Taiwan, la battaglia che forse è già cominciata

Di Giuseppe Gagliano*
PECHINO. Il grande errore occidentale, quando si parla di Taiwan, è immaginare la crisi come una scena unica: navi cinesi nello Stretto, missili sui radar, truppe da sbarco, portaerei americane, cieli saturi di droni e caccia. È il cinema strategico dell’invasione. Spettacolare, drammatico, comprensibile. Ma forse incompleto.
Perché il vero nodo non è soltanto se Pechino tenterà un’operazione anfibia contro Taiwan. Il vero nodo è che cosa accadrebbe dopo. E, ancora prima, che cosa sta già accadendo adesso. La Repubblica Popolare Cinese non ragiona solo in termini di conquista militare. Ragiona in termini di assorbimento politico, trasformazione identitaria, controllo amministrativo, neutralizzazione sociale. In altre parole: non prepara soltanto la guerra. Prepara l’occupazione.
È questo il punto centrale dell’analisi proposta da Claude Jaeck a partire dal rapporto di Jan K. Gleiman e dei suoi coautori dell’Irregular Warfare Center. La Cina non dispone solo di missili, marina, aviazione e forze da sbarco. Dispone di una dottrina dell’occupazione costruita nel tempo, sperimentata sui margini più difficili del proprio impero interno: Tibet, Xinjiang, Hong Kong. Tre casi diversi, tre metodi adattati, una stessa logica di fondo: integrare territori riluttanti non solo con la forza, ma con il diritto, la sorveglianza, la demografia, la scuola, la propaganda, la cooptazione delle élite e la dissoluzione progressiva delle identità autonome.
Taiwan sempre al centro delle manovre di Pechino
La lezione di Tibet, Xinjiang e Hong Kong
Nel Tibet, Pechino ha combinato coercizione militare, retorica liberatrice e negoziato con le élite tradizionali, prima di imporre definitivamente la repressione dopo la rivolta del 1959. Nello Xinjiang, il controllo è diventato ingegneria sociale: sorveglianza digitale, campi di rieducazione, pressione demografica, controllo religioso e culturale, tutto giustificato con il linguaggio della lotta al terrorismo. A Hong Kong, il metodo è stato più sottile: erosione progressiva dell’autonomia, uso del diritto come arma politica, svuotamento delle libertà fino alla legge sulla sicurezza nazionale del 2020, che ha chiuso la stagione dell’ambiguità.
Questi tre casi non sono semplicemente esempi di durezza autoritaria. Sono laboratori. Pechino ha imparato a non occupare solo lo spazio fisico, ma anche lo spazio mentale, giuridico e simbolico. L’occupazione cinese non è mai presentata come occupazione. È sempre “liberazione”, “stabilità”, “antiterrorismo”, “sicurezza nazionale”, “riunificazione”, “ordine costituzionale”. La forza viene rivestita di legalità. La repressione diventa procedura. L’annessione diventa destino storico.
Qui sta la raffinatezza del modello. La Cina non elimina subito ogni forma di espressione politica. Prima osserva, cataloga, divide. Identifica i moderati, isola gli irriducibili, coopta gli opportunisti, offre carriere agli adattabili, costruisce dossier sugli oppositori. Poi stringe il cerchio. È una strategia di lungo periodo, nella quale la violenza aperta è solo una delle possibilità, non sempre la prima.
La guerra prima della guerra
Applicata a Taiwan, questa logica cambia radicalmente il quadro. La battaglia potrebbe essere già iniziata perché l’occupazione non comincia il giorno dello sbarco. Comincia prima, con la delegittimazione delle istituzioni taiwanesi, con la pressione sulle élite economiche, con le operazioni di influenza sui media, con la guerra dell’informazione, con la costruzione di narrazioni giuridiche sulla “riunificazione”, con la penetrazione nei circuiti culturali, accademici, finanziari e digitali.
Pechino sa che una conquista militare di Taiwan sarebbe enormemente costosa. Lo Stretto è difficile, l’isola è armata, la società è ostile alla riunificazione forzata, gli Stati Uniti potrebbero intervenire, il Giappone sarebbe coinvolto, le catene globali dei semiconduttori verrebbero sconvolte. Per questo la Cina ha interesse a esplorare tutte le forme intermedie della coercizione: blocco navale, pressione economica, cyberattacchi, disinformazione, infiltrazione politica, intimidazione militare continua, isolamento diplomatico.
L’obiettivo ideale per Pechino non sarebbe necessariamente distruggere Taiwan per conquistarla. Sarebbe costringerla a cedere preservando le sue strutture essenziali: amministrazione, industria, infrastrutture, produzione tecnologica. Una Taiwan devastata sarebbe una vittoria mutilata. Una Taiwan piegata, invece, sarebbe un trionfo strategico.
