Stati Uniti: la decisione Trump di escludere Reuters, AP e Bloomberg. Tutte le implicazioni politiche, economiche e giornalistiche

Di Giuseppe Gagliano 

WASHINGTON D.C.  La prima riunione di Gabinetto dell’Amministrazione Trump ha visto un fatto insolito: alcuni tra i principali media internazionali – tra cui Reuters e Associated Press (AP) – sono stati esclusi dalla copertura, mentre solo testate selezionate (spesso considerate più favorevoli al Presidente) hanno potuto partecipare.

In particolare, la Casa Bianca limitò l’accesso di giornalisti di Reuters, AP, HuffPost e del tedesco Tagesspiegel, ammettendo invece outlet come ABC, Newsmax, Axios, The Blaze, Bloomberg News e NPR.

La Casa Bianca sede del Presidente USA

 

Questa scelta rappresenta una rottura con la prassi storica: tradizionalmente, è l’Associazione dei Corrispondenti della Casa Bianca (WHCA) a coordinare un pool di giornalisti per eventi ristretti, garantendo una rotazione equa tra le testate accreditate. L’episodio, unito ad altri segnali di tensione tra la presidenza Trump e la stampa, ha sollevato forti reazioni e preoccupazioni.

Di seguito analizziamo nel dettaglio le implicazioni politiche, le ricadute economiche e l’impatto giornalistico di questa decisione, alla luce di fonti affidabili, dati e commenti di esperti.

Aspetti politici: strategia, precedenti e relazioni con i media

Fin dall’inizio del mandato, Donald Trump ha adottato un atteggiamento marcatamente conflittuale verso la stampa tradizionale.

Uno dei suoi principali consiglieri, Steve Bannon, etichettò i media mainstream come “partito di opposizione”, sostenendo che dovessero “tenere la bocca chiusa”.

Lo stesso Trump confermò questa visione, accusando una “grande parte dei media” di essere disonesti e schierati contro di lui. In questo contesto, escludere Reuters, AP e altre testate autorevoli dalla riunione di gabinetto appare come una mossa strategica coerente con l’idea di bypassare i media critici e favorire canali informativi più allineati.

Infatti, tra gli invitati figuravano outlet conservativi o ritenuti vicini a Trump (ad esempio Newsmax e The Blaze), segno della volontà di controllare la narrativa mediatica intorno all’evento.

Questa scelta politica rappresenta un allontanamento dalle norme democratiche consolidate.

Storicamente, persino in momenti di tensione con la stampa, le Amministrazioni USA hanno evitato di escludere sistematicamente i media maggiori.

Ad esempio, nel 2009 l’Amministrazione Obama tentò di escludere Fox News da un pool di interviste, ma tutte le altre reti televisive si opposero solidarizzando con Fox, costringendo la Casa Bianca a fare marcia indietro.

Nel caso di Trump, invece, l’amministrazione ha imposto unilateralmente i nuovi criteri di accesso, ignorando le proteste iniziali.

La WHCA denunciò immediatamente la nuova politica, diffondendo una dichiarazione di ferma opposizione.

Persino testate coinvolte direttamente hanno reagito: HuffPost criticò la decisione definendola una violazione del Primo Emendamento sulla libertà di stampa.

Sul piano politico interno, dunque, l’esclusione di Reuters, AP e Bloomberg (tradizionalmente membri permanenti del pool stampa) ha incrinato ulteriormente i rapporti tra Casa Bianca e media istituzionali.

Ha anche sollevato dubbi sulle motivazioni: in almeno un caso, l’Amministrazione Trump avrebbe punito AP per ragioni apparentemente propagandistiche.

L’Agenzia si sarebbe rifiutata di adottare il termine “Gulf of America” al posto di Golfo del Messico, come preteso da Trump, venendo quindi estromessa dal pool.

Questo episodio, al limite dell’assurdo, indica un tentativo di influenzare la linea editoriale dei media, condizionando perfino il linguaggio usato nelle notizie. Una tale ingerenza politica nelle scelte giornalistiche, unita alla selezione arbitraria degli invitati, mina la fiducia tra governo e stampa e ricorda i metodi di leader autoritari che cercano di plasmare il panorama mediatico a proprio vantaggio.

