SARAJEVO (Bosnia – Erzegovina). La visita a un Museo, specialmente in Paesi dove si sono combattute lunghe guerre nel recente passato, è sempre un passaggio da fare.
Nel nostro recente viaggio a Sarajevo, capitale della Bosnia – Erzegovina ne abbiamo visitati di diversi.
Uno dei principali è stato quello dell’Assedio di Sarajevo.

La rete “Bosnian Memorial Museums” comprende cinque musei: il Museo dei Crimini contro l’Umanità e del Genocidio 1992-1995, il Museo dell’Assedio di Sarajevo e il Museo “Sarajevo negli anni ’80” (tutti a Sarajevo), oltre al Museo delle Vittime di Guerra e del Genocidio e al Museo “Mandato della Memoria: Missione ONU in Bosnia” (entrambi a Mostar).
Report Difesa, in esclusiva, ha intervistato Azem Heljić, Assistant Director for Museum Operations del Bosnian Memorial Museums
“Questo Museo – spiega – contiene centinaia di storie, di testimonianze personali, di ricordi di coloro che sono sopravvissuti, che hanno vissuto l’assedio di Sarajevo.
Molti di loro, naturalmente, come altri a Sarajevo, vivevano qui. Erano circa 350 mila persone durante quel periodo, dal 1992 al 1995. Molte di loro arrivarono a Sarajevo all’inizio della guerra”.
Arrivarono dalla Bosnia orientale, quando iniziò la pulizia etnica, quando i soldati serbi e paramilitari iniziarono a espellere la popolazione dalle città e dai villaggi e molte di loro finirono a Sarajevo.
“Questo Museo – evidenzia Heljic – non mostra solo le storie degli abitanti di Sarajevo, ma anche quello che avevano con sé. Ogni cosa ha la sua storia.
Ogni oggetto, individualmente e collettivamente, mostra quella storia, cronologicamente e tematicamente, dai primi giorni dell’assedio fino alla liberazione della città”
A Sarajevo, prima della guerra del 1992-1995, vivevano circa 400 mila persone.
Le ricerche dimostrano che nel 1995 a Sarajevo vivevano più persone che nel 1992.
I serbi che abitavano qui lasciarono la città, all’inizio della guerra, per unirsi all’Esercito della Repubblica Serba e così bombardare la propria città e i paesi.
Molti di loro, non tutti, ovviamente, lo fecero perché la Bosnia era un Paese multietnico e lo è tuttora.
Il Governo bosniaco di quel tempo cercò di preservare proprio la cultura multietnica.
“Avevamo – ricorda Helijc – ogni etnia alla Presidenza della Repubblica, nelle Forze Armate, in ogni aspetto della vita, nella cultura, ovunque. Ma, come ho detto, la maggior parte della popolazione serba abbia lasciato la città e si è unita a coloro che l’hanno attaccata. Prima della guerra, la gente viveva in pace”
LA VERA STORIA DELL’ASSEDIO DI SARAJEVO
La linea di occupazione era lunga 64 chilometri e non c’era modo di lasciare la città se non correndo attraverso la pista internazionale dell’aeroporto lunga 800 metri ed esposta al fuoco serbo, al fuoco dei cecchini.
Circa 800 persone morirono nel tentativo di fuggire.
La linea di occupazione intorno a Sarajevo si formò il 5 aprile 1992, all’inizio della guerra.

Questa linea di occupazione fu estesa fino al monte Žuč, quando l’Esercito della Repubblica di Bosnia-Erzegovina liberò circa 12 chilometri della città, senza però riuscire a rompere l’assedio.
Dal 1993, la linea di occupazione rimase invariata.
Numerosi tentativi furono fatti dall’Esercito e dalle Forze di Polizia della Repubblica di Bosnia-Erzegovina per rompere il blocco con mezzi militari.
Ma l’Esercito serbo era talmente avanzato in termini di armamenti e di posizione che l’impresa risultò pressoché impossibile.
Molti giovani dell’Esercito bosniaco persero la vita in quel tentativo.
E molti Generali, molti Comandanti si dimisero perché non erano riusciti a creare quel blocco.
Ecco perché quella linea era importante.
La linea fu formata nel 1993 e rimase in piedi fino alla fine della guerra.
La battaglia principale si svolse a Dobrinja, un quartiere di Sarajevo non lontano dall’aeroporto
E molte altre importanti battaglie, si tennero ad esempio a Žuč.
Fu una vittoria militare difensiva strategica per l’Esercito della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina (ARBiH) e una sconfitta per l’Esercito della Republika Srpska.
Lo scontro avvenne l’8 giugno 1992 sulla collina strategica di Žuč, situata nel comune di Novi Grad, a Sarajevo.
I difensori di Sarajevo, sotto il comando di Enver Šehović e Safet Zajko, liberarono Orlić brdo e l’area circostante in direzione di Volujek e Krstac, nonché gli insediamenti di Smiljevići e Zabrđe, al termine di un feroce scontro sulla collina di Žuč.
La battaglia di Žuč rappresentò un elemento chiave per la difesa di Sarajevo e della Bosnia ed Erzegovina durante l’aggressione serba.
Quel giorno venne vanificato il tentativo dell’aggressore di dividere Sarajevo in due parti.
L’obiettivo dell’operazione dell’ARBiH (Esercito bosniaco) era rompere l’accerchiamento e ricongiungersi con le forze dell’ARBiH stessa presenti sull’altro lato della città.
Il piano operativo fu elaborato dal capo di Stato Maggiore del Comando Supremo dell’ARBiH, Sefer Halilović, mentre il comando delle unità fu affidato a Mustafa Hajrulahović Talijan.

