Di Fabrizio Scarinci
DAMASCO. A circa tredici anni dall’inizio della guerra civile siriana, il regime di Damasco è definitivamente crollato.
Nelle ultime ventiquattro ore, infatti, si sarebbero registrate sia la fuga di Bashar Assad e della sua famiglia, che sarebbero stati accolti a Mosca, sia l’ingresso a Damasco di Abu Mohammad al Jawlani, capo del gruppo jihadista filo-turco Hayat Tahrir al-Sham, che, nei giorni scorsi ha guidato l’insurrezione.

Malgrado l’appoggio aereo russo e quello (a dire il vero piuttosto limitato) dei suoi alleati regionali, l’apparato militare del regime si sarebbe sciolto come neve al sole, crollando nel giro di pochissimo tempo.
La caduta del regime sembrerebbe essere stata salutata con entusiasmo da gran parte della popolazione; cosa, in fondo, anche piuttosto logica in un Paese a maggioranza sunnita governato finora da una minoranza alawita.

La situazione, però, sembrerebbe destare ancora parecchia preoccupazione.
La Siria si configura, infatti, come un complicatissimo mosaico di tribù, etnie e confessioni religiose, mentre il suo territorio vede, da oltre un decennio, la presenza di diversi gruppi di terroristi, rivoltosi e secessionisti, tra cui quelli legati alla causa curda ma anche lo stesso Stato Islamico (che circa una decina d’anni orsono sarebbe anche riuscito a “farsi Stato” per davvero).
Lo stesso gruppo Hayat Tahrir al-Sham, così come il suo leader al Jawlani (che starebbe, ora, cercando di presentarsi in una veste relativamente moderata) sono stati, almeno fino al 2016, parte del network di al Qaeda.
Anche per questo, malgrado la palese convergenza di interessi registratasi negli ultimi giorni (o forse negli ultimi mesi) tra questo gruppo e i vari nemici di Assad (inclusi quindi USA e Israele), le Forze di Difesa di Tel Aviv avrebbero lanciato una vasta campagna di attacchi aerei in territorio siriano al fine di evitare che taluni siti di stoccaggio di armamenti e munizioni potessero finire integri nelle mani dei suoi combattenti.

Stando a quanto si avuto modo di apprendere, inoltre, le forze terrestri di Tel Aviv sarebbero penetrate per alcuni km oltre la Zona cuscinetto tra i due Paesi, prendendo il controllo del versante siriano del monte Hermon.
In generale, è senz’altro lecito affermare come per l'”Asse della Resistenza” a guida iraniana gli eventi degli ultimi giorni rappresentino una vera e propria catastrofe.
Stessa cosa per la Russia di Vladimir Putin, che perde un importante alleato nella regione mediterranea.
In ogni caso, però, nei prossimi giorni sarà di cruciale importanza osservare cosa avverrà attorno alla base navale di Tartous e alle altre istallazioni del Cremlino nel Paese.
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