Stati Uniti: linguisti, la nuova arma letale del Pentagono. Il Congresso si mobilita

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C.  La “letalità” è il nuovo mantra che echeggia nei corridoi del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

Non si tratta solo di droni, missili o carri armati: oggi, nell’era delle guerre ibride e delle battaglie informatiche, la vera arma letale potrebbe essere un soldato capace di decifrare una conversazione in pashto o di interpretare un cablogramma in mandarino.

E così, mentre il Pentagono ridefinisce le sue priorità, un gruppo bipartisan di legislatori – molti con un passato nell’intelligence navale – sta spingendo il Congresso a investire in una risorsa tanto antica quanto cruciale: i linguisti militari.

 

L’immagine del Pentagono vista dal lato

 

La “letalità” del linguaggio

Negli ultimi mesi, la parola “letalità” è diventata il faro della strategia militare americana.

Durante un’audizione al Congresso lo scorso aprile, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha esortato i leader dell’Esercito a “eliminare costi superflui” e concentrarsi su ciò che rende le forze armate più efficaci. Ma in un mondo dove i conflitti si combattono tanto nelle stanze dei negoziati quanto sui campi di battaglia, la conoscenza linguistica è emersa come un moltiplicatore di forza. Lo dimostrano post recenti su X, dove figure come il deputato Jimmy Panetta hanno sottolineato l’importanza del Defense Language Institute di Monterey, in California, definito “un pilastro per l’intelligence, la diplomazia e la prontezza globale”.

Pete Hegseth, Segretario Generale alla Difesa statunitense

 

Il Fluent Forces Act: un fronte bipartisan

Al centro di questa spinta c’è il Fluent Forces Act, una proposta di legge guidata da legislatori come Panetta e Jen Kiggans, entrambi con radici nell’intelligence navale.

Il deputato Jimmy Panetta

 

L’obiettivo? Proteggere e potenziare il Defense Language Institute Foreign Language Center (DLIFLC), un’istituzione che forma linguisti militari capaci di operare in oltre 40 lingue, dall’arabo al coreano.

La legge risponde a un problema concreto: il Dipartimento della Difesa, sotto pressione per ottimizzare il bilancio, sta riducendo i fondi per la formazione linguistica. Ma, come ha twittato Kiggans, “i linguisti militari sono gli eroi silenziosi che colmano le lacune nell’intelligence e nella diplomazia”.

Perché tanta urgenza? I numeri parlano chiaro.

Secondo un rapporto del 2023 del Government Accountability Office, il Pentagono ha una carenza cronica di linguisti qualificati, con solo il 60% delle posizioni linguistiche critiche coperte adeguatamente. In teatri operativi come il Medio Oriente o l’Indo-Pacifico, questa lacuna può significare la differenza tra prevenire un attacco o subirlo.

Geopolitica e parole: il nuovo campo di battaglia

La necessità di linguisti non è un capriccio accademico.

La Cina, con la sua crescente influenza globale, comunica in una lingua che pochi in Occidente padroneggiano.

La Russia, nonostante le sanzioni, continua a operare in regioni dove il russo è la lingua franca.

E gruppi non statali, come quelli attivi in Africa o in Medio Oriente, usano dialetti locali che sfuggono agli algoritmi di traduzione automatica.

In questo contesto, un linguista militare non è solo un traduttore: è un analista, un negoziatore, un ponte verso culture che le armi non possono raggiungere.

Il Fluent Forces Act non si limita a chiedere più fondi per il DLIFLC.

Propone anche di integrare la formazione linguistica con tecnologie avanzate, come l’intelligenza artificiale, per accelerare l’apprendimento e migliorare l’analisi dei dati intercettati.

Ma, come sottolineano i promotori, la tecnologia non può sostituire l’elemento umano: un software può tradurre una frase, ma solo un linguista può cogliere le sfumature di una minaccia velata.

Un Congresso unito, ma le sfide restano

La proposta gode di un raro sostegno bipartisan, un segnale che, in un Congresso spesso diviso, la sicurezza nazionale rimane un terreno comune.

Tuttavia, le sfide non mancano. Il Pentagono, alle prese con il bilancio per il 2026, deve bilanciare gli investimenti in linguisti con quelli in tecnologie all’avanguardia, come i sistemi di droni e le difese anti-UAS.

Inoltre, formare un linguista richiede anni, non mesi, e il reclutamento di giovani disposti a imparare lingue complesse come il dari o l’urdu non è semplice in un mercato del lavoro competitivo.

La lezione del passato

La storia ci insegna che le lingue sono state decisive in ogni grande conflitto.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, i Navajo Code Talkers confusero i giapponesi con il loro codice basato su una lingua indigena.

I Navajo Code Talkers

 

Oggi, il campo di battaglia è più complesso, ma il principio resta lo stesso: chi comprende il nemico ha un vantaggio strategico.

La “letalità” del Pentagono, dunque, non si misura solo in proiettili o megabyte.

Si misura nella capacità di ascoltare, capire e rispondere in un mondo che parla mille lingue.

Il Fluent Forces Act è un passo in questa direzione, ma il successo dipenderà dalla volontà di investire non solo in armi, ma in menti capaci di decifrarle.

Fonti: Reuters, Government Accountability Office, post su X, Soldier Systems Daily#Pentagono #Linguisti #FluentForcesAct #Difesa #Geopolitica

*Presidente Centro Studi Cestudec

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