Di Giuseppe Gagliano
KIEV. In un’Ucraina martoriata da oltre tre anni di guerra, la battaglia non si combatte solo sul campo, ma anche nell’ombra, dove i Servizi segreti di Kiev, l’SBU hanno sferrato un colpo decisivo a una rete di informatori al soldo di Mosca.

Questi “agenti”, pagati poche centinaia di euro, avrebbero utilizzato terminali Starlink, il sistema satellitare di Elon Musk, per trasmettere in tempo reale informazioni cruciali al Cremlino, facilitando attacchi kamikaze con droni contro obiettivi ucraini.
La scoperta di questa rete rivela non solo la sofisticazione delle operazioni russe, ma anche le vulnerabilità di una tecnologia diventata vitale per l’Ucraina, ma che, nelle mani sbagliate, si trasforma in un’arma a doppio taglio.
L’operazione dell’SBU, portata avanti con una combinazione di sorveglianza elettronica, intercettazioni e pedinamenti, ha smantellato una cellula di “talpe” operanti in diverse regioni, incluse zone vicine al fronte orientale.
Secondo fonti dell’intelligence ucraina, gli informatori, spesso civili reclutati con promesse di denaro facile, ricevevano terminali Starlink attraverso canali clandestini, probabilmente contrabbandati da Paesi terzi come gli Emirati Arabi Uniti o ex repubbliche sovietiche.
Questi dispositivi, piccoli e difficili da individuare, consentivano di inviare coordinate di truppe ucraine, depositi di munizioni e infrastrutture critiche direttamente ai comandi russi, che le utilizzavano per pianificare attacchi con droni Shahed o Lancet.
L’SBU ha intercettato comunicazioni criptate su Telegram, piattaforma prediletta per il coordinamento, e ha confiscato diversi terminali, alcuni nascosti in abitazioni private o mascherati come apparecchiature civili.
La vicenda getta luce su un aspetto inquietante: l’uso improprio di Starlink, che dal 2022 è stato un pilastro della resistenza ucraina.
Con oltre 42 mila terminali attivi nel Paese, finanziati in gran parte dal Pentagono e da donatori come la Polonia, Starlink ha garantito comunicazioni sicure per l’Esercito, ospedali e infrastrutture civili, resistendo persino ai tentativi russi di jamming tramite sistemi come Tobol o Kalinka. Ma la sua diffusione capillare e la facilità di accesso al mercato nero hanno aperto una breccia.
Già nel febbraio 2024, l’Intelligence ucraina aveva denunciato l’uso “sistemico” di terminali Starlink da parte di unità russe, come la 83ª Brigata d’Assalto Aereo, in aree occupate come Donetsk. SpaceX, proprietaria di Starlink, ha negato qualsiasi coinvolgimento diretto, affermando di disattivare i terminali non autorizzati non appena identificati, ma il problema persiste, complicato dalla capacità russa di falsificare segnali GPS per mascherare l’uso dei dispositivi.
Il reclutamento degli informatori segue uno schema collaudato: il GRU, il servizio di Intelligence militare russo, e l’FSB sfruttano le difficoltà economiche di cittadini ucraini in aree vicine al fronte, offrendo pagamenti modesti – tra i 100 e i 500 euro – per compiti apparentemente innocui, come monitorare movimenti di truppe o fotografare installazioni.

Questi “lavoretti” si trasformano poi in operazioni di spionaggio, con gli agenti spesso ignari della portata delle loro azioni fino all’arresto.
L’SBU ha reso pubblico un caso emblematico: un residente di Kramatorsk, sobborgo di Donetsk, è stato sorpreso mentre inviava coordinate di un deposito di carburante tramite un terminale Starlink nascosto in un garage.
L’uomo, disoccupato, aveva accettato l’incarico per 200 euro, ignaro che i dati avrebbero guidato un attacco che ha distrutto l’infrastruttura.
La scoperta di questa rete non è solo un successo operativo, ma anche un monito sulle sfide tecnologiche della guerra moderna.
Starlink, progettato per essere un’ancora di salvezza, è diventato un terreno di scontro.
L’Ucraina, che dipende dai terminali per coordinare i suoi droni e mantenere operative le reti di comando, si trova ora a combattere una battaglia parallela per blindare l’accesso alla tecnologia. L’SBU sta collaborando con SpaceX per implementare un sistema di “whitelist” che autorizzi solo terminali registrati, ma la burocrazia e la natura decentralizzata del mercato rendono il compito arduo.
Nel frattempo, la Russia continua a investire in contromisure, come il sistema Kalinka, capace di rilevare segnali Starlink fino a 15 chilometri di distanza, trasformando i terminali in bersagli per attacchi di precisione.
La vicenda solleva interrogativi più ampi.
La dipendenza dell’Ucraina da una tecnologia controllata da un’azienda privata, e per di più da una figura imprevedibile come Musk, è una spada di Damocle.
Nel 2022, Musk rifiutò di attivare Starlink in Crimea per un attacco ucraino, citando sanzioni USA, una decisione che alimentò tensioni con Kiev.
Più recentemente, nel febbraio scorso si è vociferato di pressioni americane per usare Starlink come leva per ottenere accesso ai minerali ucraini, voci smentite da Musk ma che hanno riacceso i timori di un’influenza esterna.
Intanto, la Russia sfrutta ogni crepa, trasformando un’innovazione civile in uno strumento di guerra ibrida.
Per l’SBU, la caccia alle “talpe” è solo l’inizio.
Con il conflitto che si intensifica nel Mar Nero e i russi che affinano le loro capacità di guerra elettronica, l’Ucraina deve non solo proteggere le sue Reti, ma anche impedire che la tecnologia che la sostiene diventi il tallone d’Achille.
In un’epoca in warfare dove un’antenna satellitare può decidere l’esito di una battaglia, la linea tra alleato e minaccia si fa sempre più sottile.
A Kiev, lo sanno bene: ogni vittoria sul campo nasce da una guerra invisibile, combattuta byte dopo byte.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

