SARAJEVO (BOSNIA ERZEGOVINA) – dal nostro inviato. A leggere la storia delle relazioni tra l’Italia e la Bosnia Erzegovina emerge chiaro come il legame sia antico.
La Regina di Bosnia Katarina Vukčić Kosača era la moglie di Sjepan Tomaš.

E, dopo l’invasione del Regno fatta dagli Ottomani e l’assassinio dell’allora Re Stjepan Tomašević, la Regina si rifugiò dapprima a Ragusa (Dubrovnik) e poi a Roma, dove ottenne l’aiuto e l’ospitalità del Papa e il rispetto dei locali.
Sostenne incessantemente la causa della liberazione della madrepatria.
Dopo la sua morte, nel 1478, venne sepolta nella Chiesa di Santa Maria in Aracoeli, dove sono tuttora custodite le sue spoglie.
Le relazioni crebbero e si intensificarono durante il dominio ottomano nei Balcani.
La prima rappresentanza diplomatica italiana in Bosnia Erzegovina risale al 1862, quando il Re Vittorio Emanuele II decise di istituire a Sarajevo il primo Consolato Generale del Regno d’Italia.

Nel corso del dominio asburgico della Bosnia Erzegovina, diverse comunità provenienti dal Trentino, impoverite da una grave carestia, vennero trasferite dall’Impero nelle province bosniache verso la fine del XIX secolo.
Ancora oggi, in diverse località della Bosnia Erzegovina risiedono comunità di cittadini di origine italiana, in particolare trentina, che hanno grandemente contribuito allo sviluppo ed alla crescita del territorio.
Sempre nel ricordo delle relazioni diplomatiche tra i nostri due Paesi, qui si ricorda ancora quella del 1979 fatta dall’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini.
ll terribile conflitto degli anni ’90 ha rafforzato i legami tra Italia e la Bosnia Erzegovina.

Da evidenziare la famosa “marcia dei 500”, iniziativa non-violenta di pacifisti italiani che partirono da Ancona diretti a Sarajevo, per denunciare l’assurdità della guerra e manifestare per la cessazione delle ostilità.
Analoga iniziativa (“Mir sada”. “Pace adesso”) ebbe luogo l’anno successivo e vide numerosissimi attivisti impegnati in iniziative di solidarietà con comunità di tutto il territorio della Bosnia Erzegovina.
La solidarietà fu talmente estesa che si dovette realizzare un sistema strutturato di relazioni: il famoso “Atlante” della cooperazione decentrata tra Italia e Bosnia Erzegovina.
Un progetto che ebbe la luce proprio negli anni ’90 e i cui effetti positivi si registrano ancora oggi.
L’ultima visita di un Presidente della Repubblica italiana in Bosnia Erzegovina risale al maggio del 2016, in occasione della riunione plenaria del Vertice del Processo di Brdo-Brioni che si tenne a Sarajevo.
Il capo dello Stato Sergio Mattarella incontrò allora la Presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina, il contingente militare italiano presso la missione EUFOR / Althea e visitò la collezione di arte contemporanea “ARS AEVI”, da sempre tra le maggiori espressioni della vivace cooperazione culturale tra Italia e Bosnia Erzegovina.
Report Difesa per conoscere le attuali relazioni tra i due Paesi ha intervistato la nostra Ambasciatrice a Sarajevo, Sarah Eti Castellani.

Signora Ambasciatrice, i Balcani da secoli sono un crocevia importante dal punto di vista geopolitico e geostrategico per l’Europa. Oggi, dopo i tantissimi anni di guerra, la Bosnia Erzegovina come si pone nel panorama internazionale?
La posizione internazionale della Bosnia Erzegovina riflette la sua complessa situazione interna.
Gli Accordi di pace di Dayton hanno avuto l’innegabile merito storico di porre fine a uno dei conflitti più sanguinosi dalla Seconda Guerra mondiale ad oggi.

Ma hanno anche cristallizzato un sistema politico-istituzionale basato sulla ripartizione etnica del Paese e che offre a ognuno dei tre cosiddetti “popoli costituenti” (i bosgnacchi musulmani, i serbo-bosniaci e i croato-bosniaci) ampi poteri di veto e di blocco.
La postura geopolitica della Bosnia Erzegovina non può che risentirne.
Formalmente, la politica estera e di difesa è una competenza della Presidenza tripartita, il Capo di Stato collegiale del Paese.
I tre membri della Presidenza rappresentano ognuno un popolo costituente; sono eletti direttamente dal popolo in elezioni parallele; e sono spesso in disaccordo tra di loro.
La politica estera della Bosnia Erzegovina risulta così molto frammentata e non è raro che i tre membri della Presidenza seguano indirizzi non conciliabili.
Un discorso analogo vale per la politica di difesa, per quanto in questo settore la situazione appaia parzialmente migliore: la Bosnia Erzegovina dispone di proprie Forze armate unificate e multietniche, che prendono parte anche a diverse missioni internazionali.
Il bilancio delle Forze Armate è però molto ridotto e questo inevitabilmente limita la loro efficienza complessiva.
Il 4 ottobre si terranno le elezioni politiche considerate importanti per il Paese e per l’area. Facendo una breve analisi quale potrebbe essere il risultato che il nostro Paese e l’Unione Europea potrebbero considerare importante per il processo di integrazione europea?
Nel pieno rispetto della sovranità e dell’indipendenza della Bosnia Erzegovina, non è opportuno avanzare previsioni né attribuire qualità o meriti a una lista di partito piuttosto di un’altra.
Oltre tutto, il sistema politico della Bosnia Erzegovina è enormemente complesso: basti pensare che il 4 ottobre i cittadini voteranno per sei diverse competizioni tra livello statale e livelli sub-statali, unendo elezioni legislative e presidenziali.
Inoltre, alcuni fondamentali ingranaggi costituzionali (come la Camera dei Popoli statale, la “Camera alta” del Parlamento) non sono eletti a suffragio universale diretto e verranno formati solo successivamente.
Insomma, è davvero difficile parlare di un risultato che – di per sé solo – possa essere determinante per il processo di integrazione europea.
Semmai, il 4 ottobre dovrà rappresentare l’inizio di un processo, che culminerà nella formazione di un nuovo Consiglio dei Ministri statale e poi nel suo funzionamento effettivo per i prossimi quattro anni: è auspicabile che, in ogni fase di questo processo, gli attori politici locali mettano il percorso di adesione all’UE al di sopra delle considerazioni tattiche del momento.
Ovviamente, l’azione della nostra diplomazia sarà orientata in questo senso, convinti che l’adesione della Bosnia Erzegovina all’Unione Europea rappresenti la migliore garanzia di stabilità e di sicurezza per il Paese e per l’intera regione, nonché opportunità di prosperità condivisa.
Come spesso ricordato dal Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, On. Antonio Tajani, l’Italia crede fermamente nella riunificazione di un Continente europeo per troppo tempo tenuto artificialmente diviso. E i Balcani occidentali rappresentano ovviamente un tassello fondamentale.
Visto che il 25 ottobre prossimo si voterà anche in Serbia, potremmo considerare quelle bosniache propedeutiche per una nuova visione dei Balcani?
I risultati elettorali in BiH potranno dare qualche utile indicazione, ma viste le complessità del sistema istituzionale del Paese, credo sia più saggio attenersi ad una nota di cautela e mantenere i due scenari separati.
La Bosnia Erzegovina, per la sua stessa struttura istituzionale e la composizione etnica della sua popolazione, è forse un Paese che si presta più a delle lente evoluzioni, che a dei rapidi cambiamenti.
Dal punto di vista economico il Paese rappresenta un’area di investimenti molto ampia per le aziende italiane. Queste aziende che tipo di sviluppo hanno portato dal punto di vista economico e sociale?
Le aziende italiane rappresentano una presenza consolidata e di grande valore nel tessuto produttivo della Bosnia Erzegovina.
I dati più recenti sul commercio estero (relativi ai primi sette mesi dell’anno) hanno confermato che l’Italia è il primo fornitore del Paese e il suo secondo partner commerciale, oltre a essere uno dei principali investitori stranieri in Bosnia Erzegovina.
Particolarmente rilevante è il ruolo giocato in Bosnia Erzegovina nel settore finanziario da banche come UniCredit e Intesa San Paolo.
Numerose le imprese italiane in Bosnia Erzegovina, che forniscono un importante contributo all’occupazione locale, con circa 13 mila lavoratori.
Nel corso dei miei incontri con il mondo imprenditoriale italiano qui presente ho potuto constatare come le aziende guardino con interesse a diversi settori strategici, dalla manifattura alla meccanica e alla componentistica automotive, dal tessile alla lavorazione della pelle, fino all’energia, all’agroalimentare, al legno-arredo e ai servizi.

Molte imprese italiane hanno scelto di investire nel Paese grazie alla prossimità geografica e culturale, alla qualità delle risorse umane e alla professionalità dei partner locali, sviluppando nel tempo collaborazioni produttive solide e durature, che fanno sì che le nostre imprese siano ben radicate nel territorio nel quale operano.
Parlando sempre di economia, oggi la Bosnia Erzegovina quale evoluzione ha avuto in questi ultimi anni?
Posso risponderle lasciando idealmente la parola alle imprese con le quali ho avuto modo di parlare negli ultimi anni, riferendo il punto di vista dei tanti imprenditori italiani che hanno deciso di investire in Bosnia Erzegovina.
Gli operatori italiani riconoscono i progressi compiuti dalla Bosnia Erzegovina nel rafforzamento dell’ambiente imprenditoriale e istituzionale.
Sarebbe del resto sciocco non voler vedere i grandi progressi compiuti dal Paese dagli anni ’90 a oggi: chiunque passeggi per le vie di Sarajevo ha immediatamente l’impressione di essere in una città europea moderna.
Allo stesso tempo, come avviene in ogni economia in crescita, vi sono margini di ulteriore miglioramento, in particolare per quanto riguarda la semplificazione amministrativa, l’efficienza delle procedure, il contrasto alla corruzione e la prevedibilità del quadro normativo: aspetti fondamentali per favorire nuovi investimenti e consolidare quelli già presenti.
La carenza di manodopera è pure un tema ricorrente nei miei incontri con imprenditori italiani in Bosnia Erzegovina e talvolta limita ulteriori espansioni produttive.
La mia impressione è comunque che le imprese italiane continuino a guardare alla Bosnia Erzegovina con fiducia e come a un partner naturale.
Inoltre, il percorso di integrazione europea della BiH – che l’Italia sostiene attivamente – rappresenta un’opportunità strategica per accelerare le riforme, aumentare la competitività, attrarre nuovi investimenti e favorire l’integrazione del sistema economico bosniaco-erzegovese nel Mercato unico europeo.
L’auspicio è inoltre che dopo le elezioni la classe dirigente del Paese sappia cogliere le opportunità rappresentate da alcuni strumenti e piattaforme, come il “Piano di Crescita per i Balcani occidentali” dell’UE, attualmente bloccato a causa della conflittualità politica inter-etnica.
Si tratta di uno strumento che potrà vedere significativi investimenti in settori cruciali, come quello infrastrutturale, apportando benefici concreti alla popolazione.
Nel Paese sono presenti due missioni internazionali molto importanti quali quella dell’Althea e della NATO. La loro presenza costituisce una cornice fondamentale per la sicurezza dei Balcani. Che tipo di evoluzione potranno avere nel futuro?
La Missione EUFOR Althea rappresenta l’evoluzione delle precedenti Missioni internazionali dispiegate in Bosnia Erzegovina al termine del conflitto negli Anni Novanta (IFOR e SFOR).
Alla pari di SFOR, EUFOR è una Missione autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in virtù del Capitolo VII della Carta dell’ONU.
C’è però un’importante differenza: mentre SFOR era una Missione della NATO, EUFOR è gestita dall’Unione Europea.
Althea rappresenta l’unico caso tuttora operativo di una Missione condotta nell’ambito degli Accordi Berlin Plus tra UE e NATO: in poche parole, EUFOR può quindi appoggiarsi ad alcuni assetti militari dell’Alleanza Atlantica.
L’obiettivo principale di EUFOR consiste nella tutela del “Safe and Secure Environment” (SASE) in Bosnia Erzegovina.
Essa esercita inoltre funzioni collaterali, come il sostegno alle Forze armate locali e il controllo della situazione degli armamenti nel Paese. Alla Missione contribuiscono oggi più di 20 Paesi, alcuni dei quali extra-UE.
Dal gennaio 2026, dopo 17 anni, l’Italia è tornata ad esercitare il Comando della Missione con il Generale di Divisione Maurizio Fronda.
Un’evoluzione importantissima, che non a caso ha fatto seguito a un’aumentata attenzione politica alla Missione, testimoniata dalla visita al Contingente italiano compiuta nel dicembre 2025 dal ministro della Difesa Guido Crosetto.
EUFOR costituisce uno dei pilastri fondamentali della cd. “supervisione internazionale” sulla Bosnia Erzegovina, che idealmente dovrebbe potersi ridurre con l’avverarsi delle condizioni di sicurezza e di stabilità che tutti auspichiamo: lo scenario attuale, connotato dagli strascichi della più grave crisi politico-costituzionale degli ultimi anni avutasi lo scorso anno, non consente tuttavia di formulare ipotesi certe e la funzione deterrente della Missione è ancora indispensabile.
