Esercito: dal Servizio P della Prima Guerra mondiale ai PI, storia dell’evoluzione del rapporto fra mondo militare e libera informazione

Di Marco Petrelli

KOBARID (SLOVENIA). – nostro servizio particolare. Caporetto, 24 ottobre 1917. La strategia del giovane Tenente prussiano Erwin Rommel sullo sfondamento del fronte italiano ha funzionato.

Mappa della Battaglia di Caporetto

 

Le Armate italiane non ha retto l’urto dell’attacco austro-tedesco: trentamila fra morti e feriti, esponenziale il numero dei prigionieri  catturati dalle truppe di von Below e von Bojna.

Otto von Below

La rotta dell’Esercito non è soltanto una sconfitta militare: l’impatto sul morale dei soldati e dei civili italiani è infatti più devastante dei gas, dei lanciafiamme e delle bombe shrapnel.

Immaginiamo cosa abbia voluto dire per un fante italiano combattere nei primi due anni e mezzo di guerra: assalti frontali mentre si veniva falcidiati dalle mitragliatrici nemiche; impossibilità di ritirarsi, a meno che non ci si volesse prendere una pallottola. E una disciplina durissima quanto assurda: poco più di un secolo fa, tra le file dell’Esercito è ancora in vigore la “decimazione”, crudelissimo sistema punitivo risalente all’Antica Roma.

Se ciò non bastasse a comprendere lo stato d’animo dei nostri fanti, basti pensare che il giovane artigliere alpino Alessandro Ruffini è fucilato per aver salutato il generale Andrea Graziani… con la pipa in bocca! Tanti sacrifici per ritrovarsi con il pericolo dell’invasione austriaca del nord del Paese.

L’Ufficio P Il Generale Armando Diaz è di un’altra pasta rispetto al predecessore Luigi Cadorna: da nuovo capo di Stato Maggiore dell’Esercito comprende infatti l’importanza di risollevare il morale di soldati letteralmente a pezzi. Gli eccessi dei superiori, la vita di trincea, la vita appesa un filo, sacrifici enorme e, ora, il rischio che il nemico dilaghi in tutto il Nord Est italiano.

Il Generale Armando Diaz

Nasce l’Ufficio P, cioé Propaganda che, con i mezzi del tempo (carta stampata, vignette, cartoline, manifesti) si occupa di risollevare il morale di un esercito in pezzi e di una popolazione che rischia di non credere più nella vittoria.

Un successo: giornalisti, pubblicitari e scrittori arruolati nel “P” riescono nell’impresa.

E a giugno si registra la prima grande vittoria contro gli austriaci, seguita dallo “sfacelo totale del fronte avversario” dell’ottobre-novembre 1918, annunciato dallo stesso Diaz nel “Bollettino della Vittoria”. E la volontà di giovanissimi soldati che, malgrado le privazioni e gli orrori del fronte, non hanno ceduto d’un millimetro.

Dal dopoguerra al 1945 il regime fascista – di orientamento altamente mediatico – sfrutta radio e cinema per consolidare il suo potere.

E nel corso delle vittoriose campagne di Etiopia ed in Spagna, così come nella rovinosa esperienza bellica del 1940-1943 ricorre ai media per esaltare le gesta fascismo regime nella politica internazionale ed il coraggio del Soldato italiano sui fronti di guerra. Si tratta, oltreché di propaganda, di una informazione severamente filtrata sia in pace sia in guerra.

Ad essere onesti, non l’unico caso: durante la seconda guerra mondiale e nel corso dei conflitti successivi, infatti, le potenze democratiche  ricorreranno diffusamente alla censura.

In età repubblicana, la nascita della Repubblica italiana coincide con una democratizzazione che tocca anche il mondo dell’informazione.

Tocca, appunto, perché al di là dell’articolo 21 della Costituzione “la stampa non può essere sottoposta ad autorizzazioni o censure” che garantisce la libertà di stampa e d’opinione, bisognerà attendere il 1963 per una prima legge sul diritto di cronaca.

Fino agli inizi degli anni ’60 l’eroismo e l’umanità dei militari italiani sono celebrati in pellicole quali “L’affondamento della Valiant”, “Italiani brava gente”, “La battaglia di El Alamein”.

