Terrorismo: i cambiamenti di strategia del jihadismo dopo l’11 settembre 2001

Di Pierpaolo Piras

Washington. L’11 settembre del 2001 quattro aerei di linea vennero sequestrati da dirottatori e fatti schiantare su obiettivi civili (Torri gemelle)  e militari (il Pentagono).

Un’immagine dell’attacco al Pentagono l’11 settembre 2001.

I terroristi appartenevano all’organizzazione islamista di al-Qaida.

Osama Bin Laden

Da quella data sono trascorsi 20 anni e numerose domande cruciali e constatazioni sono ancora da conoscere e chiarire.

La risposta antiterroristica è stata immediata da parte degli Stati Uniti e del mondo intero, raccogliendo successi ma anche tragici fallimenti.

Oggi dopo due decenni della storia occidentale e mondiale, Al-Qaida ed i suoi sodali sono ancora operativi, tanto da costituire ancora un pericolo per la serenità e la pace.

Osservando gli avvenimenti successivi da altri punti di vista, il successo dell’intervento occidentale è indiscutibile: il suo capo, Osama bin Laden è morto in seguito ad una spettacolare operazione dei Navy Seals americani.

Il successivo ed esaltante risultato propagandistico ha tolto lustro e opacato non poco il prestigio generale di al-Qaida nell’universalità dell’estremismo islamico.

Il  posto e ruolo di Bin Laden è stato assunto dal suo vice: il medico egiziano Ayman al-Zawahiri, attuale capo militare del movimento, e Saif al-Adel, ex militare, anch’egli egiziano, che in molti danno come successore predestinato di al-Zawahiri.

Il medico egiziano Ayman al-Zawahiri

Fino ad oggi, sette dei principali responsabili di al-Qaida nel mondo sono stati ricercati e uccisi da varie parti in conflitto.

Numerosi di essi sono stati catturati e tuttora sono detenuti negli Stati Uniti.

Ancora non si conoscono i tanti terroristi rimasti vittime di operazioni segrete, eseguite dai corpi speciali, specie degli USA e di altri.

Ma il problema è ancora lungi dall’essere risolto

Le convinzioni radicalizzate propugnate da Al-Qaida sono ancora oggi più vive e determinate che mai.

Le fazioni islamiste e terroristiche sono ispirate al “salafismo”, movimento di pensiero islamico sunnita, rivitalizzato in termini politici e moderni per promuovere la violenta reazione sociale verso la sudditanza, psicologica e politica, nei confronti della colonizzazione delle nazioni mussulmane da parte dell’Occidente capitalista e cristiano.

Il pronunciamento delle Nazioni Unite

Secondo un recente rapporto sulla sicurezza mondiale da parte dell’ONU, vige  ancora un’ampia continuità in termini di natura e fonte delle minacce poste dallo “Stato islamico in Iraq e nel Levante” (ISIL – Islamic State of Iraq and the Levante) costituita soprattutto da Al-Qaeda ed i propri affiliati, insieme a crescenti minacce emergenti in alcune regioni e Stati del mondo.

Ciò è più vero in alcune parti dell’Africa equatoriale, occidentale e orientale, dove i sodali di al-Qaida possono vantare arruolamenti  e crescenti capacità di raccolta di fondi economici, rifornimento di armi e munizioni, e persino sostegno logistico per l’addestramento all’utilizzo di droni a scopo terroristico.

Il quadro in Europa e in altre zone non esattamente conflittuali si pone in contrasto a questo movimento terroristico: le chiusure economiche e sociali causate dalla dilagante pandemia di Covid-19 hanno rallentato il movimento e l’arruolamento di altri seguaci.

Di converso, è aumentato al contempo il rischio di radicalizzazione online, di gran lunga più insidiosa e meno rintracciabile.

In Iraq e nella Repubblica Araba di Siria, la zona di conflitto centrale dell’ISIL, il gruppo si è evoluto praticando una attività di tipo  insurrezionale, basata sfruttando sia le limitazioni numeriche che le debolezze addestrativo-formative delle forze di sicurezza locale.

I miliziani jihadisti a Raqqa nel 2017

Gli attacchi terroristici avvenuti a Baghdad a gennaio e aprile del 2021 sottolineano la insospettata resilienza del gruppo, nonostante le forti pressioni antiterrorismo esercitate da parte delle autorità statali irachene.

Qui, i gruppi terroristici allineati con Al-Qaeda continuano a dominare l’area della città di Idlib, nella regione nord-occidentale della Repubblica Araba siriana, in prossimità del confine con la Turchia, dove si contano più di 10 mila militanti operativi.

Sebbene vi sia stato solo un limitato trasferimento di combattenti   stranieri da quella regione ad altre zone o ad interi paesi di quell’area conflittuale, la maggiore preoccupazione risiede nella possibilità di azione verso l’Afghanistan, qualora questo territorio diventasse più permeabile all’ISIL o ai gruppi terroristici allineati con al-Qaeda.

