Sudan: il Mar Rosso come bussola strategica di Riad. Dal ruolo di mediatore all’allineamento politico

Di Giuseppe Gagliano*

RIAD.  La visita del Generale Abdel Fattah al-Burhan in Arabia Saudita segna un passaggio che va oltre la diplomazia di circostanza.

Riad non si limita più a presentarsi come mediatore di una guerra civile devastante, ma appare sempre più coinvolta nel ridisegno degli equilibri politici e militari del Sudan.

L’incontro con il principe ereditario Mohammed bin Salman, accompagnato dai principali responsabili della sicurezza e della politica estera saudita, indica che il dossier sudanese è ormai considerato una questione strategica di primo livello.

Dal 2023, il conflitto tra le Forze Armate Sudanesi e le Forze di Supporto Rapido ha prodotto quella che viene definita la peggiore crisi umanitaria al mondo.

Ma per l’Arabia Saudita il Sudan non è solo un’emergenza umanitaria: è un problema di sicurezza diretta.

Il Sudan come retroterra instabile del Mar Rosso

La chiave di lettura principale è geografica.

Il Sudan si affaccia sul Mar Rosso, lo stesso spazio che Riad considera cruciale per la propria proiezione economica e turistica.

La stabilità della costa sudanese è percepita come una condizione necessaria per la riuscita dei grandi progetti di sviluppo legati alla Vision 2030, dalla trasformazione della costa saudita in polo turistico internazionale alla protezione delle rotte commerciali.

In questa prospettiva, la pace in Sudan non è un obiettivo altruistico, ma un interesse di sicurezza nazionale. Estremismo, traffici illegali e flussi incontrollati non devono attraversare il mare e raggiungere il Regno.

La guerra civile sudanese viene quindi letta come una minaccia indiretta, ma concreta, alla stabilità saudita.

L’equilibrio delicato con gli Emirati

Il progressivo avvicinamento di Riad alle SAF di al-Burhan va interpretato anche in chiave regionale.

Gli Emirati Arabi Uniti, accusati da Khartoum di sostenere le RSF, hanno sviluppato una propria strategia in Sudan, inserendola in una più ampia politica di contrasto ai gruppi islamisti.

Una linea che entra in attrito con la visione saudita, non tanto sul rifiuto della Fratellanza Musulmana, condiviso da entrambi, quanto sul rischio che una potenza esterna finisca per esercitare un controllo eccessivo su un Paese chiave del Corno d’Africa.

Per Riad, un Sudan dominato da Abu Dhabi o da qualsiasi altro attore straniero rappresenterebbe un fattore di destabilizzazione regionale.

Da qui la necessità di mantenere un equilibrio, sostenendo politicamente le SAF senza però esporsi apertamente sul piano militare.

Armi negate, influenza mantenuta

Al-Burhan chiede armi, ma l’Arabia Saudita, almeno ufficialmente, non le fornisce.

I dati internazionali sugli scambi di armamenti non indicano trasferimenti sauditi verso il Sudan, mentre le armi continuano ad arrivare da altri attori globali e regionali.

Questa scelta non è neutrale: Riad evita di essere trascinata direttamente nel conflitto, ma utilizza il proprio peso diplomatico come leva di influenza.

Il messaggio è chiaro: sostegno politico sì, coinvolgimento militare diretto no. Una linea che consente al regno di presentarsi come attore responsabile, mantenendo al tempo stesso un canale privilegiato con il comando dell’esercito sudanese.

Islam politico e ambiguità sul terreno

Il nodo dell’islam politico resta uno dei più sensibili.

La roadmap proposta a settembre da Arabia Saudita, Stati Uniti, Emirati ed Egitto esclude qualsiasi ruolo della Fratellanza Musulmana nel futuro del Sudan.

Un’immagine degli scontri in Sudan

Tuttavia, sul campo, diverse milizie islamiste combattono al fianco delle SAF. Al-Burhan nega un’influenza strutturata della Fratellanza nel suo esercito, ma la distinzione tra alleanze tattiche e affinità ideologiche rimane opaca.

Per Riad, il rischio non è solo ideologico, ma di controllo.

Un Sudan frammentato, attraversato da milizie e poteri informali, è incompatibile con l’idea di sicurezza lineare che il regno cerca di costruire lungo il Mar Rosso.

Una mediazione interessata, non neutrale

L’Arabia Saudita continua a parlare di pace, cessate il fuoco e transizione civile.

Ma il suo ruolo non è più quello di un arbitro distante.

È quello di un attore che ha scelto una parte, pur senza dichiararlo apertamente.

La guerra in Sudan non viene più osservata da Riad come una crisi africana, bensì come una variabile della propria sicurezza nazionale e della competizione regionale con gli Emirati.

In questo senso, l’avvicinamento alle SAF non è un cambio di rotta improvviso, ma l’esito logico di una strategia che guarda al Mar Rosso come nuova frontiera geopolitica.

Il Sudan, oggi, è uno dei tasselli su cui si gioca l’equilibrio futuro della regione.

*Presidente Centro Studi Cestudec

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto