FIRENZE (dal nostro inviato). L’armistizio di Villa Giusti venne firmato il 3 novembre 1918 nella villa del Conte Vettor Giusti del Giardino, a Padova, fra l’Impero austro-ungarico e l’Italia.

Entrò in vigore a partire dal giorno dopo, il 4 novembre 1918.
Ad armistizio concluso, si ritrovarono prigionieri di guerra in mano italiana 3 Comandanti di Corpo d’Armata, 10 Divisioni e 21 Brigate. 24 Generali e un Maggior Generale (“Generaloberst” – Colonnello Generale – è un grado militare tedesco, che non ha corrispettivi in italiano) seguirono il destino delle loro truppe verso la prigionia. Gli italiani fecero prigionieri, complessivamente, 427 mila uomini.

Fame, freddo e malattie mieterono migliaia di vittime, che si aggiunsero ai morti durante le operazioni militari.
Da parte austro-tedesca, tale fenomeno (la cattura in massa di soldati austroungarici) fu sottoposto all’esame di una commissione, che giunse alla conclusione che non potesse essersi trattato di “grave infrazione agli obblighi di servizio”. In particolare fu ascoltata con attenzione dalla commissione la deposizione del Generale von Waldstätten.
IL 4 NOVEMBRE OGGI
Le celebrazioni della Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate si celebra, quest’anno, a Firenze, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
“Forze Armate a difesa della nostra libertà” è il claim scelto quest’anno per accompagnare le celebrazioni. E’ un messaggio che richiama il valore inestimabile della libertà: un bene prezioso, che non può mai essere dato per scontato e che le donne e gli uomini delle Forze Armate contribuiscono a difendere ogni giorno, fino all’estremo sacrificio.

Il 4 Novembre è un’occasione per ricordare i valori e gli eventi che hanno segnato il nostro Paese e il sacrificio di quanti hanno contribuito a costruire un’Italia unita e libera.
Il Tricolore, protagonista del manifesto, richiama l’unità del Paese e i valori di libertà e appartenenza che il claim intende rappresentare, unendo in un’unica immagine la storia dell’Italia, il presente e il suo futuro.
Il claim richiama così il ruolo delle Forze Armate al servizio del Paese e il legame che unisce chi opera quotidianamente per la sicurezza e la difesa dell’Italia.

Nei capoluoghi di provincia e nei comuni decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare saranno affissi i manifesti celebrativi dedicati alla ricorrenza.
FIRENZE NELLA GRANDE GUERRA
Firenze giocò un ruolo strategico, logistico e militare di vitale importanza per l’Italia tra il 1915 e il 1918, trasformandosi nel motore invisibile del fronte interno.
Pur trovandosi a centinaia di chilometri dalle trincee sulle Alpi, la città toscana divenne uno dei più rilevanti hub ferroviari della penisola.

La stazione di Santa Maria Novella fu il fulcro del transito di milioni di soldati richiamati dal Centro e dal Sud Italia verso il fronte, oltre che lo snodo principale per lo smistamento di munizioni, vettovaglie e quadrupedi.
Oltre alla logistica dei trasporti, Firenze attuò una profonda conversione industriale sotto il controllo del Comitato di Mobilitazione Industriale.
La Fonderia del Pignone venne militarizzata per la produzione di massa di proiettili d’artiglieria e bombe, mentre le Officine Galileo assunsero una rilevanza strategica nazionale nella fabbricazione di strumenti ottici di precisione, come periscopi per sommergibili, mirini e telemetri indispensabili per l’Esercito e la Marina.
Inoltre, il comparto tessile e artigianale cittadino fu interamente mobilitato per confezionare a ritmo continuo le divise di panno grigio-verde e le calzature per la truppa.
Sul piano strettamente militare, la città fu il centro di reclutamento e addestramento della Brigata “Firenze”, costituita il 1° marzo 1915 proprio nei depositi cittadini del 69° e 70° Reggimento Fanteria.
Questa unità pagò un altissimo tributo di sangue combattendo sul fronte dell’Isonzo, sul Monte Podgora, sul Sabotino e nella successiva difesa del Monte Grappa nel 1918.
A questa memoria si affianca storicamente quella della Brigata “Toscana”, i cui Fanti guadagnarono sul campo il leggendario soprannome di “Lupi di Toscana” nell’ottobre del 1915 sul Monte Melino.
Sebbene durante il conflitto la brigata fosse composta prevalentemente da soldati lombardi, il legame con il capoluogo toscano divenne indissolubile nel secondo dopoguerra, quando il 78° Reggimento “Lupi di Toscana” stabilì la sua sede storica e permanente proprio a Firenze, presso la Caserma Gonzaga di Scandicci.
L’apporto più imponente di Firenze allo sforzo bellico si espresse tuttavia nella gestione della sanità militare e dell’assistenza di retrovia, che la portò a essere definita una vera e propria “Città-Ospedale”.
In tutto il territorio urbano vennero allestiti 14 ospedali territoriali straordinari e decine di succursali ricavate all’interno di scuole, conventi e ville private.
Strutture come l’Ospedale Militare di San Gallo accolsero decine di migliaia di feriti evacuati dal fronte tramite treni ospedale.
La città sviluppò anche centri d’avanguardia per i traumi più complessi, come il manicomio di San Salvi, dedicato allo studio e alla cura delle gravissime nevrosi e dei traumi psichici da bombardamento e l’infermeria dell’American Red Cross a Villa Camerata, specializzata nella riabilitazione e nell’assistenza dei grandi mutilati. Questa imponente macchina del soccorso fu sostenuta dal massiccio volontariato civile e nobiliare toscano, in particolare dalle infermiere volontarie della Croce Rossa.
Il fronte interno fiorentino dovette infine farsi carico delle drammatiche conseguenze sociali della guerra.
L’antico Istituto degli Innocenti si riorganizzò per accogliere i “figli della guerra”, offrendo asilo agli orfani e ai bambini le cui madri erano impiegate nei turni di dodici ore all’interno delle fabbriche di munizioni.
La prova logistica e umana più dura per la città si verificò nell’autunno del 1917, dopo Caporetto.

Provocò l’arrivo improvviso a Firenze di oltre 10 mila profughi civili in fuga dal Friuli e dal Veneto.
La municipalità e i comitati cittadini risposero allestendo in tempi record dormitori collettivi nei chiostri e nei teatri, mense pubbliche e reti di sussidio che riuscirono a garantire l’ordine pubblico e a integrare la massa dei rifugiati, sigillando il ruolo di Firenze come capitale della solidarietà e della logistica di retrovia.
IL RUOLO DELLE FORZE ARMATE NELL’ALLUVIONE DI FIRENZE DEL 1966
Il 4 novembre 1966, la città di Firenze fu travolta da una delle più catastrofiche esondazioni della sua storia recente.
In un’epoca in cui l’Italia era priva di una moderna struttura di protezione civile in grado di gestire le grandi emergenze nazionali, il compito istituzionale e operativo di soccorrere la popolazione e coordinare i primi aiuti ricadde interamente sulle Forze Armate Italiane

