Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON. C’è una frase, nel linguaggio spesso opaco della diplomazia americana, che pesa più di molte dichiarazioni presidenziali. È quella contenuta nel memorandum del Dipartimento di Stato del 24 aprile, firmato dal consigliere legale Reed Rubinstein, sull’Operazione Epic Fury: gli Stati Uniti sarebbero impegnati nel conflitto contro l’Iran “su richiesta e per la legittima difesa collettiva” di Israele, oltre che nell’esercizio del diritto americano all’autodifesa.
La formula giuridica è misurata, ma il suo significato politico è enorme. Perché sposta il baricentro della narrazione. Non siamo più soltanto davanti a un intervento presentato come necessario per fermare il programma nucleare iraniano, difendere la libertà delle donne iraniane o impedire una minaccia imminente alla sicurezza degli Stati Uniti. Siamo davanti a un’ammissione molto più concreta: Washington è entrata in guerra anche, e forse soprattutto, per rispondere a una richiesta israeliana.
Il punto non è secondario. Nella storia recente degli Stati Uniti, ogni guerra è stata accompagnata da una grande cornice morale: la democrazia, la lotta al terrorismo, la sicurezza internazionale, la difesa dei diritti. Ma dietro queste formule si muovono sempre interessi, alleanze, calcoli di potenza. In questo caso, il documento del Dipartimento di Stato sembra togliere un velo. Israele non appare soltanto come alleato da proteggere, ma come attore capace di orientare la decisione strategica americana.
Le contraddizioni di Washington
La Casa Bianca aveva insistito per settimane su una linea diversa. Donald Trump aveva rivendicato la piena autonomia della decisione di colpire l’Iran, negando che Israele lo avesse convinto a entrare in guerra. Ma la ricostruzione politica e diplomatica appare più complessa. Le dichiarazioni del segretario di Stato Marco Rubio del 3 marzo avevano già aperto una crepa: Washington, disse in sostanza, sapeva che Israele avrebbe colpito e sapeva che da quell’azione sarebbe potuto derivare un attacco contro le forze americane.
Qui nasce il nodo centrale. Se gli Stati Uniti sapevano che l’iniziativa israeliana avrebbe potuto provocare una risposta iraniana contro militari americani, allora la scelta di colpire per primi diventa una forma di prevenzione legata a una dinamica avviata da un altro Stato. È la logica della guerra trascinata dall’alleanza: non si combatte soltanto per una minaccia diretta, ma per impedire che le conseguenze di una decisione altrui ricadano sulle proprie truppe, sulle proprie basi, sui propri interessi regionali.
Questa è la zona grigia in cui si muove oggi la politica estera americana. Da un lato, gli Stati Uniti restano la superpotenza indispensabile per Israele. Dall’altro, Israele è ormai un attore militare e politico in grado di imporre urgenze, tempi e priorità all’agenda americana in Medio Oriente. La relazione non è più soltanto quella tra protettore e protetto. È una relazione di interdipendenza strategica, nella quale il più piccolo degli alleati può costringere il più grande a pagare il prezzo più alto.

Il costo economico della guerra
Ogni guerra moderna è anche una guerra dei bilanci. L’Operazione Epic Fury, dopo sei settimane, avrebbe già prodotto un costo incrementale stimato fra 25 e 35 miliardi di dollari. Sono cifre che danno la misura della sproporzione tra la rapidità della decisione militare e la pesantezza delle sue conseguenze finanziarie.
A questi costi si aggiunge il flusso strutturale degli aiuti americani a Israele. Dall’inizio della guerra a Gaza, nell’ottobre 2023, Washington avrebbe destinato a Tel Aviv oltre 21 miliardi di dollari in assistenza militare. Sul piano storico, Israele resta il maggiore beneficiario degli aiuti esteri statunitensi dal 1948, con oltre 300 miliardi di dollari complessivi in assistenza economica e militare.
Il dato economico non è un dettaglio contabile. È il riflesso materiale di una scelta geopolitica. Gli Stati Uniti finanziano la superiorità militare israeliana, ne sostengono la capacità di deterrenza, ne coprono una parte essenziale dei costi operativi e, quando la crisi si allarga, finiscono per assorbire anche l’onere politico e strategico dell’escalation.
Questo avviene in un momento in cui il debito americano è già una questione sistemica, la spesa militare continua a crescere, la competizione con la Cina richiede risorse enormi e l’Europa resta dipendente dalla protezione statunitense. Ogni miliardo speso nel Golfo Persico è un miliardo sottratto ad altre priorità: il Pacifico, la modernizzazione industriale, la sicurezza interna, la competizione tecnologica.

La valutazione militare: colpire l’Iran non significa piegarlo
Dal punto di vista militare, l’operazione contro l’Iran presenta una difficoltà evidente: colpire infrastrutture, basi, sistemi missilistici e centri di comando non equivale a neutralizzare la capacità strategica iraniana. Teheran ha costruito negli anni una dottrina di resilienza fondata su dispersione, profondità territoriale, guerra asimmetrica, missili, droni, milizie alleate e capacità di pressione indiretta.