In Asia centrale, meridionale e sud-orientale, gli affiliati di ISIL e al-Qaeda continuano a operare nonostante le gravi perdite delle leadership locali e per la pressione, anche armata, esercitata delle forze di sicurezza.

Lo status e residenza privilegiata del leader di Al-Qaida, Ayman al-Zawahiri è tuttora in buona parte sconosciuto.

Abu Bakr al-Baghdadi

Se vivo, diversi servizi d’informazione valutano che sia gravemente malato, creando di conseguenza un’aspra sfida tra gli aspiranti alla leadership di Al-Qaida.

Il problema dei rifugiati

Le condizioni materiali e morali per i rifugiati residenti in Siria rimangono terribili, con sensibile rischio sui rischi di radicalizzazione, specie a carico dei minori.

Il rimpatrio delle famiglie dei combattenti terroristi stranieri rimane una questione che la comunità internazionale ha avuto lentezza ad affrontare.

I fondi stimati per essere prontamente disponibili per l’ISIL sono diminuiti da stime di centinaia di milioni di dollari a tra 25 milioni di dollari e 50 milioni di dollarii, lasciando ancora questo gruppo con risorse significative.

I finanziatori del terrorismo nella Repubblica siriana, in Iraq e negli Stati limitrofi continuano a operare nonostante gli sforzi internazionali per localizzare ed eliminare le loro attività sia attraverso la pressione delle sanzioni che tramite gli attacchi chirurgici delle forze speciali.

Al-Qaida ha intenzione di sferrare altri attacchi all’Occidente?

Nei circoli politici e della sicurezza occidentali nessuno può illudersi nel pensare che al-Qaida non abbia l’ardente volontà di attaccare gli odiati States e l’altrettanto detestata liberalità della società occidentale.

L’attacco del 2019 da parte di un agente “dormiente” , di nazionalità saudita, in una base aerea della US NAVY degli Stati Uniti a Pensacola, in Florida, oltre a causare tre morti e altri otto feriti è da considerarsi solo come un formidabile memento del fatto che al-Qaeda è ancora pronta ed altamente operativa, tanto da riuscire ad organizzare attentati terroristici internazionali, dimostrando ancora una volta l’inadeguatezza del personale addetto all’apparato informativo e l’impreparazione di quello addetto alle varie tipologie di controllo nel territorio.

Ua portaerei Usa in navigazione

Ed in Europa ?

Nell’ultimo ventennio , lo Stato islamico ha eseguito attacchi odiosi e mortali contro obiettivi civili in città come Bruxelles, Nizza, New York e Parigi.

L’ attacco a Nizza nel 2020

Un gruppo scissionista di al-Qaeda ha condotto con successo un attacco terroristico contro un aereo dell’aviazione civile, uccidendo 259 persone dirette dall’Egitto alla Russia.

Il terrorismo moderno ha cambiato le proprie modalità di reclutamento, aprendo la strada all’uso, anche sofisticato, dei social-media per la propaganda islamista estrema, al fine di incoraggiare attacchi anche da parte di individui solitari, e pertanto indipendenti nello scegliere gli obiettivi e le modalità d’azione, fosse anche con l’uso, come si è visto, di normali ma letali coltelli da cucina.

La nascita dell’ISIS

lo Stato islamico (noto anche come ISIS) non ha mai creato una vera e propria filiale europea. L’autoproclamato califfo del gruppo, Abu Bakr al-Baghdadi, ci ha tentato ma senza risultati di successo.

Nel 2014, quando l’ISIS ha formalizzato la sua scissione da al-Qaeda e si è affermato come attore dominante nel movimento salafita-jihadista globale, i Servizi di sicurezza occidentali (Europa e USA) avevano capito come rendere effettivamente impossibile per il gruppo stabilire una base operativa in Europa e/o Nord America.

Come al-Qaeda prima di esso, l’ISIS era stato sempre presente in Occidente solo sotto forma di singole cellule e simpatizzanti disparati.

Un’organizzazione terroristica tradizionale – con una burocrazia funzionante, luoghi di incontro regolari e una produzione di meditata propaganda interna – avrebbe avuto, stando ai piani di Baghdadi, ben poche possibilità di sopravvivere in un Paese occidentale contemporaneo.

In effetti, sono trascorsi alcuni decenni da quando è stato possibile gestire una grande organizzazione terroristica, in grado di montare una sostenuta campagna di attacchi su larga scala, in Europa e nord America.

Anche il più noto dei movimenti separatisti e delle milizie di estrema destra, che hanno avuto origine nei paesi occidentali, la cui retorica poteva sembrare minacciosa, si è “ridotta” ad operazioni di piccola scala su base dimensionale.

