Di Giuseppe Gagliano*
ANKARA. La firma dell’accordo preliminare tra la Turchia e il Regno Unito sull’adozione del caccia multiruolo Eurofighter Typhoon rappresenta molto più di una semplice transazione militare.

Segna una nuova fase nella ridefinizione degli equilibri interni alla NATO, nell’espansione dell’autonomia tecnologica turca e nella rimodulazione delle relazioni intraeuropee dopo anni di tensioni fra Ankara, Berlino e Washington.
Il memorandum, siglato a margine della 17ª edizione della Fiera internazionale dell’industria della difesa (IDEF) a Istanbul, ha visto protagonisti il ministro della Difesa turco Yasar Guler e il segretario alla Difesa britannico John Healey.

Al centro del documento vi è l’inclusione della Turchia tra i Paesi utilizzatori dell’Eurofighter, un programma nato dalla cooperazione industriale di Regno Unito, Germania, Italia e Spagna.
Dopo mesi di resistenze tedesche, il semaforo verde di Berlino – anticipato da fonti tedesche come Der Spiegel – sblocca la possibilità per Ankara di ricevere 40 velivoli, aprendo uno scenario di potenziamento della sua componente da superiorità aerea.
Dal punto di vista economico e industriale, l’accordo ha anche un chiaro significato geoeconomico: la Turchia entra in un circuito di manutenzione, aggiornamento e formazione che può rivelarsi proficuo non solo per l’industria della difesa, ma anche per le sue ambizioni tecnologiche dual use.
Ankara da anni lavora alla creazione di una propria industria aeronautica militare, come dimostra il progetto del caccia di quinta generazione “KAAN” e lo sviluppo di droni da combattimento sempre più sofisticati.
L’adozione dell’Eurofighter, pur trattandosi di una piattaforma di quarta generazione avanzata, risponde a un’esigenza tattica immediata di riequilibrio con le aviazioni regionali, in particolare quelle di Grecia, Israele ed Egitto, tutte attualmente dotate di F-16 modernizzati o di caccia di nuova generazione.
A livello strategico, l’intesa con Londra consolida un rapporto già rafforzato negli ultimi anni su temi chiave come cantieristica navale, tecnologie UAV e cooperazione nel Mediterraneo orientale.
Londra, uscita dall’UE ma ancora protagonista sul piano della sicurezza euro-atlantica, si propone come interlocutore più flessibile rispetto a una Berlino più prudente e condizionata da dinamiche interne, come il controllo parlamentare sulle esportazioni militari.
La Gran Bretagna dimostra così di voler ritagliarsi uno spazio autonomo anche nella diplomazia industriale della difesa, sfruttando lo spazio lasciato vuoto dalle esitazioni tedesche e francesi.
L’aspetto geopolitico dell’accordo è forse il più rilevante.
La Turchia è da tempo impegnata in un delicato bilanciamento tra cooperazione NATO, relazioni economiche con la Russia e crescente protagonismo nel Sud globale.
L’apertura al Typhoon consente ad Ankara di mantenere un profilo atlantico compatibile con il dialogo parallelo che continua con Mosca, Pechino e Teheran.
Il rafforzamento dell’aeronautica turca, inoltre, avviene mentre proseguono le trattative con gli Stati Uniti per l’acquisto di 40 F-16 Block 70 e i relativi kit di aggiornamento per la flotta esistente.
Ankara non rinuncia dunque all’opzione americana, ma diversifica le fonti di approvvigionamento, mandando un chiaro segnale di autonomia strategica.
L’intesa arriva, non a caso, all’indomani di un colloquio telefonico tra il Presidente Erdogan e il premier britannico Starmer, che ha confermato l’interesse del Regno Unito per una cooperazione difensiva rafforzata.

Sullo sfondo, resta la questione della modernizzazione NATO e della Difesa comune europea, sempre più minacciata dall’instabilità regionale e dalla pressione crescente sul fianco sud-orientale dell’Alleanza.
Se il memorandum sarà trasformato in un contratto operativo nei prossimi mesi, la Turchia entrerà ufficialmente nel club Eurofighter, guadagnando capacità immediate e una nuova leva diplomatica. In cambio, il Regno Unito si accredita come partner alternativo ai tradizionali leader industriali europei, mentre la Germania, superando le proprie reticenze, salva il progetto comune da un possibile fallimento politico.
Nel complesso, l’accordo non segna solo la vendita di aerei, ma il rientro strategico della Turchia in una cornice NATO multilivello, in cui Ankara si propone non come alleato subordinato, ma come attore a pieno titolo, capace di ridefinire, trattare e orientare le proprie scelte militari in un contesto globale fluido e competitivo.
*Presidente Centro Studi Cestudec
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