Stretto di Hormuz: Gli Emirati e il salto verso la guerra aperta. Abu Dhabi spinge Washington oltre la soglia dello scontro armato

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C.  Dietro la crisi dello Stretto di Hormuz non c’è più soltanto il confronto diretto tra Stati Uniti e Iran.

Sta emergendo con sempre maggiore chiarezza il ruolo attivo delle monarchie del Golfo, e in particolare degli Emirati Arabi Uniti, che non sembrano più limitarsi alla classica richiesta di protezione americana, ma puntano a orientare l’escalation in una direzione precisa: usare la forza per spezzare il controllo iraniano sullo Stretto e ridisegnare i rapporti di forza regionali. È questo il significato strategico della disponibilità emiratina a partecipare a un’operazione militare per riaprire Hormuz.

La telefonata tra Mohamed bin Zayed e Donald Trump, nel pieno dell’escalation regionale, non è dunque un dettaglio diplomatico.

Presidente Sheikh Mohammad Bin Zayed Al Nahyan (MBZ)

È il segnale di una convergenza politica che va oltre la semplice difesa della libertà di navigazione.

Abu Dhabi sta cercando di trasformare una crisi marittima in un’occasione geopolitica: indebolire l’Iran, consolidare il rapporto con Washington e, se possibile, rimettere sul tavolo anche le rivendicazioni territoriali sulle isole contese come Abu Musa.

La leva marittima che decide l’economia mondiale

Lo Stretto di Hormuz resta il vero nervo scoperto del sistema energetico globale.

Lo Stretto di Hormuz

Da lì passa una quota decisiva dei flussi mondiali di petrolio e di gas naturale liquefatto.

Per questo la chiusura imposta dall’Iran non è soltanto un atto di pressione militare, ma una forma di guerra geoeconomica. Teheran sa di non poter competere simmetricamente con la superiorità militare americana, ma sa anche che può colpire il punto più sensibile dell’avversario e dei suoi alleati: il mercato energetico mondiale, i premi assicurativi, i costi del trasporto, la fiducia degli investitori, la stabilità delle catene di approvvigionamento.

Da questo punto di vista, la posizione degli Emirati appare comprensibile ma anche rischiosissima. Per Abu Dhabi, lasciare l’Iran padrone del rubinetto energetico del Golfo equivale ad accettare una condizione di vulnerabilità permanente.

Ma chiedere una riapertura forzata dello Stretto significa anche innescare una dinamica che potrebbe sfuggire rapidamente di mano, trasformando una crisi di interdizione navale in una guerra regionale generalizzata.

La logica emiratina: non più contenere, ma colpire

Gli Emirati sembrano aver superato la fase della prudenza tattica. Non chiedono più soltanto che l’Iran venga contenuto. Vogliono che venga respinto, ridimensionato e forse persino costretto a una mutazione del proprio comportamento strategico. L’idea di una coalizione militare internazionale, il sostegno a una possibile occupazione di isole controllate da Teheran e perfino il tentativo di coprire tutto ciò con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza mostrano una strategia lucida: dare veste legale e multilaterale a un’operazione di forza che, nella sostanza, rappresenterebbe una rottura storica.

Qui si vede il punto centrale. Le monarchie del Golfo non ragionano più solo in termini difensivi.

La sequenza degli attacchi iraniani contro Kuwait, Bahrein, Qatar ed Emirati ha rafforzato in alcune capitali arabe la convinzione che non basti sopravvivere ai colpi di Teheran: occorra approfittare della guerra in corso per cambiare definitivamente il quadro strategico regionale.

Valutazione militare: liberare Hormuz non è un’operazione chirurgica

Sul piano militare, tuttavia, la riapertura forzata dello Stretto è molto più complessa di quanto la retorica politica lasci intendere.

Hormuz non è un semplice corridoio da pattugliare, ma uno spazio saturo di minacce asimmetriche: missili costieri, droni, mine navali, barchini veloci, batterie mobili, sabotaggi indiretti.

L’Iran non ha bisogno di dominare il mare in senso tradizionale. Gli basta renderlo troppo pericoloso per una navigazione normale.

Questo significa che qualunque operazione occidentale o arabo-occidentale non potrebbe limitarsi a una missione di scorta ai convogli. Dovrebbe neutralizzare assetti iraniani sulle coste, colpire nodi logistici e probabilmente occupare punti sensibili.

In altre parole, non si tratterebbe di una semplice operazione navale, ma di una campagna aeronavale con possibili estensioni terrestri. L’invio di marines nella regione va letto in questa chiave: preparazione di opzioni coercitive che potrebbero andare ben oltre il mero presidio marittimo.

Il paradosso del Golfo: alleati colpiti ma pronti a rilanciare

C’è però un paradosso che dice molto dello stato della regione.

I Paesi del Golfo sono stati colpiti direttamente o indirettamente dagli effetti della guerra e, al tempo stesso, alcune loro leadership sembrano intenzionate a usare proprio questi attacchi come argomento per spingere gli Stati Uniti a non fermarsi. In apparenza è una contraddizione, ma in realtà è la logica tipica delle guerre per procura che diventano guerre di riallineamento: il costo immediato viene accettato se si ritiene che il vantaggio strategico finale sia più grande.

Arabia Saudita, Emirati, Kuwait e Bahrein sanno che un conflitto lungo e incontrollato è pericoloso. Ma temono ancora di più una conclusione interlocutoria che lasci Teheran capace di minacciare nuovamente infrastrutture, terminali, aeroporti e rotte energetiche.

È per questo che, almeno in ambienti decisionali del Golfo, prende corpo l’idea che la guerra non debba chiudersi senza un mutamento sostanziale del comportamento iraniano, o addirittura senza una trasformazione degli equilibri interni al regime.

La posta geopolitica reale

La posta in gioco, quindi, non è soltanto la libertà di navigazione. È la definizione del nuovo ordine del Golfo. Se gli Stati Uniti accettassero di guidare un’azione militare per riaprire Hormuz, entrerebbero in una fase qualitativamente diversa del conflitto: non più semplice risposta a provocazioni o protezione di alleati, ma intervento diretto per imporre un nuovo equilibrio strategico nella regione. E gli Emirati, con la loro insistenza, stanno cercando esattamente questo: vincolare Washington a una linea più dura e irreversibile.

Lo scenario economico: il prezzo della vittoria potrebbe essere enorme

Anche nel caso in cui una coalizione riuscisse a riaprire materialmente lo Stretto, il costo economico resterebbe enorme. I mercati reagiscono non solo alla chiusura effettiva delle rotte, ma all’incertezza sulla loro sicurezza futura.

Premi assicurativi, costi logistici, volatilità del greggio e del gas, tensioni sui mercati asiatici ed europei: tutto questo continuerebbe anche dopo un’eventuale operazione militare, soprattutto se l’Iran mantenesse capacità residue di interdizione.

In questo senso, la strategia emiratina contiene una scommessa ad alto rischio: distruggere la leva iraniana prima che l’economia mondiale si adatti al disordine.

Ma ogni scommessa di questo tipo può produrre l’effetto opposto, cioè un allargamento del conflitto e una destabilizzazione ancora più profonda del Golfo.

Una crisi che non riguarda solo il mare

L’impressione finale è che gli Emirati non stiano soltanto reagendo a una minaccia, ma stiano tentando di usare la guerra per ridefinire la regione a proprio vantaggio.

È una strategia audace, ma anche pericolosa. Perché a Hormuz non si decide soltanto chi controlla uno Stretto.

Si decide se il Golfo resterà un sistema basato sulla deterrenza imperfetta oppure entrerà in una fase nuova, in cui la guerra aperta sarà considerata uno strumento normale di regolazione degli equilibri regionali. E una volta varcata quella soglia, tornare indietro sarà molto più difficile di quanto oggi molti a Washington, ad Abu Dhabi o altrove sembrino immaginare.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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