Turchia: Ankara chiede di nuovo gli F-35. La diplomazia delle armi con Washington e Mosca

Di Giuseppe Gagliano*

ANKARA. Gli Stati Uniti e la Turchia sono tornati a parlarsi di F-35, come se l’ultimo decennio non avesse incrinato una relazione strategica che, fino al 2017, appariva solida.

F-35 in volo

L’ambasciatore americano a Ankara, Tom Barrack, ha annunciato colloqui “più fruttuosi che in quasi un decennio”, una frase che dice molto su quanto fosse deteriorato il rapporto. Ma dietro l’apparente riavvicinamento si nasconde una matassa politica, militare e geopolitica difficile da districare.

Perché per rientrare nel programma del caccia di quinta generazione, la Turchia dovrebbe rinunciare al sistema missilistico russo S-400: un gesto che Erdogan finora ha sempre escluso.

L’F-35 non è solo un aereo. È un sigillo di appartenenza occidentale, un lasciapassare per il cuore tecnologico della NATO.

Per anni Ankara è stata un partner centrale del programma, investendo miliardi di dollari, sviluppando componenti industriali e pianificando l’acquisto di almeno cento velivoli.

Il sistema missilistico S-400

Poi è arrivato il 2017, l’accordo con Mosca per l’S-400, e con esso la convinzione americana che quel sistema potesse “vedere” troppo dell’F-35, compromettendone l’intera architettura stealth. Il resto è storia: esclusione dal progetto, sanzioni CAATSA, gelo diplomatico.

Tra Russia e Stati Uniti: l’ambiguità strategica di Ankara

La Turchia continua a muoversi in quella zona grigia che Erdogan stesso ha costruito con pazienza.

Un piede nella NATO, l’altro in un rapporto pragmatico con Mosca, fatto di gasdotti, centrali nucleari, accordi commerciali e convergenze tattiche nei Teatri siriano e caucasico.

Un equilibrio utile ad Ankara per ampliare la propria autonomia strategica, ma intollerabile per Washington, che vede nei legami turchi con la Russia una minaccia all’integrità tecnologica dell’Alleanza.

L’ex Presidente USA, Barack Obama (Official White House Photo by Pete Souza)

La Casa Bianca dei precedenti presidenti, Barack Obama e Joe Biden, aveva optato per la linea dura, mantenendo distanze politiche e sanzioni.

Con Donald Trump il discorso cambia: Erdogan torna a essere un interlocutore privilegiato, un uomo forte in grado di “mediare” su Ucraina e Gaza, un partner utile in un Medio Oriente dove gli Stati Uniti hanno perso capacità di influenza.

Da qui la nuova stagione di colloqui, avvolta però in un’ambiguità irrisolta: la Turchia vuole gli F-35 senza rinunciare agli S-400, e Washington vuole la rinuncia agli S-400 come condizione per qualsiasi passo avanti.

Le alternative turche e il calcolo geopolitico

Negli ultimi anni Ankara ha cercato altrove risposte al proprio dilemma militare.

Eurofighter in volo

Ha valutato gli Eurofighter Typhoon, ne ha acquistati venti, si è avvicinata agli F-16 americani per tamponare la modernizzazione della flotta e ha accelerato lo sviluppo del proprio caccia nazionale, il Kaan, previsto in servizio nel 2028.

Queste mosse sono rivelatrici: la Turchia vuole dimostrare di non essere ostaggio della tecnologia occidentale. Ma allo stesso tempo sa che nessuna soluzione alternativa può sostituire immediatamente le capacità operative e politiche che l’F-35 rappresenta.

Erdogan insiste sul fatto che la Turchia abbia investito 1,4 miliardi di dollari nel Programma Joint Strike Fighter.

Una cifra che Ankara rivendica come credito politico e morale, quasi fosse la prova di un tradimento subito.

Ma nel mondo delle alleanze militari non conta ciò che si è investito, bensì ciò che si è disposti a sacrificare.

E fin qui Erdogan non ha mostrato alcuna intenzione di mettere in discussione l’S-400, simbolo della sua strategia di autonomia nazionale e della sua vicinanza tattica alla Russia.

Le sanzioni CAATSA: un ostacolo non solo tecnico

Il nodo giuridico è altrettanto rilevante.

Le sanzioni CAATSA, introdotte contro Ankara per l’acquisto dell’S-400, non possono essere cancellate con un semplice gesto politico.

Richiedono un processo, una verifica del Congresso, un consenso bipartisan che oggi, in una Washington polarizzata, appare difficile. Ciò non impedisce a Trump di giocare la carta dell’amicizia personale con Erdogan. Ma per gli Stati Uniti la questione va oltre la diplomazia: riguarda la credibilità dell’intero sistema di sanzioni, già messo a dura prova dalle eccezioni concesse in altri scenari.

Una partita più grande degli F-35

L’impressione è che i colloqui non riguardino solo il rientro turco nel programma F-35, ma la ridefinizione di un rapporto strategico complessivo.

La Turchia è un attore indispensabile sul fianco Sud della NATO, un Paese che controlla passaggi marittimi vitali, influenza il futuro della Siria, del Caucaso, dei Balcani e persino delle dinamiche migratorie verso l’Europa.

In un mondo dove il Medio Oriente torna a essere un campo di battaglia diplomatico e l’Ucraina una ferita aperta, gli Stati Uniti non possono permettersi una Turchia troppo vicina a Mosca.

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan

Il problema è che Erdogan non sembra disposto a rinunciare a quella ambiguità strategica che gli ha garantito finora margini di manovra.

L’F-35 è una carta preziosa, ma non abbastanza da rivoluzionare una politica estera costruita sul principio della massima autonomia.

L’esito possibile

Alla fine dei conti, il rientro della Turchia nel programma F-35 dipenderà dalla sua disponibilità a compiere un gesto politico che finora ha sempre rifiutato: archiviare l’S-400.

Senza questa concessione, i colloqui rischiano di trasformarsi nell’ennesima trattativa inconcludente, utile più a segnalare l’avvicinamento tra Trump ed Erdogan che a produrre un cambio reale.

Per ora, la partita resta aperta.

Ma con un dato chiaro: gli Stati Uniti vogliono recuperare la Turchia alla piena disciplina NATO, mentre Ankara vuole recuperare l’F-35 senza sacrificare nulla della propria autonomia strategica.

Due linee parallele che difficilmente si incontrano.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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