Ucraina: il “nuovo paradigma” del Cremlino e la guerra che entra nella fase dell’esaurimento strategico. La parola che prepara l’escalation

Di Giuseppe Gagliano*

KIEV. Quando il Cremlino parla di “nuovo paradigma” nella guerra in Ucraina, non sta semplicemente descrivendo un mutamento militare.

I recenti attacchi russi in Ucraina

Sta costruendo una giustificazione politica.

La formula usata da Dmitry Peskov, legata agli “atti disumani di terrore” attribuiti a Kiev, serve a collocare la nuova ondata di attacchi russi dentro una narrazione di rappresaglia, difesa e punizione.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov

Mosca sostiene di aver intensificato i bombardamenti contro obiettivi militari ucraini dopo l’attacco con droni contro un dormitorio a Luhansk, nella zona controllata dai russi, dove sarebbero morte 21 persone. Kiev nega di aver colpito un dormitorio e parla invece di un centro di comando per droni.

Come spesso accade in questa guerra, la battaglia sulle responsabilità corre parallela alla battaglia sul terreno.

Ogni parte seleziona i fatti, li inserisce nel proprio racconto e li trasforma in legittimazione strategica.

Il punto essenziale è che il linguaggio del Cremlino annuncia una soglia più alta di violenza.

Definire l’avversario come autore di “terrore” significa liberarsi da una parte dei vincoli politici precedenti. Significa dire alla propria opinione pubblica che la Russia non sta soltanto combattendo una guerra, ma rispondendo a un nemico che non riconosce più limiti.

La guerra delle città e la vulnerabilità della difesa aerea ucraina

Gli attacchi russi contro le città ucraine, con decine di morti e feriti, confermano una dinamica ormai strutturale: Mosca cerca di logorare non solo l’esercito ucraino, ma l’intero sistema nazionale di resistenza. Missili, droni e bombardamenti notturni non servono soltanto a colpire depositi, basi, centri logistici o infrastrutture militari. Servono anche a produrre pressione psicologica, paura sociale, interruzione economica, consumo delle scorte difensive.

Il Presidente ucraino Voldymyr Zelensky

Le parole di Zelensky sono significative: l’Ucraina non dispone di un livello sufficiente di missili e sistemi di difesa aerea per intercettare una parte rilevante degli attacchi russi. Qui si vede uno dei nodi decisivi della guerra.

La difesa aerea è diventata il vero confine tra sopravvivenza dello Stato e vulnerabilità permanente. Ogni missile intercettato salva vite e infrastrutture; ogni missile che passa dimostra la dipendenza ucraina dagli arsenali occidentali.

Mosca lo sa. Per questo alterna attacchi di massa con droni, missili e sistemi a lungo raggio.

L’obiettivo non è solo distruggere. È costringere Kiev a consumare intercettori, spingere l’Occidente a svuotare i propri magazzini, mettere alla prova la capacità industriale europea e americana.

La valutazione strategico-militare

Sul piano militare, la guerra sembra entrata in una fase di doppio logoramento.

Da un lato, l’avanzata russa sul terreno appare più lenta rispetto alle fasi di maggiore pressione.

Dall’altro, la Russia conserva una capacità superiore di colpire in profondità, sostenere lunghi cicli di mobilitazione industriale e mantenere pressione lungo più settori del fronte.

L’Ucraina, al contrario, tenta di compensare la difficoltà sul terreno con attacchi a lungo raggio dentro la Russia, in particolare contro l’industria petrolifera.

È una scelta razionale: se non si può ancora rovesciare l’equilibrio sul fronte, si colpisce la retrovia economica e logistica dell’avversario.

Raffinerie, depositi, infrastrutture energetiche e nodi industriali diventano parte integrante del campo di battaglia.

Questa è una trasformazione importante.

La guerra non è più soltanto artiglieria, trincee, droni tattici e fanteria. È guerra contro la capacità economica dell’altro. La Russia colpisce le città e le infrastrutture ucraine; l’Ucraina colpisce il petrolio russo.

Entrambe le parti cercano di trasformare il danno materiale in pressione politica.

La finestra dei sei mesi

L’affermazione ucraina secondo cui Kiev avrebbe una finestra di sei mesi per riprendere l’iniziativa va presa sul serio.

