Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON/TEHERAN. La diplomazia tra Washington e Teheran è entrata in quella zona grigia in cui non si può più parlare soltanto di minaccia, ma non ancora di pace. Donald Trump sostiene che l’accordo con l’Iran sia ormai a portata di mano. Teheran risponde con cautela, lasciando intendere che le grandi linee siano quasi definite, ma che nulla sia ancora definitivamente acquisito. Questa differenza di tono dice già molto. La Casa Bianca vuole trasformare il negoziato in una vittoria politica immediata. L’Iran, invece, vuole dimostrare di non aver ceduto alla pressione, di negoziare perché ha resistito, non perché sia stato costretto a piegarsi.

La questione, dunque, non è soltanto nucleare. È militare, energetica, finanziaria e regionale. Riguarda lo stretto di Hormuz, i beni iraniani congelati, le sanzioni, il Libano, Israele, il ruolo dei mediatori del Golfo e la credibilità personale di Trump. È un accordo provvisorio, forse fragile, ma rivela una realtà che le crisi successive hanno reso sempre più evidente: né gli Stati Uniti né l’Iran possono permettersi una guerra lunga e aperta nel Golfo Persico.
Hormuz, cuore geoeconomico della crisi
Lo stretto di Hormuz resta il centro nervoso dell’intera vicenda. Non è un semplice passaggio marittimo tra due rive. È uno dei punti di strozzatura dell’economia mondiale. Una perturbazione duratura in questa zona basta a far salire il prezzo del petrolio, i costi assicurativi, i rischi per gli armatori e l’inquietudine delle grandi potenze importatrici di energia.
L’accordo in discussione mirerebbe a ristabilire una circolazione commerciale più regolare nello stretto, in cambio di un alleggerimento progressivo della pressione americana. Qui sta la logica profonda del negoziato. Washington vuole riaprire Hormuz senza dare l’impressione di aver arretrato. Teheran vuole conservare il proprio ruolo di potenza rivierasca capace di influenzare i flussi energetici mondiali. Ognuno cerca quindi di vendere lo stesso compromesso alla propria opinione pubblica con un racconto opposto.
Per Trump, la riapertura di Hormuz può essere presentata come il risultato della fermezza. Per l’Iran, può essere descritta come una decisione sovrana ottenuta in cambio di vantaggi economici e politici. In realtà, entrambe le parti sanno che la militarizzazione permanente dello stretto sarebbe un vicolo cieco. Farebbe salire i prezzi, allarmerebbe i mercati e rischierebbe di trasformare un conflitto controllato in un incendio regionale.

Il nucleare: il compromesso impossibile ma necessario
Il nucleare rimane il punto più delicato. Gli Stati Uniti vogliono ottenere garanzie forti sull’arricchimento dell’uranio, sulle scorte sensibili e sulle ispezioni internazionali. L’Iran, dal canto suo, rifiuta di apparire come un Paese al quale venga sottratto definitivamente il diritto alla tecnologia nucleare civile. È qui che l’accordo può nascere o crollare.
Il compromesso probabile non sarebbe né una capitolazione iraniana né un ritorno puro e semplice alle vecchie formule. Potrebbe fondarsi su una limitazione tecnica, su una diluizione o trasferimento parziale delle scorte più sensibili, su un regime di ispezioni rafforzato e su una trattativa più lunga sui parametri definitivi. In altre parole, una soluzione in due tempi: prima fermare l’escalation, poi discutere il merito.
Questa formula conviene a Trump, perché gli permette di annunciare una vittoria prima che tutti i dettagli siano regolati. Conviene anche a Teheran, perché lascia spazio alla mediazione interna ed evita l’immagine di una rinuncia strategica. Ma contiene un pericolo evidente: più il testo sarà ambiguo, più ciascuna parte potrà interpretarlo a modo proprio, e più gli oppositori dell’accordo cercheranno di farlo saltare.
Israele davanti a un negoziato che gli sfugge
La dimensione israeliana è una delle più sensibili. Israele osserva questo riavvicinamento con diffidenza, se non con aperta ostilità. Per Benjamin Netanyahu, qualunque accordo che lasci intatte le capacità regionali dell’Iran sarebbe insufficiente. Il problema, dal punto di vista israeliano, non è soltanto l’uranio. Sono i missili, le reti alleate, le capacità asimmetriche e l’influenza iraniana dal Libano all’Iraq.