Non a caso, osservatori ed esponenti politici di entrambi i partiti hanno espresso allarme. Il senatore repubblicano John McCain – eroe di guerra e voce influente del Congresso – avvertì che sopprimere la stampa libera è “come iniziano i dittatori”, sottolineando che “senza una stampa libera e spesso critica, la democrazia rischia di perdere le proprie libertà”.

In effetti, quando i Governi consolidano il potere zittendo le voci indipendenti, seguono derive autoritarie.

Analogamente, la senatrice Jeanne Shaheen dichiarò che gli attacchi di Trump ai media sono “molto pericolosi” perché un “pressing” presidenziale per manipolare o delegittimare la stampa erode i pilastri democratici. Anche su scala internazionale, l’atteggiamento dell’Amministrazione Trump è stato accostato a quello di regimi poco liberali: nel 2018 il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) inserì Trump nella lista dei “Press Oppressors”, accanto a leader come Erdoğan (Turchia) e Al-Sisi (Egitto), per il suo impegno nell’indebolire le norme a tutela della libertà di stampa.

Il CPJ evidenziò che questi leader “hanno fatto di tutto per silenziare le voci critiche e indebolire la democrazia”.

In sintesi, sul piano politico la decisione di escludere Reuters, AP e altri media indipendenti appare sia come atto tattico interno – per evitare contraddittorio e coperture sgradite – sia come segnale pericoloso di deroga ai principi democratici, in linea con tendenze autoritarie storiche.

Implicazioni economiche: mercati, investitori e trasparenza informativa

Una stampa libera e accessibile non è solo un valore politico, ma anche un fattore cruciale per la fiducia economica.

Le Agenzie internazionali come Reuters, AP e Bloomberg forniscono notizie in tempo reale a migliaia di testate, imprese e operatori finanziari in tutto il mondo.

Secondo una dichiarazione congiunta dei direttori di queste tre agenzie, gran parte delle notizie dalla Casa Bianca che raggiungono il pubblico globale proviene proprio dai servizi delle wire (agenzie di stampa). Limitare l’accesso di tali fonti significa rischiare di ridurre la diffusione di informazioni accurate e tempestive sulla presidenza, con potenziali ripercussioni sui mercati finanziari e sulla fiducia degli investitori.

I vertici di AP, Reuters e Bloomberg hanno avvertito che qualsiasi restrizione governativa a queste Agenzie “minaccia” il principio di un’informazione libera, danneggiando la diffusione di notizie affidabili verso “persone, comunità, imprese e mercati finanziari globali” che dipendono fortemente dal loro lavoro. In altri termini, oscurare o ritardare l’accesso di questi media ai fatti governativi significa limitare la trasparenza economica, creando potenziali zone d’ombra informative.

Le borse e gli investitori reagiscono infatti anche al flusso di notizie politiche. In condizioni normali, le agenzie garantiscono che qualunque decisione o dichiarazione significativa del Presidente venga immediatamente riportata e scrutinata, permettendo al mercato di valutare con cognizione di causa.

Se solo testate selezionate e magari schierate hanno accesso, si rischia un ritardo o filtro nelle informazioni disponibili al pubblico degli investitori.

Questo potrebbe tradursi in maggiore volatilità (poiché le notizie non vengono diffuse in modo uniforme) o, peggio, nella circolazione di notizie parziali non verificate su cui qualcuno potrebbe speculare.

Bloomberg News e Reuters, in particolare, sono punti di riferimento per gli operatori finanziari: escluderli da un evento istituzionale cruciale poteva sollevare interrogativi sulla capacità del mercato di ottenere dati oggettivi sull’operato del governo.

Bisogna considerare anche l’impatto sulle aziende mediatiche stesse.

