Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. La nuova ondata di attacchi americani contro l’Iran non è un episodio isolato, né una semplice rappresaglia militare.
È il segnale che la fragile tregua tra Washington e Teheran è ormai entrata nella sua fase più pericolosa.

Il Comando militare americano per il Medio Oriente ha rivendicato prima oltre 80 obiettivi colpiti e poi un’altra serie di circa 90 bersagli: difese antiaeree, reti di comando, radar costieri, depositi di missili e droni, infrastrutture logistiche e mezzi dei Guardiani della Rivoluzione.
È da qui che nasce la cifra politica dei circa 170 siti colpiti: non un singolo colpo di teatro, ma una sequenza di attacchi destinata a logorare la capacità iraniana di controllare lo Stretto di Hormuz.
Il punto vero è proprio questo.
Gli Stati Uniti non stanno colpendo l’Iran solo per punirlo. Stanno cercando di spezzare il meccanismo con cui Teheran ha trasformato Hormuz in una strozzatura geopolitica. Chi controlla quello stretto controlla una quota essenziale del traffico energetico mondiale.
Prima della guerra, da lì passava circa un quinto delle forniture petrolifere globali; oggi il passaggio è diventato una partita di forza tra la marina americana e il sistema missilistico-costiero iraniano.
La risposta iraniana e il rischio di allargamento regionale
La reazione iraniana è stata immediata. Teheran ha annunciato attacchi contro infrastrutture militari americane nel Golfo, mentre Kuwait, Bahrein, Qatar e Giordania sono entrati, direttamente o indirettamente, nel perimetro della crisi.
Secondo le ricostruzioni disponibili, le forze iraniane avrebbero preso di mira sistemi Patriot in Kuwait, un sito di allerta in Qatar, un deposito logistico statunitense in Bahrein e obiettivi militari in Giordania.

Il Kuwait ha dichiarato di aver intercettato missili e droni, mentre la Giordania ha riferito l’attivazione delle sirene dopo il rilevamento di missili provenienti dall’Iran.
Questo è il salto di qualità. Finché lo scontro resta confinato tra Stati Uniti e Iran, la crisi è grave ma contenibile. Quando invece entrano in gioco le basi americane disseminate nel Golfo, l’intero sistema di sicurezza regionale viene trascinato dentro il conflitto.
La guerra smette di essere soltanto una disputa tra due capitali e diventa una prova di resistenza per tutte le monarchie del Golfo, costrette a ospitare la potenza americana e, nello stesso tempo, a temere la rappresaglia iraniana.
La dimensione militare: colpire gli occhi, le braccia e i magazzini dell’Iran
Dal punto di vista militare, la logica americana è abbastanza chiara.
Washington non punta, almeno per ora, a un’invasione terrestre né a un cambio immediato di regime. Punta a degradare la macchina operativa iraniana lungo il litorale: radar, difese antiaeree, depositi di missili, droni, piccole unità navali dei Guardiani della rivoluzione, nodi logistici.
In altre parole, gli Stati Uniti cercano di accecare l’Iran, ridurne la capacità di sorveglianza e limitarne la possibilità di minacciare navi mercantili e petroliere.
Ma l’Iran non ha bisogno di vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti.

Gli basta rendere costoso, incerto e politicamente rischioso il transito nello Stretto. Questa è la sua forza asimmetrica: missili, droni, mine, barchini veloci, ambiguità operativa, pressione psicologica sulle compagnie marittime e sulle assicurazioni.
Anche senza chiudere completamente Hormuz, Teheran può far salire il prezzo del rischio. E quando sale il rischio, salgono i costi del trasporto, dell’energia e della sicurezza.
Lo scenario economico: petrolio, assicurazioni, rotte commerciali
La guerra nello Stretto non resta nello Stretto. Ogni missile lanciato nel Golfo arriva, sotto forma di rincari, nelle economie importatrici di energia. I mercati hanno già reagito con nervosismo: il Brent è tornato a muoversi verso l’alto, dopo aver superato temporaneamente gli 80 dollari al barile nella fase di maggiore tensione.
Il problema non è solo il petrolio. È l’intero costo della sicurezza marittima.
Le navi possono continuare a transitare, ma se una parte del traffico spegne i sistemi di localizzazione, se le assicurazioni aumentano i premi, se gli armatori ritardano le partenze o scelgono rotte più lunghe, il danno economico diventa progressivo. Non serve un blocco totale per produrre uno shock. Basta l’incertezza.
In questo quadro, l’Iran possiede una leva formidabile: non può competere con la potenza navale americana, ma può rendere politicamente e finanziariamente onerosa la presenza americana. Washington, a sua volta, deve dimostrare che la libertà di navigazione non dipende dal permesso di Teheran. È una partita di credibilità prima ancora che di potenza.
La dimensione geopolitica: la tregua è finita, la diplomazia è ferita
Donald Trump ha dichiarato che la tregua con l’Iran è, di fatto, conclusa, pur sostenendo di non volere necessariamente una guerra lunga. È la classica ambiguità della coercizione: colpire duramente, alzare il prezzo per l’avversario, ma lasciare aperta una porta negoziale. Il rischio è che questa porta si chiuda proprio mentre tutti fingono di tenerla socchiusa.
Turchia, Oman, Qatar e Pakistan cercano di impedire che la crisi superi il punto di non ritorno.
Ma la diplomazia lavora male quando i missili viaggiano più veloci dei negoziatori. Ogni attacco americano rafforza a Teheran la linea della resistenza. Ogni risposta iraniana rafforza a Washington la tesi secondo cui l’Iran capisce solo il linguaggio della forza.
La valutazione strategica
La superiorità militare americana resta schiacciante. Gli Stati Uniti possono colpire più lontano, più spesso e con maggiore precisione. Ma la superiorità militare non coincide sempre con il successo strategico.
L’Iran gioca una partita diversa: non cerca la vittoria sul campo, cerca la durata, la pressione regionale, la frammentazione delle alleanze americane e l’aumento dei costi economici globali.
Per Washington, il dilemma è evidente: se colpisce troppo poco, appare debole; se colpisce troppo, rischia di trasformare una crisi di navigazione in una guerra regionale. Per Teheran, il pericolo è speculare: se arretra, perde la leva di Hormuz; se eccede, offre agli Stati Uniti il pretesto per una campagna ancora più pesante.
Il risultato è una guerra di soglia. Nessuno dichiara apertamente di volere il conflitto totale, ma ciascuno compie atti che lo rendono più probabile.
Hormuz, ancora una volta, diventa il luogo dove la geografia si trasforma in strategia, l’energia in arma politica e la forza militare in messaggio economico globale.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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