La portaerei cinese Lianing
La valutazione militare: invasione, blocco o strangolamento progressivo
Dal punto di vista militare, l’invasione anfibia resta lo scenario più spettacolare ma anche il più rischioso. Trasportare truppe, mezzi, carburante, munizioni e logistica attraverso lo Stretto sotto il fuoco taiwanese e sotto la possibile pressione americana e giapponese sarebbe un’operazione di enorme complessità. La Cina ha aumentato le proprie capacità navali e missilistiche, ma la geografia resta un avversario severo.
Per questo Pechino potrebbe preferire scenari meno netti e più corrosivi. Un blocco parziale, una quarantena marittima, il controllo delle rotte aeree e navali, l’ispezione forzata delle navi, cyberattacchi contro reti energetiche e finanziarie, esercitazioni permanenti trasformate in pressione psicologica. La guerra moderna non ha bisogno di cominciare con una dichiarazione. Può iniziare come “misura di sicurezza”, “esercitazione”, “risposta a una provocazione”, “applicazione del diritto sovrano”.
In questo quadro, Taiwan deve prepararsi non solo a respingere uno sbarco, ma a sopravvivere a una campagna lunga. Resilienza energetica, scorte alimentari, continuità di governo, comunicazioni protette, difesa civile, capacità di informare il mondo anche sotto attacco digitale, piani per una resistenza politica e amministrativa in caso di occupazione parziale. La guerra di Taiwan non sarebbe solo una guerra di missili. Sarebbe una guerra di tenuta nazionale.
Taiwan non è il Tibet, non è il Xinjiang, non è Hong Kong
Eppure Taiwan non è facilmente assimilabile ai precedenti cinesi. Non è una regione periferica già incorporata nella Repubblica Popolare. Non è una città sottoposta a una sovranità formalmente riconosciuta da Pechino dopo un passaggio coloniale. È una democrazia compiuta, con istituzioni legittime, elezioni reali, società civile viva, identità politica distinta, memoria storica propria e un ruolo centrale nell’economia mondiale.
La maggioranza dei taiwanesi si percepisce ormai come taiwanese, non come cinese in attesa di ritorno alla madrepatria. Questo dato identitario è decisivo. Per le generazioni più giovani, la “riunificazione” non avrebbe il sapore di una ricomposizione storica, ma quello di una conquista straniera. Pechino può parlare di unità nazionale; molti taiwanesi vedrebbero la fine della propria libertà politica.
Inoltre, Taiwan è il cuore dell’industria mondiale dei semiconduttori. Non è solo un’isola strategica. È una colonna dell’economia globale. Una crisi distruttiva colpirebbe Stati Uniti, Cina, Europa, Giappone, Corea del Sud, industria automobilistica, elettronica, difesa, intelligenza artificiale. La Cina stessa pagherebbe un prezzo altissimo se l’occupazione distruggesse l’ecosistema tecnologico taiwanese.
Questa è la contraddizione centrale per Pechino: Taiwan è troppo importante per lasciarla andare, ma troppo preziosa per devastarla.
Scenari economici: semiconduttori, finanza e catene globali
Una crisi su Taiwan sarebbe uno shock economico mondiale. Non si tratterebbe solo di una guerra regionale nel Pacifico occidentale. Taiwan produce una quota essenziale dei semiconduttori avanzati da cui dipendono le economie industriali. Un’interruzione prolungata avrebbe effetti su automobili, telefoni, sistemi militari, reti digitali, infrastrutture energetiche, robotica, aerospazio e intelligenza artificiale.
La Cina dipende ancora in parte da tecnologie e macchinari esterni per la produzione avanzata. Gli Stati Uniti dipendono da Taiwan per molte componenti critiche. L’Europa, già fragile sul piano tecnologico, subirebbe il colpo con particolare durezza. Una guerra o un blocco nello Stretto produrrebbe una crisi delle catene di approvvigionamento ben più grave di quelle viste negli ultimi anni.
I mercati finanziari reagirebbero immediatamente. Crollo delle borse asiatiche, fuga verso beni rifugio, pressione sulle valute, aumento dei costi assicurativi marittimi, rischio per le rotte commerciali del Pacifico. Per Pechino, il problema sarebbe duplice: colpire Taiwan senza distruggere l’economia cinese e senza provocare una coalizione economica ostile troppo ampia.
È per questo che la strategia cinese potrebbe puntare a una pressione graduale: abbastanza forte da logorare Taiwan, abbastanza ambigua da dividere gli avversari, abbastanza controllata da non far esplodere immediatamente la guerra mondiale economica.
Geopolitica della pazienza cinese
Per decenni la pazienza è stata una risorsa strategica della Cina. Aspettare, crescere, accumulare potenza, evitare lo scontro prematuro, presentare la riunificazione come inevitabile. Ma su Taiwan il tempo potrebbe non lavorare più per Pechino. Ogni anno rafforza l’identità taiwanese. Ogni elezione democratica consolida un’abitudine alla libertà politica. Ogni generazione si allontana dal mito della Cina unica.