Reuters, AP e Bloomberg basano il loro modello di business sulla capillarità e autorevolezza delle loro coperture. Essere tagliati fuori da incontri chiave significa offrire un servizio incompleto ai propri abbonati (che includono giornali, televisioni, investitori e società di analisi finanziaria). In prospettiva, se una tale politica restrittiva fosse proseguita, il valore commerciale di queste agenzie avrebbe potuto risentirne, così come la fiducia che i clienti ripongono nella loro capacità di fornire tutte le notizie importanti senza interferenze.

Allo stesso tempo, favorire determinati media “amici” può alterare la concorrenza nel settore dell’informazione: testate come Newsmax o blog partisan avrebbero ottenuto un vantaggio ingiusto in termini di accesso esclusivo, pur non avendo la stessa rete distributiva globale.

Ciò crea distorsioni nel mercato dei media e, potenzialmente, un ecosistema informativo meno equilibrato, dove gli investitori più grandi (che fanno affidamento su fonti globali) potrebbero essere paradossalmente meno informati rispetto a segmenti di pubblico di nicchia legati a canali privilegiati.

Diversi studi economici confermano che la trasparenza informativa e la libertà di stampa hanno ricadute misurabili sulla performance economica di un Paese.

Un’analisi su 97 Stati dal 1972 al 2014) ha rilevato che quando la libertà di stampa subisce un arretramento, si registra anche un calo del tasso di crescita del PIL dell’ordine dell’1-2%.

Ciò avviene perché una stampa imbavagliata spesso si accompagna a minore fiducia nel sistema, a più alti livelli di corruzione e a decisioni economiche prese senza il vaglio pubblico.

Al contrario, un’informazione libera funge da “cane da guardia” contro abusi e opacità – elementi che, se non controllati, minano la prosperità economica. In sintesi, le implicazioni economiche di politiche come quella adottata dall’amministrazione Trump non vanno sottovalutate: oltre a essere un affronto ai media indipendenti, sono potenzialmente dannose per la stabilità e l’efficienza dei mercati, che prosperano in un clima di informazione aperta e affidabile.

Impatto giornalistico: libertà di stampa, precedenti storici e rischi per la democrazia

L’esclusione mirata di testate autorevoli da un evento governativo di primo piano costituisce un grave precedente dal punto di vista giornalistico.

Negli Stati Uniti, la libertà di stampa è tutelata dal Primo Emendamento e la tradizione vuole che anche le amministrazioni più criticate rispettino il ruolo dei media indipendenti come watchdog (cani da guardia) del potere.

La decisione dell’Amministrazione Trump di scegliere chi può “seguire da vicino” il Presidente – scavalcando la gestione neutrale del pool stampa da parte della WHCA – è stata percepita come un attacco diretto all’indipendenza dei media.

Le tre Agenzie internazionali colpite hanno congiuntamente ribadito che “è essenziale in una democrazia che il pubblico abbia accesso a notizie sul proprio governo attraverso una stampa libera e indipendente”.

Qualunque mossa governativa per limitare questo accesso viene vista come una minaccia a tale principio fondamentale.

Dal punto di vista dei giornalisti, essere esclusi significa non poter svolgere il proprio compito di informare in modo completo e di porre domande scomode ai potenti.

In questo caso, Reuters e AP – note per il loro approccio fact-based e imparziale – sono state messe nell’impossibilità di riportare direttamente ai cittadini quanto avveniva in una sede decisionale cruciale. Ciò ha implicazioni preoccupanti: se il governo può selezionare solo cronisti compiacenti, il rischio è di ottenere una copertura distorta o unilaterale degli eventi pubblici.

I giornalisti ammessi potrebbero infatti evitare domande critiche o edulcorare i resoconti per mantenere il privilegio di accesso. Questo indebolisce il principio di responsabilità (accountability) dei governanti verso l’opinione pubblica, perché vengono meno il contraddittorio e il controllo indipendente.

Un tale scenario richiama alla mente vicende di paesi non democratici, dove la stampa di opposizione viene progressivamente isolata o ridotta al silenzio, lasciando spazio soltanto alla propaganda governativa.