Il progetto di compromesso sembra però evitare proprio le richieste massime di Israele. Mira a ridurre il rischio immediato senza smantellare l’intero apparato strategico iraniano. Questo colloca Netanyahu in una posizione difficile. Se accetta tacitamente l’accordo, riconosce che Washington può negoziare con il principale nemico di Israele senza un allineamento totale sulle posizioni israeliane. Se lo combatte frontalmente, rischia di apparire come l’uomo che preferisce l’escalation a una de-escalation controllata.
Il Libano è il vero banco di prova. Se il cessate il fuoco allargato includerà anche il fronte libanese, allora l’accordo non riguarderà più soltanto Iran e Stati Uniti. Toccherà direttamente l’equilibrio tra Israele e Hezbollah. Per Washington sarebbe un modo per ridurre i fronti simultanei. Per Teheran sarebbe la prova che la sua profondità regionale resta una leva negoziale. Per Netanyahu sarebbe una costrizione politica pesantissima.
La guerra limitata come linguaggio diplomatico
Gli ultimi incidenti attorno a Hormuz mostrano che il negoziato non sostituisce la forza: si appoggia su di essa. I droni intercettati, le minacce americane, gli avvertimenti iraniani e i movimenti militari non sono elementi esterni alla diplomazia. Ne sono parte integrante. Ogni campo parla all’altro con due linguaggi simultanei: quello dei diplomatici e quello delle armi.
È una caratteristica essenziale dei conflitti contemporanei. La guerra non è sempre il contrario della diplomazia. Talvolta diventa il suo prolungamento, la sua punteggiatura, la sua messa in scena. Si colpisce per segnalare. Si minaccia per ottenere una riga in un testo. Si intercetta per mostrare che si controlla ancora lo spazio strategico. Si negozia non dopo la guerra, ma mentre la guerra resta possibile.
Questa logica è pericolosa, perché presuppone una perfetta padronanza delle soglie. Un drone abbattuto, una nave colpita, un errore di identificazione, un attacco mal calibrato possono bastare a spezzare l’equilibrio. La de-escalation attuale si regge quindi su una disciplina militare importante quanto la diplomazia stessa.
Gli scenari economici
Se l’accordo sarà firmato, il primo effetto sarà energetico. Una riduzione del premio di rischio su Hormuz potrebbe allentare i prezzi del petrolio, calmare i mercati e ridurre la pressione sulle economie importatrici. Per gli Stati Uniti sarebbe un vantaggio politico immediato. Trump potrebbe presentare la stabilizzazione dei prezzi come il frutto del suo metodo: pressione massima, minaccia militare, poi accordo transattivo.
Per l’Iran, la posta in gioco è più profonda. Lo sblocco parziale dei beni congelati, l’alleggerimento progressivo di alcune sanzioni e una normalizzazione minima degli scambi offrirebbero ossigeno a un’economia sotto tensione. Non trasformerebbero l’Iran in un partner ordinario del commercio mondiale, ma gli darebbero margine di bilancio, capacità d’importazione e soprattutto un segnale politico: l’isolamento totale non è irreversibile.
Per l’Europa, il dossier è più imbarazzante. Segue, commenta, si preoccupa, ma decide poco o nulla. La sicurezza energetica mondiale, la stabilità del Golfo e il dossier nucleare iraniano si giocano soprattutto tra Washington, Teheran, Doha, Mascate e gli attori regionali. Ancora una volta, l’Europa appare più come beneficiaria o vittima delle decisioni altrui che come potenza capace di strutturare gli eventi.
Una vittoria per nessuno, una tregua per tutti
L’accordo, se arriverà, non sarà una pace storica. Sarà una tregua organizzata. Non eliminerà la rivalità tra Stati Uniti e Iran, né l’ostilità israeliana, né la competizione per l’influenza in Medio Oriente. Non risolverà nemmeno la questione di fondo: quale posto debba occupare l’Iran nell’ordine regionale.
Potrebbe però impedire una guerra più vasta. E nel contesto attuale non è poco. Washington eviterebbe un conflitto costoso e imprevedibile. Teheran conserverebbe l’essenziale della propria postura strategica. I mercati ritroverebbero una stabilità relativa. I mediatori del Golfo rafforzerebbero il proprio ruolo. Israele, invece, vedrebbe confermata un’evoluzione che teme: l’Iran può essere contenuto, negoziato, sorvegliato, ma non cancellato.
È forse questo il senso vero della sequenza. Trump non cerca un’architettura di sicurezza duratura. Cerca un risultato. L’Iran non cerca una riconciliazione. Cerca il riconoscimento del proprio peso. Le potenze del Golfo non cercano una pace ideologica. Cercano prevedibilità. E il mondo scopre ancora una volta che il Medio Oriente non si governa con gli slogan, ma con l’equilibrio instabile tra forza, denaro, energia e paura della catastrofe.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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