infrastrutture strategiche, obiettivi economici e figure istituzionali.
Tra i progetti falliti vi sarebbe anche un attentato contro l’aereo presidenziale del capo dello Stato Abdel Fattah al-Sisi.
Un’operazione transnazionale: addestramenti esteri, infiltrazioni e propaganda
Il piano prevedeva il reclutamento di membri del movimento all’estero e la loro infiltrazione attraverso Paesi di confine.
Le autorità egiziane hanno inoltre intercettato un video diffuso sui social in cui membri di Hasm si addestravano in una zona desertica, minacciando nuove azioni armate.
I nomi dei leader accusati
Nel comunicato ufficiale sono indicati i principali latitanti, tutti condannati in contumacia per reati gravissimi:
- Yahya Al-Sayed Ibrahim Muhammad Musa: Condannato a morte per l’assassinio del procuratore generale e il tentato attentato all’aereo presidenziale. Figura centrale della struttura militare di Hasm
- Mohamed Rafiq Ibrahim Manaa: Condannato all’ergastolo per falsificazione di documenti per facilitare la fuga di membri della Fratellanza
- Alaa Ali Ali Al-Samahi: Ergastolo per vari attentati, tra cui l’attacco al convoglio del direttore della sicurezza di Alessandria
- Mohamed Abdel Hafeez Abdullah Abdel Hafeez: Ergastolo per coinvolgimento in tentativi di assassinio di ufficiali e attentati ad alto impatto
- Ali Mahmoud Mohamed Abdel-Wanes: Ergastolo per il ruolo nelle Brigate Helwan e nel tentato attacco all’aereo presidenziale.
Inoltre, le forze egiziane hanno intercettato e neutralizzato un membro operativo, Ahmed Mohamed Abdel Razek Ahmed Ghoneim, già condannato a morte per crimini nel governatorato di Sharqia. Il terrorista si era infiltrato attraverso rotte desertiche e si nascondeva a Bulaq al-Dakrour (Il Cairo) pronto ad agire con l’aiuto del complice Ihab Abdel Latif Mohamed Abdel Qader, ricercato per pianificazione di attentati contro figure istituzionali.
Lo scontro a fuoco e le vittime civili
Durante il blitz delle forze speciali nel covo dei terroristi, è avvenuto uno scontro a fuoco. I due estremisti sono rimasti uccisi. Un civile, colpito dai proiettili vaganti, è deceduto poco dopo, mentre un agente è rimasto ferito tentando di soccorrerlo.
La Procura Suprema per la Sicurezza dello Stato ha aperto un’inchiesta.
Il messaggio del Ministero dell’Interno
“Il gruppo terroristico dei Fratelli Musulmani continua a rappresentare una minaccia seria alla sicurezza nazionale – si legge nella dichiarazione – I loro leader in Turchia pianificano instabilità, attentati e propaganda armata. L’Egitto non resterà in silenzio”.
Il dossier diffuso dal Ministero dell’Interno egiziano si aggiunge alle prove sempre più solide che legano la leadership in esilio della Fratellanza alla pianificazione di attacchi terroristici. In un contesto internazionale che ancora si rifiuta di inserire il movimento nella lista delle organizzazioni terroristiche, l’Egitto lancia un segnale: chi ospita questi leader , ne condivide la responsabilità morale e politica.
Trump, Pompeo e la sfida mai vinta
Nel 2019, sotto la pressione dell’Egitto e dei Paesi del Golfo, Donald Trump tentò di inserire i Fratelli Musulmani nella lista ufficiale delle Foreign Terrorist Organizations (FTO).

