Moldavia: alla scoperta del Checkpoint Daryali chiuso ai profughi ucraini. Quando l’Europa respinge in silenzio

Di Cristina Di Silvio*

WASHINGTON D.C.  “Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare”.

Così scriveva Ernest Hemingway.

Ernest Hemingway al lavoro

 

 

Ma oggi, tra le ombre dei valichi di frontiera e i riflessi opachi delle conferenze internazionali, tocca chiederci: vale ancora la pena di lottare per un’Europa che respinge i perseguitati?

C’è un seminterrato senza finestre, al confine tra Georgia e Russia. Nessun letto. Nessuna doccia. Nessuna protezione.

Solo corpi che attendono. Donne. Anziani. Bambini.

Uomini con lo sguardo fisso nel vuoto. Non è una scena d’archivio, non è un campo di prigionia del Novecento.

È l’Europa, oggi.

Cittadini ucraini deportati con la forza nei territori della Federazione Russa durante l’occupazione.

Hanno camminato per settimane, risalendo i Balcani, cercando una via di rientro in patria. E ora? Ora sono bloccati. Perché la Moldavia ha chiuso il passaggio.

Nessun comunicato. Nessuna spiegazione. Nessuna assunzione di responsabilità. Solo una frontiera silenziosa.

E dietro quella frontiera, esseri umani congelati nel tempo. Chi sono? Non profughi in cerca di accoglienza. Non migranti irregolari.

Sono cittadini ucraini che chiedono solo una cosa: tornare a casa.

E la comunità internazionale – quella che finanzia la ricostruzione, che organizza conferenze, che promette sostegno – tace.

Secondo il progetto APUS, la situazione al checkpoint di Daryali configura una grave violazione del diritto internazionale.

 

Assistenza ai rifugiati

 

Il diritto al ritorno – sancito dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (art. 12.4) – è calpestato.

Il divieto di trattamenti inumani o degradanti (art. 3 CEDU) è ignorato.

Le Linee Guida UNHCR, che definiscono gli standard minimi per l’assistenza ai rimpatriati, sono disattese in ogni punto.

È qui che bisogna guardare. Non nei comunicati delle cancellerie. Non nei titoli patinati dei panel geopolitici.

È qui, a Daryali, che si misura la tenuta dell’Europa. Dov’è l’UE? Dov’è l’UNHCR?

Dov’è la NATO, che sostiene l’integrità territoriale dell’Ucraina ma tace sui cittadini ucraini intrappolati in una frontiera chiusa da uno Stato partner?

Quali valori stiamo difendendo, se accettiamo tutto questo come un danno collaterale silenzioso? La Moldavia, Stato candidato all’Unione Europea, chiude il passaggio agli ucraini deportati. Lo fa senza dichiarazioni ufficiali, con atti tecnici, con “assenze procedurali”.

Ma è proprio in questi vuoti che cresce la barbarie.

Perché ogni giorno in cui un cittadino è trattenuto in condizioni inumane, senza accesso alla giustizia, è una ferita alla civiltà giuridica che l’Europa pretende di incarnare.

Nel frattempo, a Roma, giovedì e venerdì prossimi si parlerà di “ricostruzione” all’Ukraine Recovery Conference.

Mercoledì i migliori Think tank europei discuteranno di “Shadow Fleet” e sicurezza marittima.

Tutto importante, tutto strategico. Ma nessuno parlerà di Daryali.

Nessuno dirà che oggi, mentre le capitali si scambiano promesse, l’umanità sta marcendo nei seminterrati.

“L’Europa sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per affrontarle”, diceva Jean Monnet.

Ma questa crisi, la crisi dell’anima europea, a quale soluzione conduce? Ai tavoli di Roma si discuterà di recovery, sicurezza, geopolitica.

Ma qualcuno – tra i ministri, i Think tank, i banchieri della ricostruzione – parlerà di Daryali? Qualcuno oserà chiedere alla Moldavia perché ha chiuso le sue porte?

Se l’Europa che si raduna a Roma vuole davvero aiutare l’Ucraina, non può ignorare gli ucraini che dormono sul cemento a mille chilometri di distanza. E se davvero crediamo nella democrazia, nella libertà, nei valori occidentali, allora che fine ha fatto l’uomo nell’ombra del summit? E allora? Allora la domanda non è solo giuridica.ù

È morale. È politica. È personale. Che tipo di sicurezza stiamo costruendo, se escludiamo gli esseri umani dalla sua definizione?

Quanto vale la vita di un cittadino ucraino deportato, se non è utile alla narrazione pubblica occidentale? E noi, osservatori, analisti, ufficiali, funzionari, lettori: fino a che punto siamo complici?

La sicurezza non è fatta solo di droni, trattati e deterrenza. È fatta di persone. Di percorsi. Di confini che decidono chi vive e chi viene lasciato indietro.

E chi oggi dorme sul pavimento di Daryali – invisibile, inascoltato – non è una vittima del caso, ma dell’architettura politica che abbiamo costruito.

C’è una verità scomoda che dobbiamo ammettere: quando i diritti umani diventano secondari rispetto agli equilibri geopolitici, ciò che crolla non è solo il diritto.

È l’idea stessa di Europa.

*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)

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