I precedenti storici negli USA evidenziano quanto sia pericolosa la strada di uno scontro frontale con la stampa.

Durante lo scandalo Watergate negli anni ’70, il Presidente Nixon inserì giornalisti sgraditi in una sua “lista di nemici” e alimentò un clima tossico verso i media, definendoli “nemici” in privato.

Il complesso del Watergate

 

Tuttavia, anche Nixon esitò dal compiere passi formali per bandire testate dalle conferenze stampa, consapevole del contraccolpo che ciò avrebbe causato.

L’Amministrazione Trump invece ha oltrepassato questa linea, generando timori tra gli osservatori della democrazia. Organizzazioni come Reporters Without Borders (RSF) e lo stesso CPJ hanno documentato un deterioramento dell’ambiente mediatico negli Stati Uniti durante la presidenza Trump. Nel World Press Freedom Index di RSF, gli USA sono scivolati nella categoria di paese “problematico” per i giornalisti: nel 2019 sono al 48° posto mondiale, in netto peggioramento rispetto agli anni precedenti. Questo declassamento – il peggiore di sempre per gli Stati Uniti – è attribuito a un “clima sempre più ostile” verso i giornalisti, che va oltre i commenti di Trump, ma certo è stato esacerbato dalla sua retorica e dai suoi atti di rottura.

Il mantra del “fake news” usato ripetutamente da Trump per delegittimare le notizie sfavorevoli ha avuto conseguenze che vanno oltre i confini nazionali: numerosi autocrati nel mondo (dall’Egitto al Myanmar) hanno adottato lo slogan della “stampa bugiarda” per giustificare censure e repressioni nei loro paesi. In altre parole, gli attacchi di un presidente americano alla stampa hanno dato copertura retorica a governanti anti-democratici altrove, indebolendo gli sforzi globali per la libertà di informazione.

Alla luce di ciò, il rischio per la democrazia insito in episodi come l’esclusione di Reuters, AP e Bloomberg è duplice.

Da un lato si rischia, nel breve termine, di privare i cittadini di informazioni indipendenti su ciò che fa il governo, ostacolando la formazione di un’opinione pubblica informata. Dall’altro, nel lungo termine, si crea un precedente pericoloso: normalizzare l’idea che il governo possa arbitrare chi tra i media è “degno” di seguire il potere, aprendo la porta ad abusi futuri.

Come ha sottolineato McCain, “se vuoi preservare la democrazia… devi avere una stampa libera e, molte volte, avversa. Senza di essa… perdiamo a poco a poco le nostre libertà”.

Sminuire o ostacolare la libera stampa significa dunque giocare con un equilibrio delicato su cui si fonda la democrazia stessa.

Non è un caso che la Costituzione americana protegga la libertà dei media.

i Padri Fondatori riconobbero che solo attraverso una stampa indipendente il Governo può essere davvero tenuto responsabile di fronte al popolo.

Conclusione

La decisione dell’Amministrazione Trump di escludere le tre Agenzie di stampa  (e altri media critici) dalla prima riunione di Gabinetto non può essere liquidata come un semplice screzio con la stampa.

Al contrario, essa ha implicazioni profonde: politicamente, segna un passo verso la personalizzazione del potere e il rifiuto delle regole condivise nel rapporto con i media; economicamente, mina la fiducia che mercati e investitori ripongono nella trasparenza delle istituzioni, potenzialmente influenzando l’ambiente economico e la reputazione del paese; giornalisticamente – e soprattutto – attacca un cardine della democrazia, la libertà di stampa, ponendo le basi per una società meno informata e quindi meno libera.

Gli esperti e i dati concordano su un punto essenziale: quando la stampa viene limitata, a perderci non sono solo i giornalisti, ma l’interesse pubblico, la salute dell’economia e la vitalità della democrazia.

La vicenda in esame è dunque un monito sull’importanza di difendere l’indipendenza dei media come bene collettivo: senza di essa, si indeboliscono i legami di fiducia tra governanti e governati e, in ultima analisi, la qualità stessa della vita democratica.

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