Di Bruno Di Gioacchino
BRUXELLES. Negli ultimi mesi si è fatta strada una consapevolezza che in Europa aleggiava da tempo ma che ora è diventata impossibile ignorare: la guerra in Ucraina non è soltanto un conflitto ai confini orientali dell’Unione, ma il banco di prova della capacità del Continente di proteggere se stesso.
Per questo, l’incontro che si è svolto a Londra tra i leader di Francia, Regno Unito, Germania e il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rappresentato più di un semplice vertice diplomatico.

È stato, di fatto, il primo segnale concreto che l’Europa sta cercando di costruire una propria postura strategica, meno dipendente dall’ombrello americano e più consapevole della responsabilità che deriva dall’avere una guerra nel proprio cortile di casa.
La linea emersa è chiara: sostenere Kiev non solo sul piano militare, ma anche con strumenti finanziari innovativi, come l’utilizzo dei beni sovrani russi congelati per la ricostruzione.
È una scelta che testimonia non solo volontà politica, ma anche un tentativo di misurare l’efficacia della potenza europea quando non può contare su un’assistenza statunitense automatica e scontata.
È in questo contesto che si inserisce la discussione sulla cosiddetta “Coalizione dei Volenterosi” e sulla possibilità di dispiegare una forza multinazionale a supporto dell’Ucraina in un eventuale scenario di cessate il fuoco.

Parigi e Londra, soprattutto, appaiono intenzionate a dare sostanza ad una leadership che da anni evocano, mentre Berlino sembra muoversi con una nuova determinazione.
Eppure, al di là dell’enfasi dei comunicati ufficiali, la realtà rimane più complessa.
Le capacità militari europee sono oggi insufficienti a garantire una deterrenza credibile in un conflitto ad alta intensità.
Non basta aggiungere firme sotto un documento per trasformare la volontà politica in potenza concreta.
Le Forze Armate dei principali Paesi europei soffrono di anni di sotto-investimenti, di sistemi logistici fragili, di arsenali ridotti all’osso.
E una coalizione informale, per quanto animata da buone intenzioni, resta tale: ogni paese decide per sé, ogni decisione può essere rimessa in discussione, ogni impegno è subordinato alla politica interna.
È un limite che pesa e che potrebbe impedire all’Europa di essere davvero ciò che oggi dichiara di voler diventare.
Il contesto internazionale amplifica questa tensione.

Gli Stati Uniti, dopo il recente cambio di amministrazione, oscillano tra sostegno e prudenza.
La garanzia americana, che per decenni ha costituito l’ossatura della sicurezza europea, non è più percepita come immutabile.
Così, l’Europa si ritrova a fare i conti con una domanda che in altre epoche avrebbe preferito ignorare: cosa siamo senza l’America? Da questo interrogativo nasce la nuova dinamica che lega Francia, Germania e Regno Unito.

Un triangolo che, se ben coordinato, potrebbe diventare il nucleo della sicurezza europea del 21° secolo, ma che oggi appare ancora fragile, diviso da interessi divergenti e vincolato da opinioni pubbliche spesso titubanti.
Nonostante questo, va riconosciuto che la responsabilità presa dai leader europei ha un valore storico. Mai dalla fine della Guerra Fredda tre delle maggiori potenze del continente avevano mostrato una tale volontà di assumersi il peso della stabilità collettiva.
La paura di un vuoto strategico, l’imprevedibilità della Russia e la sofferenza dell’Ucraina hanno costretto l’Europa a interrogarsi su se stessa, a ricordare che la pace non è un bene garantito, ma una conquista quotidiana che richiede determinazione, visione, risorse.
Oggi l’Europa si trova davanti a un bivio.
Da un lato, la possibilità di costruire un modello di sicurezza autonoma, capace di sostenere Kiev e di proteggere il continente da nuove minacce.
Dall’altro, il rischio che questa fase rimanga un esercizio retorico, lasciando all’Ucraina una protezione simbolica e all’Europa un senso di impotenza crescente.
Il futuro dipenderà dalla capacità di trasformare dichiarazioni solenni in impegni reali, di investire dove non si è investito abbastanza, di accettare che la sicurezza ha un costo e che l’alternativa è molto più cara.
Il mondo sta cambiando velocemente.
Le illusioni, oggi, non servono più. Serve una politica che non abbia paura di guardare in faccia la realtà e che sappia riconoscere che l’Ucraina non è solo una nazione da aiutare, ma la linea del fronte di un’Europa che vuole ancora credere nel valore della libertà e nella forza del diritto.
Se Francia, Germania e Regno Unito riusciranno davvero a mantenere la rotta, questa crisi potrebbe trasformarsi nell’occasione più importante del secolo per ridefinire il ruolo europeo nel mondo.
Se invece prevarranno la timidezza, le divisioni, l’attendismo, l’Europa tornerà a dipendere dalle decisioni altrui. E allora, più che un attore geopolitico, resterà uno spettatore della propria storia.
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