Essi sopravvivono perché uccidono relativamente poche persone e non riescono mai ad attirare la piena attenzione delle autorità di polizia e di intelligence.

Le ultime organizzazioni terroristiche ad alto impatto con sede in Occidente – i separatisti baschi dell’ETA in Francia e Spagna e i paramilitari lealisti e repubblicani in Irlanda del Nord – sono effettivamente crollate nei primi anni ‘90 sotto il peso e l’efficacia delle contromisure statali, non tanto di tipo militare ma tramite i dati informativi forniti dall’intelligence.

Sulla scia degli attacchi dell’11 settembre, sembrava che tutto sarebbe cambiato in peggio.

In effetti, l’ultimo ventennio ha visto alcuni orribili attacchi contro obiettivi  occidentali: l’attentato a una stazione ferroviaria di Madrid nel 2004, l’attacco a una sala concerti a Parigi nel 2015, l’assalto a una discoteca a Orlando, in Florida, nel 2016, tra gli altri.

Tali crimini non erano opera di poderose organizzazioni locali. Anzi,  nessuno dei perpetratori è stato, poi, in grado di colpire più di una volta.

Sebbene per un certo periodo tali sciami di aggressori, debolmente connessi tra loro, abbiano periodicamente superato i controlli dei servizi di sicurezza e di intelligence occidentali, questi ultimi si sono in qualche modo adattati e, in modo abbastanza definitivo, hanno prevalso, specie in Italia.

Per quanto spettacolari fossero gli attacchi dell’11 settembre non indicavano, come molti temevano sulle prime, che grandi e potenti organizzazioni terroristiche avessero messo radici in Occidente e minacciato le fondamenta e gli indirizzi del suo ordine sociale.

Nel frattempo, la persistente paura di questo risultato – che non è mai stato probabile – ha accecato molti verso una tendenza opposta: l’affermarsi in costante crescita al suo interno di un potere illiberale, tipico di uno stato ipertecnocratico in costante crescita in tutto l’Occidente.

La minaccia di una grande ribellione armata, almeno nei paesi sviluppati, è diventata, invece, praticamente inesistente.

Il ruolo dell’islamismo militante

L’islamismo militante è effettivamente cresciuto nel 1990 e dopo l’11 settembre , e al Qaeda ha dimostrato considerevolmente quanti danni i suoi affiliati avrebbero potuto infliggere a un paese ricco e potente.

In quegli anni, i servizi di sicurezza nazionale nella maggior parte dei paesi occidentali erano più piccoli di quanto non siano oggi, e poiché quei servizi capivano ancora meno dei terroristi che stavano affrontando, gli scenari peggiori erano meno facilmente sfatabili.

Tuttavia, è vero in retrospettiva che gli orrori dell’11 settembre hanno spaventato molti, piegandoli ad un sentimento di eccessivo pessimismo seguito da scontato catastrofismo.

L’errore analitico più grande, tuttavia, non è stato quello di sopravvalutare il nemico, ma di sottovalutare la capacità degli Stati agiati e sviluppati di adattarsi e raccogliere le risorse necessarie contro queste nuove minacce.

Con il passare degli anni sono positivamente emerse tecnocrazie dinamiche, adeguatamente finanziate e investigatori più qualificati.

Di fronte alle minacce alla sicurezza sul proprio suolo, la maggior parte degli stati occidentali ha elaborato le proprie regole.

I governi occidentali hanno anche dimostrato di essere meno scrupolosi nel preservare i diritti civili di quanto molti si aspettassero nei primi anni della guerra al terrorismo.

Di fronte alle minacce alla sicurezza sul proprio suolo, la maggior parte degli stati occidentali ha piegato o infranto le proprie regole, trascurando di vivere all’altezza dei propri ideali liberali.

Uno dei pregiudizi cognitivi più diffusi nell’analisi strategica è quello di vedere il comportamento del proprio avversario come governato da fattori esogeni, come una strategia astuta in associazione a chissà quali e quante risorse materiali a disposizione.

Ma il terrorismo è (anche) un gioco strategico tra Stati e protagonisti non statali, e ciò che i ribelli sono in grado di fare dipende fortemente dalle rilevanti contromisure che uno Stato di fatto può realizzare.

Per capire perché, bisogna considerare che in qualsiasi Paese pacifico e relativamente stabile, i terroristi sono di solito piccole fazioni di esaltati che non controllano neanche un metro quadro di territorio.

Sminuiti dalle forze combinate dello Stato, godono principalmente di un vantaggio chiave: l’anonimato.

Possono operare finché le Forze dell’Ordine non sanno chi sono o dove hanno sede.

Pertanto l’antiterrorismo consiste fondamentalmente nell’informazione: i Servizi di sicurezza lavorano per identificare e localizzare i sospetti, mentre questi ultimi cercano di rimanere nascosti.