L’allora Segretario di Stato Mike Pompeo portò il dossier al vaglio degli organi competenti, e fu avviata una revisione.
Il Senatore Ted Cruz presentò un disegno di legge a supporto della designazione, il Muslim Brotherhood Terrorist Designation Act.
Ma la macchina si fermò.
Il Pentagono espresse forti riserve per non compromettere la base aerea di Al-Udeid in Qatar. Il Dipartimento di Stato frenò per timore di tensioni con la Turchia.
E la lobby filo-qatarina nei think tank di Washington fece blocco, agitando lo spettro dell’islamofobia.
L’ex Segretario di Stato Rex Tillerson (prima del suo licenziamento) aveva già escluso un bando totale, citando le implicazioni negative per le relazioni con alleati come la Turchia, membro della NATO, e il Bahrein, parte del Quartetto anti-terrorismo arabo .
Alcuni esperti, come l’ex coordinatore antiterrorismo del Dipartimento di Stato Daniel Benjamin, sostenevano che non vi fosse una base legale sufficiente per classificare i Fratelli Musulmani come gruppo terroristico, poiché non rispondevano pienamente ai criteri statunitensi per tale designazione .
La natura decentralizzata della Fratellanza ( con quartier generale a Londra) e la sua presenza in diversi Paesi con ramificazioni politiche e sociali rendevano difficile un bando globale senza danneggiare partner regionali .
Interessi geopolitici contraddittori
Paesi come Qatar e Turchia, alleati degli Stati Uniti ma sostenitori dei Fratelli Musulmani, avrebbero potuto ridurre la cooperazione con Washington se la designazione fosse stata approvata .
Allo stesso tempo, la pressione di alleati come l’Egitto di al-Sisi, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (che considerano la Fratellanza una minaccia) creava un dilemma strategico .
Analisti come David Phillips (ex consigliere del Dipartimento di Stato) sostenevano che la Fratellanza, pur controversa, non fosse un’organizzazione violenta come ISIS o Al-Qaeda e che una designazione avrebbe alienato i musulmani moderati, spingendoli verso l’estremismo.
Think tank influenti, alcuni accusati di legami con il Qatar, mettevano in dubbio l’efficacia della misura .
Dopo le dimissioni di Tillerson e del Segretario alla Difesa James Mattis, figure come Mike Pompeo e John Bolton sostennero la designazione, ma l’opposizione burocratica persistette . La complessità del dossier e altre priorità (come le tensioni con l’Iran e la Corea del Nord) potrebbero aver rallentato il processo .
Il Presidente americano Donald Trump dichiarò: “La Fratellanza è pericolosa. Non sono amici dell’America. Stiamo studiando la designazione”.

Quel processo non si è mai concluso, ma ha cambiato la narrativa politica negli USA. Oggi, l’ala conservatrice e parte dei democratici moderati invocano la revisione di quella scelta.
Nel 2025, una nuova proposta da parte del senatore Ted Cruz, è tornata al Congresso con prove inedite:
- Tracciamento di criptovalute usate per finanziare Hamas
- Reclutamento di jihadisti nelle carceri europee legati all’ambiente della Fratellanza
- Testimonianze di ex membri su tecniche di condizionamento mentale e controllo delle comunità locali.

L’Europa dorme. E l’Italia pure
Mentre gli Stati Uniti mettono in discussione il proprio passato, l’Europa resta in silenzio.
La Fratellanza continua a operare sotto forma di associazioni culturali, centri islamici, ONG legate al dialogo interreligioso.
In Italia, la situazione è allarmante:
L’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia) è stata accusata di mantenere legami ideologici con ambienti della Fratellanza. Circa 37 moschee su 100 risultano sotto indagine per attività di radicalizzazione o formazione parallela. Un sistema opaco di certificazioni halal finanzia indirettamente attività politiche. Alcuni imam, spesso formati in ambienti ideologizzati, operano sotto copertura religiosa, ma con finalità politiche.
E i fondi europei continuano ad alimentare organizzazioni che non hanno mai rinnegato la propria affiliazione.
L’Egitto ha tracciato una linea chiara: nessuna ideologia religiosa può porsi al di sopra della Nazione. La Turchia sta invertendo la rotta. Trump ci ha provato e ci riproverà.
Ora tocca all’Europa e all’Italia svegliarsi. Continuare a legittimare, finanziare o ignorare i Fratelli Musulmani equivale a seminare instabilità, alimentare conflitto interno e delegittimare lo Stato di diritto.
La battaglia è in corso. Non è confessionale. Non è etnica. È una battaglia per la sovranità, per la sicurezza dello Stato e per l’integrità della democrazia.
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