Di Fabrizio Scarinci
ANKARA. Il fatto che la Turchia nutra ambizioni geopolitiche ad ampio raggio è, da tempo, cosa nota.
A testimoniarlo non solo l’iperattivismo diplomatico con cui, nel corso dell’ultimo ventennio, ha cercato di ritagliarsi spazi di influenza sempre più ampi nell’ambito del suo “estero vicino” (ossia tutto quello che c’è tra l’Asia centrale e quell’area da noi definita “Mediterraneo allargato”), ma anche la straordinaria crescita tecnologica del suo complesso militare-industriale.

Una crescita che, tra le altre cose, ha già dato luogo allo sviluppo di piattaforme e sistemi avanzati quali il caccia di quinta generazione KAAN, l’elicottero d’attacco ATAK, i droni TB-2, TB-3 e Kizilelma, i missili da crociera SOM, i missili balistici di precisione a corto e medio raggio della famiglia “Tayfun”, i sistemi aero-balistici 300ER, la bomba bunker buster NEB-2 Ghost e, certamente non da ultimo, il nuovo ordigno termobarico GAZAP, utilizzabile dagli F-16 della THK e in grado di disperdere più di 10.000 frammenti nel raggio di un chilometro.
Gli ultimi giorni hanno, però, offerto una dimostrazione ancor più importante riguardo all’effettiva portata del salto di qualità strategico che il Paese intende compiere.
Alla Fiera della Difesa e dell’Aerospazio SAHA 2026, tenutasi la scorsa settimana presso l’Expo Center di Istanbul, l’MSB ARGE, ossia il centro di ricerca e sviluppo del Ministero della Difesa turco, ha presentato il nuovo missile balistico “Yıldırımhan”, che si configura come un vero e proprio ICBM (Intercontinantal Ballistic Missile) con una gittata di almeno 6000 km e un carico utile di circa 3000 kg.

Ovviamente, l’annunciato sviluppo di questo sistema, la cui entrata in servizio dovrebbe avvenire nel giro di qualche anno, non è certo una di quelle notizie che lasciano indifferenti.
I missili balistici di portata intercontinentale, cosi come gli SLBM a lungo raggio e, per certi aspetti, gli IRBM (InterMediate Ballistic Missiles) risultano, infatti, significativamente diversi dai molto più comuni SRBM (Short Range Ballistic Missiles) ed MRBM (Medium Range Ballistic Missiles).
Se, infatti, le tecnologie e i costi di sviluppo di questi ultimi risultano abbastanza accessibili da far sì che più di un Paese li abbia prodotti in maniera massiccia o relativamente massiccia allo scopo di utilizzarli come strumenti di deterrenza regionale di tipo essenzialmente convenzionale (si pensi, a tal proposito, a quanto fatto dall’Iran nel corso delle ultime settimane), i vettori a lungo raggio si presentano come sistemi molto più complessi e, di conseguenza, difficili da produrre nell’ordine di svariate migliaia di esemplari (obiettivo, di fatto, raggiunto solo da USA e URSS nel corso della Guerra fredda).
In ragione di ciò, malgrado la loro straordinaria efficacia, derivante soprattutto dalle enormi difficoltà connesse alla loro intercettazione, pensare che il possesso di queste tipologie di armi possa sposarsi con l’idea di replicare su scala globale o, comunque, extra-regionale, lo stesso tipo di deterrenza convenzionale massiccia costituto da SRBM ed MRBM nell’ambito di una singola regione appare sostanzialmente irrealistico. E non è, infatti, un caso che tutti gli ICBM e/o SLBM a lungo raggio attualmente esistenti, così come molti degli IRBM, ricoprano il ruolo di vettori nucleari in seno agli apparati militari di Paesi dotati di questa tipologia di armamenti.
A fare eccezione sono, di fatto, solo l’Iran, potenza non nucleare ma comunque caratterizzata da ambizioni in tal senso che, nel corso del recente conflitto, ha lanciato due IRBM contro l’isola di Diego Garcia, l’Arabia Saudita, che, negli anni 80, sembrerebbe aver acquistato alcune decine di missili a raggio intermedio DF-3A dalla Cina (anch’essa molto probabilmente con l’obiettivo di dotarsi di un vettore per un eventuale deterrente nucleare da svilupparsi con l’aiuto dei propri partner; cosa, fino a questo momento, non ancora avvenuta) e la Corea del Sud, che, nel 2024, ha presentato (a dire il vero come arma bunker-buster) lo Hyunmoo-5, ossia un IRBM caratterizzato da una gittata di 3500 km estendibile a circa 5500, con il probabile intento di rafforzare la sua condizione di “potenza nucleare di soglia”.
Naturalmente, in ragione non solo di tali considerazioni di carattere tecnico, ma anche delle già menzionate ambizioni strategiche nutrite dalla Turchia, nonché della crescente instabilità del contesto mediorientale (che, tra le altre cose, vede Ankara sempre più in rotta di collisione con Israele), viene, quindi, spontaneo domandarsi non tanto se il ruolo immaginato per il missile Yıldırımhan sia di tipo convenzionale o non convenzionale, quanto piuttosto se alla base del suo svelamento vi sia un vero e proprio piano per la costruzione di un arsenale nucleare nazionale o solamente l’intenzione di supportare il conseguimento di un’eventuale condizione di soglia simile a quella raggiunta da altri Paesi.
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