. Sotto la direzione del Comando Militare Territoriale della VII Zona Militare, l’intervento si trasformò rapidamente nel più imponente dispiegamento interforze in tempo di pace dal secondo dopoguerra, mobilitando capillarmente le diverse componenti dell’apparato militare dello Stato.
L’Esercito Italiano costituì la colonna vertebrale dei soccorsi sul campo, impiegando complessivamente oltre 8.200 militari che rimasero operativi fino alla fine di dicembre dello stesso anno. Mentre molte caserme cittadine venivano sommerse dalla furia del fiume Arno, il 78° Reggimento Fanteria “Lupi di Toscana”, situato nella caserma di Rovezzano in una zona fortunatamente rimasta indenne, divenne il fulcro logistico dell’intera operazione.
I soldati, affiancati dagli specialisti del Genio Militare, affrontarono l’arduo compito di liberare le strade da oltre 600 mila tonnellate di fango e detriti.
Per muoversi in un tessuto urbano totalmente paralizzato, vennero impiegati centinaia di autocarri tattici e veicoli cingolati anfibi M113.
Oltre al ripristino delle vie di comunicazione e all’allestimento di cucine da campo, un intervento strategico del Genio a monte della città permise di deviare in modo controllato la piena del fiume, salvando la città di Pisa da un analogo e imminente disastro.
L’Arma dei Carabinieri offrì un contributo altrettanto tempestivo, unendo ai compiti istituzionali di ordine pubblico lo slancio del soccorso diretto alla cittadinanza. Di fondamentale rilievo fu l’azione dei 700 allievi del 59° Corso Sottufficiali.
Nonostante la loro stessa scuola in Piazza Stazione fosse stata isolata e gravemente sommersa dall’acqua, gli allievi si riversarono nelle strade affrontando il freddo e le correnti, diventando a pieno titolo i primi storici “Angeli del fango”.
Accanto al salvataggio manuale dei civili bloccati nei piani bassi delle abitazioni, circa 1.200 Carabinieri garantirono una vigilanza continua h24 contro i fenomeni di sciacallaggio e collaborarono attivamente alla protezione del patrimonio artistico e dei beni di valore estratti dai musei e dalle banche danneggiate.
La Marina Militare e l’Aeronautica Militare furono altrettanto decisive.
Risultarono fondamentali per superare il totale isolamento geografico e infrastrutturale in cui era precipitata la città. La Marina mobilitò i propri contingenti dalle basi costiere di La Spezia e Livorno, inviando nel capoluogo toscano motolance, gommoni pesanti e gli specialisti del COMSUBIN (Raggruppamento Subacquei e Incursori).
I palombari ispezionarono sottopassi e scantinati allagati alla ricerca di dispersi, mentre i mezzi anfibi garantivano l’evacuazione di malati e anziani verso i centri medici d’emergenza. Dal cielo, l’Aeronautica Militare orchestrò un ponte aereo incessante: gli elicotteri trassero in salvo centinaia di persone isolate sui tetti e distribuirono tonnellate di generi di prima necessità, medicinali e plasma sanguigno, mentre i voli di ricognizione fotografica fornivano al governo e alla Prefettura la mappatura in tempo reale dei danni strutturali subiti da ponti e argini.
A testimonianza dello straordinario valore dimostrato sul campo, nei mesi e negli anni successivi all’evento vennero tributate solenni onorificenze e medaglie commemorative ai reparti e alle Bandiere delle Forze Armate.
Lo Stato italiano volle così suggellare l’abnegazione e il coraggio dei singoli militari che avevano operato in condizioni estreme.
Tra i riconoscimenti di maggior rilievo istituzionale spiccarono le concessioni di Medaglie al Valor Civile e al Merito Civile destinate ai corpi di soccorso, che si andarono a sommare alla storica Medaglia d’Oro al Valor Civile conferita alla stessa Firenze dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.
Inoltre, l’esperienza del 1966 segnò un punto di svolta nel sistema premiale dello Stato per le grandi calamità: i decreti e i riconoscimenti emessi a seguito dei soccorsi fiorentini (e del Vajont pochi anni prima) consolidarono il nucleo moderno delle benemerenze destinate a premiare gli atti di civismo ed eroismo compiuti in tempo di pace in favore delle popolazioni colpite da disastri naturali.
L’intervento coordinato e solidale di Esercito, Carabinieri, Marina e Aeronautica si concluse formalmente alle soglie del nuovo anno, lasciando un segno indelebile nella rinascita della città.
Questa drammatica esperienza evidenziò in modo inequivocabile i limiti strutturali di una risposta d’emergenza affidata esclusivamente alla mobilitazione straordinaria delle Forze Armate.
Il sacrificio e l’efficienza dimostrati dai militari a Firenze accelerarono in modo decisivo il dibattito politico e normativo che, negli anni successivi, avrebbe finalmente condotto lo Stato italiano a istituire un sistema permanente, organico e strutturato di Protezione Civile.
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