Di Giuseppe Gagliano
WASHINGTON D.C. Negli hangar blindati della US Navy si sente l’urgenza.
Il tempo stringe, e nei mari del Pacifico si profila uno scontro sempre meno virtuale.
A lanciare l’allarme non è solo l’Intelligence, ma anche l’industria: la cantieristica navale americana rischia di non reggere l’urto con quella cinese, che negli ultimi dieci anni ha compiuto un balzo industriale e militare paragonabile solo a quello degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra mondiale.

Il dato è secco: il Dragone ha superato gli Stati Uniti nel numero assoluto di unità navali.
A fine 2024, la Cina disponeva di circa 370 unità di superficie (inclusi cacciatorpediniere, fregate, corvette e navi da sbarco), contro le circa 290 della US Navy.

Non è solo una questione numerica.
L’arsenale navale di Pechino è più giovane, più omogeneo e prodotto in tempi record.
I cantieri cinesi – in particolare Jiangnan, Hudong-Zhonghua e Dalian – impiegano manodopera abbondante, ricevono sussidi pubblici diretti e operano secondo una logica integrata con lo Stato Maggiore della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN).
Sul piano tecnico, la Cina ha ormai raggiunto la maturità anche nei segmenti più avanzati: il cacciatorpediniere Tipo 055 è un esempio da manuale.

Con 12 mila tonnellate di stazza, radar AESA a quattro facce, lanciamissili verticali universali (112 VLS) e sistemi avanzati di guerra elettronica, è un concorrente diretto dell’Arleigh Burke Flight III americano.
E proprio questa parità nei sistemi avanzati accende le spie rosse al Pentagono.
Da qui la decisione, negli ultimi mesi, di spingere per un Naval Industrial Surge, ovvero un’accelerazione concertata della produzione navale. Obiettivo: portare il ritmo produttivo minimo a 3 cacciatorpediniere e 2 sottomarini d’attacco all’anno entro il 2028.
Oggi i numeri sono ben più modesti: un solo SSN Virginia-class ogni 18-20 mesi, due DDG-51 all’anno con ritardi cronici. Le cause? Mancanza di manodopera specializzata, colli di bottiglia nella filiera dell’acciaio navale ad alta resistenza, e una catena logistica ancora troppo esposta alla Cina per componenti elettronici e semiconduttori.
Dal punto di vista strategico, Washington è consapevole che la deterrenza si costruisce anche con la quantità.
La strategia americana nei confronti della Cina – soprattutto nello scenario dell’isola di Taiwan –-si basa su tre pilastri: superiorità nei sottomarini d’attacco, dominio nelle reti di comando e controllo, e capacità di proiezione a lungo raggio attraverso gruppi da battaglia aeronavali.
Ma questi pilastri rischiano di sgretolarsi se non si affianca una flotta numericamente solida, in grado di sostenere operazioni multi-teatro in caso di conflitto prolungato.
L’altra grande paura è la “guerra di attrito”.
La US Navy ha costruito il suo modello operativo intorno a piattaforme d’élite, ipertecnologiche, ma costose e lente da produrre.
La Cina, invece, punta su navi più semplici, prodotte in serie, capaci di saturare e logorare l’avversario.

Il Pentagono sta studiando un cambio di paradigma: rilanciare navi leggere, robotizzate, e moduli di combattimento autonomi.
Il progetto DDG(X), il nuovo cacciatorpediniere con propulsione elettrica integrata e VLS di nuova generazione, è in fase di definizione, ma non arriverà prima del 2032.
Nel frattempo, ci si affida a retrofit e aggiornamenti.
Le implicazioni sono globali. Il riarmo navale americano non riguarda solo la Cina.
Serve anche a rassicurare gli alleati del Pacifico – Giappone, Corea del Sud, Australia – e a mostrare a Mosca e Teheran che l’impegno americano resta globale.
Alcuni analisti parlano già di una nuova “Triplice navale” che unisce Cina, Russia e Iran nella sfida al dominio marittimo USA. Washington risponde con alleanze come AUKUS e nuovi accordi logistici con le Filippine.
In conclusione, non è solo una guerra tra navi. È una corsa tra modelli.
L’efficienza autoritaria e pianificata della cantieristica cinese contro la flessibilità (ma anche la lentezza) del sistema industriale americano.
La sfida si gioca oggi nei bacini di carenaggio, ma domani – forse – nelle acque di Taiwan.
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