Questo spiega il nervosismo crescente della leadership cinese. La formula “un Paese, due sistemi”, già compromessa da Hong Kong, non ha più credibilità a Taipei. Se Hong Kong doveva rassicurare Taiwan, ha prodotto l’effetto opposto. Ha mostrato che l’autonomia promessa può essere svuotata quando il Partito lo ritiene necessario.
La Cina, dunque, deve scegliere tra tre strade difficili. Attendere ancora, rischiando che Taiwan diventi sempre più irriducibile. Accelerare con la coercizione, rischiando di rafforzare la resistenza taiwanese e la reazione internazionale. Oppure tentare un’operazione ibrida di lungo periodo, fatta di pressioni, crisi intermittenti, penetrazione economica e guerra psicologica.
È probabilmente questa terza opzione quella più coerente con la dottrina cinese dell’occupazione.
La dimensione geoeconomica: Taiwan come nodo dell’ordine mondiale
Taiwan è molto più di un contenzioso territoriale. È il punto in cui si incrociano sovranità, tecnologia, potenza navale, identità nazionale, ordine americano in Asia e ambizione cinese. Chi controlla Taiwan influenza il Mar Cinese Meridionale, le rotte verso il Giappone, la sicurezza delle Filippine, la profondità strategica americana nel Pacifico, l’equilibrio dei semiconduttori.
Per gli Stati Uniti, perdere Taiwan significherebbe subire un colpo enorme alla credibilità asiatica. Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia si chiederebbero se la protezione americana sia ancora affidabile. Per la Cina, prendere Taiwan significherebbe spezzare simbolicamente la cintura strategica che la contiene. Per l’Europa, una crisi su Taiwan significherebbe scoprire ancora una volta la propria dipendenza tecnologica e strategica.
La questione taiwanese è dunque la prova generale del nuovo ordine mondiale. Non perché una guerra sia inevitabile, ma perché intorno all’isola si misura la capacità della Cina di cambiare lo status quo e quella degli Stati Uniti di impedirlo senza scatenare una catastrofe.
La resilienza come vera deterrenza
Se la battaglia è già cominciata, la risposta non può essere solo militare. Taiwan ha bisogno di missili, difese aeree, mine navali, droni, capacità cyber, addestramento, riserve e forze mobili. Ma ha bisogno anche di qualcosa di più profondo: una società capace di resistere alla pressione psicologica e politica.
La resilienza nazionale diventa deterrenza. Se Pechino capisce che Taiwan non crollerebbe sotto un blocco, che le istituzioni continuerebbero a funzionare, che la popolazione non si dividerebbe facilmente, che le élite non accetterebbero una resa negoziata, che il mondo democratico saprebbe sostenere l’isola nel lungo periodo, allora il costo della coercizione aumenta.
Al contrario, se Taiwan appare polarizzata, vulnerabile alla disinformazione, dipendente da infrastrutture fragili, isolabile diplomaticamente e ricattabile economicamente, la tentazione cinese cresce.
La battaglia per Taiwan si gioca quindi nelle scuole, nei media, nei server, nei porti, nelle scorte energetiche, nei parlamenti stranieri, nei consigli di amministrazione delle grandi aziende tecnologiche. Si gioca prima che il primo missile venga lanciato.
Il vero significato della domanda
Chiedersi se la battaglia per Taiwan sia già cominciata significa uscire dalla pigrizia mentale dell’invasione come unico scenario. La Cina non è costretta a scegliere tra pace e sbarco. Può costruire una zona intermedia di pressione permanente. Può tentare di rendere Taiwan stanca, incerta, divisa, economicamente vulnerabile, diplomaticamente isolata. Può cercare di far maturare la resa prima della guerra.
Ma Taiwan dispone di una forza che Tibet, Xinjiang e Hong Kong non avevano nella stessa misura: una sovranità di fatto, una democrazia consolidata, una popolazione politicamente cosciente, una posizione centrale nell’economia globale e una rete di sostegni internazionali, anche se ambigua e non formalizzata.
La partita è dunque aperta. La Cina ha una dottrina dell’occupazione. Taiwan ha una società che non vuole essere occupata. Pechino ha il tempo lungo della strategia imperiale. Taipei ha il tempo breve della vigilanza democratica. La Cina può trasformare la pazienza in arma. Taiwan deve trasformare la resilienza in scudo.
Forse la battaglia per Taiwan non inizierà con lo sbarco dei marines cinesi sulle spiagge. Forse è già cominciata con una notizia falsa, una pressione economica, un finanziamento opaco, un attacco informatico, una mappa scolastica, una legge preparata a Pechino, una crisi simulata nello Stretto.
Le guerre del nostro tempo non sempre cominciano quando sparano i cannoni. Spesso cominciano quando una potenza decide che l’identità di un altro popolo è un errore da correggere. Taiwan lo sa. E proprio per questo la sua vera difesa comincia molto prima della guerra.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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