Di Fabrizio Scarinci
WASHINGTON/TEHERAN. USA e Iran hanno raggiunto l’accordo e il 19 giugno prossimo si terrà, in Svizzera, la cerimonia di firma ufficiale, in concomitanza della quale dovrebbe anche essere riaperto alla navigazione (a quanto pare senza il pagamento di pedaggi) lo Stretto di Hormuz.
Ad annunciarlo, nel cuore della notte (ora italiana), sia le autorità del Pakistan, Paese che, nel corso degli ultimi mesi, ha svolto un cruciale ruolo di mediazione, sia gli stessi vertici di USA e Iran; entrambi, com’era facile attendersi, con toni trionfalistici.

L’intesa in questione arriva dopo una fase particolarmente turbolenta, in cui, malgrado le trattative in corso, le operazioni belliche non hanno conosciuto sosta; si pensi, a tal proposito, alle due notti di attacchi statunitensi sull’Iran in risposta all’abbattimento di un elicottero d’attacco Apache sulle acque dello Stretto di Hormuz o agli abbattimenti di droni registratisi negli ultimi giorni nell’area del Golfo.
Il tutto senza poi contare la questione riguardante le operazioni israeliane nel Libano meridionale; cosa che già tra il 7 e l’8 giugno ha innescato una ritorsione iraniana contro il territorio dello Stato Ebraico (da cui è poi nata una breve escalation militare tra i due Paesi) e a cui Tel Aviv, a dispetto di quanto concordato da USA e Iran, non intende affatto porre termine.

A ribadirlo, proprio questa mattina, anche il Premier Benjamin Netanyahu, che ha spiegato come Israele necessiti di mantenere il controllo delle regioni del Libano più prossime ai suoi confini settentrionali al fine di proteggere la propria popolazione, e il ministro della Sicurezza Nazionale Ben Gvir, che ha ribadito come l’accordo non comporti nessun vincolo per Israele; Paese che, per quanto possa “amare gli USA”, resta comunque “indipendente e sovrano”.
A tal proposito, occorre sottolineare come, nel corso delle ultime settimane, i rapporti tra Israele e Stati Uniti si siano progressivamente deteriorati.
Alla base di tale crisi sembrerebbe esserci una sempre più profonda divergenza in fatto di interessi strategici. Se, da un lato, infatti, Tel Aviv, continua a perseguire i propri obiettivi regionali e a “tirare per la giacchetta” il proprio alleato maggiore nella speranza di mantenerlo quanto più possibile focalizzato sulle vicende mediorientali (cosa che appare, per certi aspetti, anche comprensibile, considerando la sua complessa situazione), dall’altro, Washington avrebbe elaborato una visione strategica incentrata sul ripristino della propria influenza nell’emisfero occidentale, sul contenimento della Cina e su una razionalizzazione della propria presenza negli altri scacchieri del pianeta, rispetto alla quale la recente escalation militare contro l’Iran, frutto della convinzione di poter ottenere una rapida vittoria in stile venezuelano, si è sostanzialmente rivelata una maldestra diversione.
Una diversione da cui, nel corso degli ultimi mesi, è notoriamente scaturito quel lungo braccio di ferro in cui, se è vero che gli USA e Israele hanno messo in campo tutta la loro capacità di colpire duramente l’Iran, le sue infrastrutture e la sua economia, il regime di Teheran, passato, di fatto, dalle mani degli Ayatollah a quelle dei Pasdaran, ha giocato la carta della chiusura di Hormuz e, naturalmente, quella degli attacchi con missili e droni contro gli alleati degli USA nel Golfo, mostrando di poter mettere sotto pressione le capacità difensive dell’apparato militare statunitense e costringendo Washington a negoziare anche su questioni del tutto assenti prima dell’inizio del conflitto.

Quanto al programma nucleare di Teheran, vero nocciolo della questione che, in base a quanto stabilito, tornerà ad essere discusso nel corso delle prossime settimane, l’esito delle trattative appare ancora profondamente incerto.
Per il momento, gli USA sembrerebbero pretendere un stop al programma militare, anche se, a quanto pare, non proprio in maniera definitiva. Si parla in particolare di 20 anni, mentre l’Iran non sarebbe disposto ad aspettarne per più di cinque.
Quanto ai 450 kg di uranio arricchito al 60%, Donald Trump avrebbe ribadito di volerlo sottrarre a Teheran con o senza accordo, ma, come noto, negli ultimi giorni gli iraniani hanno minato gli accessi dei siti nucleari e fatto deliberatamente crollare i tunnel sotterranei del complesso di Isfahan (dove si ritiene che vi sia la maggior parte delle scorte) così da renderlo molto più difficile da recuperare.
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