Non significa necessariamente che l’Ucraina possa ribaltare la guerra entro l’inverno. Significa piuttosto che Kiev ritiene di avere un tempo limitato per migliorare la propria posizione prima di eventuali negoziati.

L’inverno è sempre stato un fattore militare e politico in questa guerra.

Rallenta le operazioni, aumenta il peso dell’energia, mette sotto pressione le città, rende più visibile la fragilità delle infrastrutture.

Arrivare all’inverno in posizione debole significherebbe per Kiev negoziare sotto ricatto.

Arrivarci dopo aver colpito le retrovie russe, rallentato l’avanzata nemica e ottenuto nuovi sistemi di difesa aerea significherebbe sedersi al tavolo con più margine.

Per Mosca vale il ragionamento opposto.

Più aumenta la pressione prima dell’inverno, più cresce la possibilità di costringere Kiev e i suoi sostenitori a discutere sulla base delle condizioni russe.

Pace o capitolazione?

Il Cremlino dice di restare aperto ai negoziati, ma la sua condizione fondamentale resta inaccettabile per Kiev: il ritiro ucraino dalle quattro regioni annesse dalla Russia nel 2022. Per Mosca, questa sarebbe la chiusura logica del conflitto.

Il Presidente russo Vladimir Putin

Per l’Ucraina, sarebbe una capitolazione territoriale.

Qui sta il blocco diplomatico. Le due parti parlano di pace, ma intendono cose diverse. Mosca intende la formalizzazione delle conquiste e il riconoscimento di una nuova realtà territoriale. Kiev intende la fine dell’aggressione senza legittimare l’annessione.

Gli Stati Uniti cercano di mediare, ma ogni mediazione deve scontrarsi con il fatto che il campo di battaglia non ha ancora prodotto un equilibrio accettabile per entrambe le parti.

Quando Peskov afferma che il processo di pace è in stallo, fotografa una realtà evidente. Nessuno dei due contendenti ritiene ancora che il compromesso sia preferibile alla prosecuzione della guerra. La diplomazia esiste, ma è subordinata alla speranza di migliorare la posizione militare.

La dimensione economica della guerra lunga

Lo scenario economico è sempre più pesante. La Russia ha adattato parte della propria economia alla guerra, rafforzando produzione militare, droni, missili, munizioni e apparati logistici.

Le sanzioni occidentali hanno colpito, ma non hanno prodotto il collasso previsto. Mosca ha riorientato commercio, energia e finanza verso Asia, Medio Oriente e circuiti alternativi.

L’Ucraina, invece, dipende in larga misura dagli aiuti occidentali.

Senza difesa aerea, munizioni, intelligence, assistenza finanziaria e sostegno energetico, la sua capacità di resistere sarebbe drasticamente ridotta. Questo crea una vulnerabilità politica enorme: ogni crisi a Washington, ogni divisione europea, ogni rallentamento industriale diventa immediatamente un problema sul fronte ucraino.

La guerra è quindi anche una gara tra economie politiche.

La Russia deve dimostrare di poter reggere una guerra lunga senza esplodere internamente.

L’Ucraina deve dimostrare che l’Occidente non si stancherà. L’Europa deve dimostrare di saper produrre armi, munizioni e sistemi difensivi in quantità coerenti con le sue dichiarazioni.

Gli Stati Uniti devono decidere fino a che punto considerano l’Ucraina una priorità rispetto a Medio Oriente e Indo-Pacifico.

Geopolitica del logoramento

Sul piano geopolitico, il “nuovo paradigma” evocato dal Cremlino indica la volontà russa di alzare il costo della guerra per tutti. Per Kiev, il costo è umano e infrastrutturale. Per l’Europa, è industriale, finanziario ed energetico.

Per gli Stati Uniti, è strategico: continuare a sostenere l’Ucraina mentre cresce la competizione con la Cina e resta aperto il fronte mediorientale.

Mosca punta sul tempo. Ritiene che l’Occidente democratico sia più vulnerabile alla fatica politica, ai cicli elettorali, alle divisioni interne, alla paura dei costi.

Kiev punta invece sulla possibilità di trasformare ogni mese di resistenza in un indebolimento progressivo della macchina militare russa e in una maggiore integrazione con il sistema occidentale.