Una campagna di terrorismo è fondamentalmente una corsa contro il tempo nella quale i terroristi scommettono di poter attirare nuove reclute e sconfiggere lo Stato più velocemente di quanto la polizia possa impiegare a dargli la caccia e consegnarli alla giustizia penale.

Attraverso l’attività investigativa, l’analisi e gli approfondimenti dell’intelligence, la ricerca dei dettagli e la conoscenza che lo Stato ha sui terroristi aumentano gradualmente e sensibilmente.

A meno che non riescano ad attirare nuove reclute abbastanza velocemente, tali da rendere tale conoscenza costantemente obsoleta, i terroristi perderanno tecnicamente tale confronto.

La maggior parte delle campagne terroristiche segue quindi una curva di attività che inizia in alto e poi diminuisce gradualmente, a volte con un urto alla fine, mentre i militanti fanno un disperato ultimo tentativo di invertire la tendenza,  senza peraltro riuscirci.

La guerra al terrore

In generale, gli Stati occidentali hanno condotto due cosiddette guerre al terrorismo: una contro al Qaida nel primo decennio di questo secolo e un’altra contro l’ISIS negli anni 2010.

In ogni caso, una nuova organizzazione è cresciuta, in gran parte inosservata, in una zona di conflitto, prima di sorprendere la comunità internazionale con un’offensiva transnazionale, solo per essere respinta attraverso un adeguato e prolungato sforzo di antiterrorismo.

L’11 settembre, al-Qaida ha beneficiato dell’elemento sorpresa e del relativo anonimato dei suoi operatori.

Una mappa del jihadismo

Lo slancio di Al Qaida è durato per un altro mezzo decennio mentre gli stati occidentali si affrettavano a mappare le reti del gruppo.

La struttura militare e il carcere di Guantánamo Bay (Cuba), che è stata istituita all’inizio del 2002 per contenere le figure più significative di al-Qaeda, ha finito per contenere per lo più quelle di basso livello (e alcune persone che non avevano alcun legame con il gruppo), si erge come un monumento a quel problema di informazione basica di cui sopra.

Per queste ragioni, una terza ondata di terrorismo islamista in Occidente è sì concepibile, ma è comunque improbabile.

Oggi, gli aspiranti terroristi affrontano un ambiente operativo del tutto più anfrattuoso e difficile di quello trovato da al-Qaida e ISIS all’apice della loro affermazione.

E l’opportunità per i servizi di sicurezza dello Stato di affinare le loro abilità sui jihadisti renderà più difficile la realizzazione di grandi campagne di terrorismo in futuro.

Le nuove tecnologie

I Paesi sviluppati diventeranno sempre più digitalizzati e risulterà progressivamente più difficile sia nascondere la propria identità che uscire e fare a meno della rete informatica.

Le nuove tecnologie possono fornire furtività digitale per gli attori malintenzionati non statali, ma l’effetto sarà comunque temporaneo.

Nel frattempo, l’ascesa dell’intelligenza artificiale potrebbe accelerare la marcia degli Stati verso una sorta di dominio tecnologico.

Sotto il profilo della democrazia e dei suoi metodi l’ascesa di Stati immuni alla ribellione non potrà essere un obiettivo da raggiungere.

E’ da ingenui pensare che tali nuovi poteri degli Stati verrebbero usati solo contro le persone che pianificano attentati dinamitardi.

Nelle autocrazie, gli stessi strumenti vengono dispiegati in modo libero per mettere a tacere gli oppositori pacifici del regime.

Permettono a paesi come la Cina e l’Arabia Saudita di identificare gli attivisti e stroncare le mobilitazioni sul nascere in un modo che non era possibile un paio di decenni fa.

Le nazioni ricche dell’Europa e del Nord America sono democrazie liberali, ma i loro governi sono all’occorrenza anche macchine di repressione di rara efficacia.

Gli strumenti di sorveglianza a loro disposizione non sono mai stati così potenti.

Quindi quei Paesi dovrebbero scegliere saggiamente il loro uso.

A differenza delle guerre tradizionali, non esiste una strategia di uscita per la lotta contro il terrorismo.

I vari leader di Stato dovrebbero comunicare alla loro nazione che il terrorismo è solo una tattica e la sua completa sconfitta non è né totalmente raggiungibile né strettamente necessario farlo.

Nel corso della storia dei popoli, questo non è mai successo.

Essi dovrebbero evitare il linguaggio che asserisce che il terrorismo finirà oppure che sarà sconfitto e parlare invece del terrorismo come di un pericolo sicuramente da prendere sul serio, ma che non rappresenta in alcun modo una minaccia esistenziale per il proprio paese.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre il terrorismo a un pericolo di basso livello, che tutte le Forze dell’Ordine possono affrontare, proprio come fanno abilmente nei confronti di altre minacce.

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