Nessuno all’epoca sembra accorgersene, i militari sono “sfruttati” o per rammentare gli errori e gli orrori del precedente regime oppure per sottolineare la crudeltà del nuovo nemico, l’Unione Sovietica, nelle opere che ricostruiscono la tragedia dell’Armir in Russia.

Non si sa o non si vuole comprendere che una parte della politica italiana e dell’opinione pubblica ha individuato nelle Forze Armate il capro espiatorio della sconfitta nella seconda guerra mondiale. Nell’immaginario popolare, sul “podio” ci sono: Mussolini, il Re ed i vertici militari.

Occorrerà molto tempo affinché il ruolo del Soldato italiano torni centrale nella vita sociale del Paese.

Le missioni di pace daranno certamente un contributo molto importante: l’orrore suscitato dalla strage degli equipaggi dell’Aeronautica a Kindu e l’immagine di un Sandro Pertini radioso di fronte al contingente ITALCON a Beirut sono stati contributi importanti.

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini passa in rassegna il contingente italiano a Beirut

Ma sarà la Somalia di IBIS a far capire davvero il peso di un buon apparato di informazione e di comunicazione istituzionale.

Blindato dell’Esercito durante l’Operazione IBIS

Una nuova era La vicenda di IBIS porta l’attenzione sulla necessità di coordinare l’esigenza dell’informazione giornalistica con le vicissitudini dei teatri operativi, aree di crisi per le quali una copertura mediatica è importante, pur nel rispetto delle regole di sicurezza che l’area di crisi impone.

Inoltre, la riforma delle Forze Armate del 1999 e lo storico accesso delle donne alla carriera militare riaccende l’attenzione dei media sul mondo militare, alla quale si risponde con la creazione degli uffici di Pubblica Informazione e Comunicazione, realtà preposte ad essere volto e biglietto da visita delle Forze Armate con i media.

Alle necessità dettate dal mutamento dei tempi si accompagna una nuova legge, la 150/2000, che rivoluziona il rapporto fra cittadino e Pubblica Amministrazione.

Ecco cosa si legge sul sito del Ministero della Difesa: “La Sezione Relazioni con il Pubblico della Direzione Generale per il Personale Militare nasce per assolvere ai compiti assegnati dalla legge 150 del 2000 alle Pubbliche amministrazioni”

Uffici stampa formati da giornalisti, professionisti e pubblicisti, sottoposti dunque alle stesse regole dei loro colleghi e disciplinate dalla Carta dei doveri del giornalista e dai successivi testi deontologici:

“Il giornalista deve rispettare, coltivare e difendere il diritto all’informazione di tutti i cittadini; per questo ricerca e diffonde ogni notizia o informazione che ritenga di pubblico interesse, nel rispetto della verità e con la maggiore accuratezza possibile”.

Dunque, non più gli Uffici Propaganda di Caporetto, bensì moderni Uffici Pubblica Informazione: gli operatori (in gergo tecnico “i PI”) sono tenuti ad osservare scrupolosamente le regole sulla trasparenza e sul rispetto del diritto di cronaca, come da norma di legge.

Arricchimento e limiti Nuova era, nuove regole, nuove generazioni.

L’avvicendamento anagrafico del personale ha fatto sì che uomini e donne abituati ad interessarsi e ad usare nuove tecnologie abbiano espresso le loro competenze anche in ambito lavorativo, condividendo il proprio know how con l’ambiente militare.

Ma, come in ogni ambiente lavorativo, vi sono dei limiti. In genere (vale anche per il mondo civile) il rapporto con la stampa non è affatto facile, viziato da un pregiudizio duro a morire quello del giornalista che caccia la notizia senza porsi troppi scrupoli. Dall’altra parte c’è il giornalista talvolta convinto che l’ufficio stampa non voglia raccontargliela tutta… E, si sa, i pregiudizi finiscono in automatico per estendersi ad un intero ambiente professionale, diffondendosi velocemente e mettendo radici profonde nella Società.

Pregiudizi che, loro malgrado, si superano con la volontà, con l’esperienza e con il confronto che, grazie a normative come la succitata 150/2000, avviene anche durante i corsi di formazione obbligatori per tutti gli iscritti all’Ordine.

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