L’Iran non ha bisogno di vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti. Gli basta impedire agli Stati Uniti di vincerla a costi accettabili. Questa è la vera asimmetria. Washington può distruggere obiettivi, ma Teheran può allargare il conflitto, colpire interessi americani nella regione, minacciare le rotte energetiche, attivare alleati e gruppi armati, trasformare il tempo in un’arma.
L’eventuale chiusura o destabilizzazione dello Stretto di Hormuz resta il punto più sensibile. Da lì passa una quota essenziale del commercio mondiale di petrolio e gas liquefatto. Anche senza blocco totale, il semplice aumento del rischio assicurativo, logistico e militare può far salire i prezzi dell’energia, comprimere la crescita, alimentare inflazione e colpire soprattutto Europa e Asia.
Il paradosso è evidente: una guerra nata per rafforzare la deterrenza può produrre l’effetto opposto, moltiplicando i fronti e logorando la credibilità americana. Perché se l’Iran resiste, anche sotto bombardamento, l’immagine della superiorità militare statunitense ne esce ridimensionata.
Geopolitica dell’alleanza e isolamento dell’Occidente
Sul piano geopolitico, il memorandum del Dipartimento di Stato può diventare un’arma nelle mani dei rivali di Washington. Russia, Cina e gran parte del Sud globale potranno presentare la guerra non come operazione difensiva, ma come conferma della subordinazione americana agli interessi israeliani. È una narrazione potente, soprattutto in un mondo già attraversato da un forte risentimento verso il doppio standard occidentale.
La guerra a Gaza ha già compromesso l’immagine morale dell’Occidente in vaste aree del mondo arabo, africano, asiatico e latinoamericano. Un conflitto diretto contro l’Iran, giustificato anche dalla difesa di Israele, rischia di consolidare l’idea che il diritto internazionale venga invocato solo quando serve agli interessi occidentali e aggirato quando diventa scomodo.
Per la Cina, questa è un’occasione strategica. Pechino può presentarsi come attore della stabilità, difensore della sovranità nazionale e garante del commercio globale contro l’avventurismo militare americano. Per la Russia, è una possibilità di distrarre risorse occidentali dal fronte ucraino e di rafforzare il rapporto con Teheran. Per i Paesi del Golfo, è un incubo: nessuno vuole vedere l’Iran rafforzato, ma nessuno vuole nemmeno una guerra regionale capace di incendiare energia, finanza e sicurezza interna.
La dimensione geoeconomica: energia, debito e potere
Il cuore geoeconomico della crisi sta nella fragilità delle catene energetiche. Un conflitto prolungato con l’Iran non riguarda soltanto missili e basi militari. Riguarda prezzi del petrolio, rotte marittime, assicurazioni, inflazione, debito pubblico, valute e mercati finanziari.
Se il costo dell’energia sale, l’Europa paga due volte: come importatrice netta e come area industriale già indebolita dalla crisi energetica degli ultimi anni. La Germania soffre, l’Italia importa inflazione, la Francia vede aumentare il peso della spesa pubblica, mentre le imprese europee perdono competitività rispetto agli Stati Uniti, che dispongono di energia interna più abbondante e di maggiore autonomia finanziaria.
Gli Stati Uniti, però, non sono immuni. Ogni nuova guerra rafforza il complesso militare-industriale, ma aggrava anche il problema del debito e della sostenibilità imperiale. La superpotenza può ancora finanziare il proprio primato emettendo debito, ma il resto del mondo osserva. E ogni guerra combattuta per un alleato riduce la percezione dell’America come arbitro globale e la avvicina a quella di potenza prigioniera delle proprie alleanze.
Il vero nodo: chi decide la guerra americana?
La domanda finale è semplice e brutale: chi decide oggi le guerre degli Stati Uniti? Formalmente, Washington. Politicamente, la risposta è meno netta. La vicenda iraniana mostra quanto il processo decisionale americano sia condizionato da alleanze, pressioni regionali, apparati militari, lobby, opinione pubblica interna e calcoli elettorali.
Israele ha certamente diritto a difendere la propria sicurezza. Ma quando la sua strategia produce il coinvolgimento diretto della maggiore potenza mondiale, il problema non è più soltanto israeliano. Diventa un problema globale. Perché una guerra tra Stati Uniti e Iran non resta confinata al Medio Oriente. Tocca l’energia europea, la sicurezza asiatica, il commercio mondiale, il prezzo del denaro, l’equilibrio tra Occidente e potenze revisioniste.
Il memorandum del Dipartimento di Stato non chiude la discussione. La apre. E mostra una verità che molti preferivano non vedere: nella crisi iraniana, Washington non combatte soltanto per sé stessa. Combatte dentro una rete di obblighi, dipendenze e pressioni che trasformano l’alleanza con Israele da asset strategico a vincolo operativo.
È qui che si misura il declino relativo della potenza americana. Non nella mancanza di portaerei, missili o bombardieri. Ma nella crescente difficoltà di scegliere quando, dove e perché usare la propria forza. Una superpotenza resta tale finché decide le proprie guerre. Quando comincia a combattere quelle degli altri, il suo primato entra in una fase più pericolosa: quella in cui la forza rimane immensa, ma la libertà strategica si restringe.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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