Le direttrici dell’attacco comprendevano l’altopiano di Žuč con l’altura di Orlić, Kobilja Glava e Poljine, Kromolj e Orlovac, Gazin Han e Obhodža, Vidikovac (Trebević) e Vraca.
Le operazioni di combattimento ebbero inizio alle ore 5:00 del mattino.
Le direttrici dell’attacco includevano l’altopiano di Žuč con l’altura dominante di Orlić, Kobilja Glava e Poljine, Kromolj e Orlovac, Gazin Han e Obhodža, Vidikovac (Trebević) e Vraca.
L’ARBiH riuscì a sfondare le linee serbe attorno a Sarajevo lungo tutte le direttrici d’attacco: Kromolj, Trebević, Vraca e Žuč.
Anche la battaglia di Azići fu uno degli scontri dell’assedio di Sarajevo nel 1993.
La VRS (Esercito della Republika Srpska) avviò la prima fase dell’operazione nelle periferie all’inizio del dicembre 1992, sfondando nel sobborgo di Otes, situato a circa 15 chilometri a Ovest del centro di Sarajevo.

A metà febbraio, il Corpo Sarajevo-Romanija diede inizio alla seconda parte della campagna attaccando Azići.
Le truppe della 1ª Brigata di Fanteria di Ilidža condussero l’offensiva con il supporto di carri armati e veicoli corazzati per il trasporto truppe della 1ª Brigata meccanizzata di Sarajevo.
La forza d’assalto complessiva, composta probabilmente da un numero compreso tra i 1.000 e i 1.500 soldati ricevette un notevole supporto di fuoco da unità dislocate nell’area, inclusi obici da 155 mm e lanciarazzi multipli del 4° Reggimento di Artiglieria mista, diretti contro il settore Azići-Stup, difeso dalla 3ª Brigata motorizzata del 1° Corpo dell’Esercito della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina).
Quando le intenzioni serbe divennero chiare, il 1° Corpo rinforzò la Brigata con elementi mobili provenienti da altre formazioni che presidiavano le linee difensive della città. I soldati serbi della VRS sferrarono l’attacco il 15 febbraio, travolgendo rapidamente le posizioni dell’ARBiH grazie al fuoco diretto dei carri armati e ai colpi di artiglieria e mortaio contro i difensori governativi.
Nei cinque giorni successivi, i serbi avanzarono lentamente attraverso la città, respingendo le unità musulmane edificio dopo edificio.
Il 20 febbraio, le truppe serbe occuparono Azići.
La sconfitta portò alla perdita di quattro ufficiali dell’Esercito bosniaco e alla riorganizzazione della 3ª Brigata motorizzata.
ll sobborgo di Otes, una volta che fu conquistato dai serbi, vide l’espulsione dei civili. Ci furono interruzioni delle forniture di elettricità e gas.
Il monte Igman era una linfa vitale per la Bosnia perché quando si usciva dalla città attraverso il tunnel, attraversando l’Igman, andando verso la valle del fiume Bosnia, verso quella del fiume Neretva, si aveva un collegamento con il mondo.
Ma a Sarajevo, ci si sentiva come in prigione.

Un altro esempio è quello del Tunnel della Speranza, costruito tra il 1993 e il 1995 sotto la pista dell’aeroporto di Sarajevo.
Ovviamente, per accedervi era necessario un permesso da parte delle autorità civili o militari, ma tutti ne erano in possesso. Era comunque pericoloso, perché le forze serbe sapevano dove si trovava il tunnel e dove era il suo ingresso.
E persino durante la costruzione del tunnel, nove persone morirono a causa dei bombardamenti.
Fu un assedio in tutte le sue forme. Nessuno poteva lasciare la città.
Tutti in città erano esposti quotidianamente ai cecchini e ai bombardamenti.
Venivano sparate circa 329 granate al giorno.