Rispetto a EUFOR, la presenza dell’Alleanza Atlantica in Bosnia Erzegovina è maggiormente orientata al sostegno alle Forze Armate locali.
La NATO è presente con un proprio Comando in loco, recentemente rafforzato da una “Cellula di sostegno all’impegno politico”.
I numeri sono però ovviamente minori rispetto a quelli dispiegati da EUFOR.
In passato, la Presidenza della Bosnia Erzegovina aveva formalizzato l’intenzione del Paese di aderire alla NATO.
Tuttavia, nel corso degli anni la questione è diventata politicamente sensibile: la componente serbo-bosniaca è infatti oggi contraria a un’adesione all’Alleanza, pur mostrandosi favorevole a una rafforzata collaborazione con la stessa.
Questa collaborazione è oggi innegabilmente in essere e potrà essere ulteriormente rafforzata, consentendo un irrobustimento delle Forze armate della Bosnia Erzegovina.
La dimensione culturale riveste una posizione centrale dell’azione diplomatica italiana in Bosnia Erzegovina anche come strumento di riconciliazione e di consolidamento dei rapporti bilaterali. Che attività sono state svolte e quali verranno svolte?
La componente culturale rappresenta il fiore all’occhiello della nostra diplomazia in Bosnia Erzegovina. Possiamo del resto contare su un terreno molto fertile: la popolazione bosniaco-erzegovese nutre in effetti un enorme interesse per tutto ciò che è di provenienza italiana, soprattutto in ambito culturale. Fin dal primo giorno di lavoro ho preso contatto con alcuni grandi nomi della scena culturale italiana da anni coinvolti in iniziative in Bosnia Erzegovina – dal Maestro Pistoletto, all’arch. Renzo Piano, il celebre flautista Andrea Griminelli, e così via. Ma non ci stiamo limitando ai grandi nomi: recentemente, ad esempio, la nostra Ambasciata ha organizzato a Sarajevo un concerto del rapper italo-bosniaco Alen Đokić, in arte Doppeltata: un perfetto esempio dei ponti che l’arte può costruire tra i nostri due Paesi. Anche nel quadro delle tradizionali rassegne tematiche promosse dalla Farnesina, stiamo cercando di proporre un ritratto sfaccettato ed aggiornato della cultura italiana contemporanea. Infine, non posso non menzionare il progetto del Museo Ars Aevi di Sarajevo. La collezione di arte contemporanea “Ars Aevi” (anagramma parziale della parola Sarajevo) ebbe origine durante l’assedio di Sarajevo, quanto artisti da tutto il mondo decisero di donare alcune loro opere in segno di solidarietà con la città. Diverse gallerie e artisti italiani furono in prima linea: tra di essi, basti qui ricordare il già citato Michelangelo Pistoletto. A guerra finita, proprio l’arch. Renzo Piano disegnò il progetto della struttura museale che dovrebbe ospitare queste opere, ora sparse in diversi Musei della città. Dopo anni di stallo, l’Italia – attraverso i fondi dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) – ha potuto finanziare la progettazione esecutiva dell’edificio museale, passaggio fondamentale per la cantierizzazione dell’opera. E ora il nostro Paese sta co-finanziando – insieme ad UNESCO, alle autorità locali e ad altri Paesi UE – i lavori di costruzione dell’edificio, che speriamo vengano ultimati il più rapidamente possibile.
Ho letto che tra Italia e Bosnia Erzegovina ci sono accordi di cooperazione scientifica e accademica tra istituzioni universitarie e di ricerca. Ce ne può parlare?
La collaborazione tra le realtà accademiche italiane e bosniaco-erzegovesi rappresenta un grandissimo valore aggiunto. Mi permetto di menzionare due esempi concreti. L’Università Bicocca di Milano ha avviato negli scorsi anni una proficua attività di collaborazione con un pool di Università della Bosnia Erzegovina. Grazie ai finanziamenti dell’Iniziativa Centro-Europea (InCE), questa collaborazione ha portato alla pubblicazione di un “glossario costituzionale” – quanto mai utile vista la complessità del sistema istituzionale bosniaco-erzegovese – e poi a un libro sulla auspicata transizione “da Dayton a Bruxelles”. Sul piano della cooperazione scientifica, segnalo invece che l’Istituto Neurologico “Carlo Besta” di Milano ha recentemente avviato un’eccellente cooperazione con la Facoltà di Medicina dell’Università di Sarajevo. Questi sono ottimi esempi degli straordinari ponti accademici e scientifici fra i nostri due Paesi.
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