Di Fabrizio Scarinci
WASHINGTON DC. Malgrado le dichiarazioni e gli sforzi diplomatici degli ultimi mesi, la fine del conflitto ucraino sembrerebbe ancora piuttosto lontana.
Come noto, infatti, nel corso delle ultime 24 ore il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sentito al telefono sia Vladimir Putin che Volodymyr Zelensky, concludendo che, almeno per il momento, l’unica strada percorribile sia quella di continuare con il sostegno all’Ucraina.

Il colloquio con Putin, tenutosi ieri pomeriggio e andato avanti per circa un’ora, è stato, infatti, del tutto privo di progressi, con il leader del Cremlino che avrebbe addirittura chiarito di ritenere impossibile, per lo meno in questa fase, il raggiungimento dei propri obiettivi in Ucraina attraverso strumenti di tipo diplomatico.
Non a caso, subito dopo la conversazione, il tycoon ha dichiarato alla stampa di essere profondamente insoddisfatto riguardo all’atteggiamento del suo omologo russo e che gli Stati Uniti continueranno a fornire armamenti all’Ucraina.
Una dichiarazione che costituisce, di fatto, una vera e propria inversione a “u” rispetto all’intenzione, trapelata due giorni fa forse proprio per favorire le trattative con Putin (anche se comunque giustificata con la necessità di provvedere alle esigenze delle Forze Armate statunitensi), di fermare le consegne a Kiev di alcuni tipi di sistemi d’arma.
All’insoddisfacente colloquio di ieri con il capo del Cremlino ha, quindi, fatto seguito quello di oggi con il Presidente ucraino Zelensky, con cui il tycoon ha parlato della situazione al fronte e della cooperazione tra i due Paesi.
Al centro della discussione, che, secondo Kiev avrebbe avuto un esito positivo, le forniture dei vari strumenti di cui gli ucraini necessitano in quella che viene descritta come la fase più intensa del conflitto dall’inizio dell’invasione russa del 2022, ponendo l’accento proprio su quelle difese antiaeree e antidrone a cui era stato dato particolare risalto nella dichiarazione di due giorni fa sullo stop degli aiuti a Kiev.
Solo la notte scorsa, infatti, le forze russe hanno sferrato un attacco particolarmente intenso, che alcune fonti militari ucraine e occidentali definiscono come “il più grande su Kiev” dall’inizio della guerra.

Ad essere impiegati, secondo quanto riportato, circa 550 droni, per lo più di origine iraniana, e almeno 11 missili.
Secondo le stime ufficiali, inoltre, nel solo mese di giugno Mosca avrebbe impiegato più di 5.000 droni nell’ambito di operazioni offensive; un numero che testimonia, senza ombra di dubbio, la volontà del Cremlino di incrementare la propria pressione sull’Ucraina.
Dal canto loro, le forze militari di Kiev hanno annunciato di aver intercettato la maggior parte degli ordigni, conducendo anch’esse attacchi dello stesso tipo in territorio russo (proprio a questo proposito, secondo il Ministero della Difesa di Mosca, solo la scorsa notte sarebbero stati abbattuti 48 droni lanciati contro gli Oblast di Rostov e di Kursk).
Ma, in ogni caso, la lotta appare sempre più impari, con gli stessi militari ucraini che ammettono, ormai da tempo, come le difese a loro disposizione non bastino più a coprire l’intero territorio nazionale.
A preoccupare non sono poi, certo, solo i cieli.
Sul fronte terrestre si sta, infatti, delineando un nuovo potenziale punto critico nella regione nord-orientale di Sumy, dove, anche in conseguenza delle manovre effettuate nel vicino Oblast di Kursk allo scopo di respingere la fulminea invasione ucraina della scorsa estate, i russi hanno concentrato circa 50.000 uomini (il triplo delle forze ucraine presenti nell’area), con il possibile obiettivo di sferrare una nuova offensiva su vasta scala.
In generale, è certamente lecito affermare come, in questa fase, il Cremlino sembri intenzionato a rinviare l’inizio di seri negoziati allo scopo di sfruttare quanto più possibile il vantaggio di cui gode sul campo.
Dal canto suo, invece, Donald Trump, che ha finora cercato di trovare un accordo al fine di congelare il “fronte” europeo e iniziare a favorire lo sganciamento della Russia dal suo partner cinese, sembrerebbe aver iniziato a prenderne atto.
In tal senso, le sue dichiarazioni di ieri e la sua telefonata di oggi con Zelensky potrebbero costituire il prodromo di una presa di posizione molto più dura nei confronti del Cremlino da parte dell’attuale Amministrazione.
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