C’erano giorni in cui magari ne cadevano due o dieci, ma in un giorno, dalle colline, i serbi, colpirono la città con ben 3.777 granate.
“I serbi – prosegue lo storico – innanzitutto, terrorizzavano i cittadini di Sarajevo, soprattutto bambini e anziani, perché gli uomini proteggevano la città dall’interno, impedendo alle forze serbe di entrare in città. Il numero esatto dei civili morti è 11. 541 durante i 1.425 giorni dell’assedio. E tra questi c’erano 1.601 bambini.
L’obiettivo delle forze serbe era innanzitutto conquistare la capitale della Bosnia”.
La storia dell’assedio è molto lunga e molto particolareggiata.
Ricordiamo che prima della guerra c’era la Jugoslavia.
La Bosnia-Erzegovina era una delle sei Repubbliche che formavano la Federazione, con capitale Belgrado.
Quando scoppiò la guerra in Slovenia e in Croazia nel 1991, la Bosnia-Erzegovina era indecisa.
Il Governo bosniaco disse che quella non “è la nostra guerra”.
Ma qualcun altro decise che quella guerra doveva essere combattuta in Bosnia-Erzegovina: Belgrado.
Da parte bosniaca, ricorda ancora Heljic, si cercò di “fare del tutto per impedire la guerra, perché, sebbene la Bosnia fosse un Paese multietnico, nessuno credeva che un conflitto fosse possibile. Ma purtroppo è avvenuto. Nell’Esercito popolare jugoslavo mio padre prestò servizio, come ogni giovane ragazzo in Jugoslavia”.
Oggi, qui a Sarajevo ci sono ancora la caserma di Tito, il Quartier generale del Distretto.
E poiché la Bosnia era riconosciuta a livello internazionale in quel periodo, era il maggio 1992, in base all’accordo, l’Esercito popolare jugoslavo doveva lasciare la città e doveva lasciare la Bosnia-Erzegovina, perché era uno Stato indipendente. Ben 176 Paesi riconobbero la sua indipendenza.
Iniziò prima la Commissione dell’Unione Europea, poi i Paesi poi il 7 aprile 1992, gli Stati Uniti. E prima ancora si era tenuto un referendum.
Ma cosa fu attaccato qui, qual era il motivo?
“Il motivo – dice ancora il vicedirettore del Museo – era che il Governo serbo in Serbia, che non era più la Jugoslavia, era composto solo da Serbia e Montenegro.

Slobodan Milošević stava forse cercando di conquistare, di dividere il territorio della Bosnia-Erzegovina e di creare una Grande Serbia a spese del territorio bosniaco. Questa era la ragione principale.
Slobodan Milošević riuscì a convincere la comunità internazionale che la convivenza pacifica tra i popoli non era possibile, quindi la Bosnia doveva essere distrutta, divisa e trasformata nella grande Serbia.
E molti leader mondiali gli credettero.
“In Serbia – dice ancora il vicedirettore – la gente si chiedeva quotidianamente: cosa sta facendo la comunità internazionale?
Perché non fa qualcosa per prevenire la guerra, per salvare i bambini o per aiutare il Governo bosniaco che è un Paese riconosciuto a livello internazionale, a difendersi? Questa è un’altra domanda, e fa anche parte della storia della città”.
Sulla storia dell’assedio il revisionismo storico è ancora presente, ma i fatti storici sono tutti verificabili.
Ogni membro della leadership serba, sia civile che militare, è stato condannato a L’Aja. Biljana Plavšić, Ratko Mladić e Stanislav Galić e numerosi altri Generali sono stati condannati.
La loro colpevolezza è stata provata in Tribunale.
Durante la guerra, la Bosnia ebbe delle proprie Forze Armate. Si trattava dell’Esercito della Repubblica di Bosnia-Erzegovina, che fu l’unico legittimo durante il conflitto
Questo periodo storico nelle scuole è oggetto di studio. È previsto nel curriculum scolastico e il programma è stato redatto dal Governo o dal Ministero del Cantone di Sarajevo (l’istruzione è a livello cantonale, non a livello di entità come nella Repubblica Srpska).

In alcuni libri di storia della Repubblica Serba, Ratko Mladic veniva ritratto come un eroe. In altri libri, nel Cantone di Sarajevo o in altri Cantoni croati, lo stesso Mladic veniva invece descritto come un criminale di guerra. Ma i bambini, tutti i bambini, devono conoscere questa parte della storia e devono conoscerla per evitare che si ripeta.
Sarajevo è storicamente una cittàricchissima di cultura. Qui non c’è solo la cultura ortodossa, cattolica e musulmana, ma anche quella ebraica. E non si tratta di una mescolanza. Tutti sanno chi è chi.
E tutti sanno rispettare chi sei. Questo è lo spirito di Sarajevo.
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