La guerra, dunque, non è congelata.

È sospesa dentro una competizione di resistenza. Chi cede per primo non sarà necessariamente chi perde più uomini o più mezzi, ma chi perde prima la capacità politica di continuare.

La geoeconomia degli attacchi in profondità

Gli attacchi ucraini contro l’industria petrolifera russa non sono episodi secondari.

Soldati ucraini in azione (Fotogalereya-sso-01 – Mil.gov.ua)

Sono il tentativo di colpire la base fiscale e logistica della potenza russa. Il petrolio non è soltanto una merce. È entrata valutaria, finanziamento del bilancio, carburante per la guerra, leva diplomatica verso Paesi terzi.

Se Kiev riesce a colpire in modo continuativo raffinerie e infrastrutture energetiche, può aumentare i costi assicurativi, logistici e industriali per Mosca. Non basta a vincere la guerra, ma può ridurre la libertà d’azione russa.

Allo stesso tempo, però, espone l’Ucraina a rappresaglie più pesanti sulle proprie città e infrastrutture.

Si entra così in una guerra di reciprocità distruttiva: la Russia colpisce per spezzare la resilienza ucraina; l’Ucraina colpisce per intaccare la capacità russa di sostenere il conflitto.

Nessuno dei due colpi decide da solo la guerra, ma entrambi rendono più difficile tornare a una pace negoziata.

Il rischio politico dell’escalation narrativa

Il linguaggio conta. Quando una guerra viene descritta come risposta al terrorismo, lo spazio del compromesso si restringe. Non si negozia facilmente con chi si presenta come terrorista.

Non si fanno concessioni a chi viene accusato di colpire bambini e civili. La retorica morale diventa così una trappola strategica.

La Russia usa questa retorica per giustificare l’intensificazione degli attacchi.

L’Ucraina usa la propria per denunciare l’aggressione russa e chiedere più armi all’Occidente. Entrambe le parti parlano alle proprie società e ai propri alleati, ma il risultato è che ogni passo verso il negoziato può apparire come tradimento.

È uno dei motivi per cui la guerra resta bloccata. Non basta trovare una formula diplomatica.

Bisogna preparare le opinioni pubbliche ad accettarla. E oggi nessuna delle due leadership sembra pronta a presentare una concessione come vittoria.

L’inverno come giudice

Il prossimo inverno rischia di diventare il vero giudice della fase attuale.

Se la Russia riuscirà a colpire in profondità il sistema energetico e urbano ucraino, Kiev arriverà ai negoziati in una posizione più fragile.

Se l’Ucraina riuscirà invece a rafforzare la difesa aerea, rallentare l’avanzata russa e colpire l’economia di guerra di Mosca, potrà sostenere di avere ancora margine strategico.

Per questo Zelensky insiste sui sistemi di difesa aerea, sui missili, sull’intelligence, sugli aiuti europei e americani. Non è una richiesta generica. È la condizione concreta per sopravvivere alla prossima fase.

Il Cremlino parla di nuovo paradigma perché vuole presentare l’escalation come necessaria. Kiev parla di finestra realistica per arrivare a un accordo prima dell’inverno perché vuole trasformare il tempo in leva diplomatica.

In mezzo ci sono le città colpite, i civili morti, gli arsenali che si svuotano, le industrie militari che accelerano.

La guerra che nessuno riesce ancora a chiudere

La tragedia ucraina è tutta qui: entrambe le parti parlano di pace, ma continuano a preparare la prossima fase della guerra.

Mosca dice che tutto potrebbe finire se Kiev accettasse le sue condizioni territoriali. Kiev dice che la pace è possibile solo se la Russia non viene premiata per l’annessione. Washington media, ma al tempo stesso arma. L’Europa condanna, ma fatica a produrre abbastanza difesa.

Il “nuovo paradigma” non è dunque una formula diplomatica.

È il nome di una guerra che si allarga nella profondità, nell’economia, nella psicologia collettiva e nella capacità industriale. Non più solo fronte contro fronte, ma società contro società, energia contro energia, arsenali contro arsenali, tempo contro tempo.

E più la guerra entra in questa dimensione, più diventa difficile fermarla. Perché non si tratta più soltanto di conquistare o perdere territorio.

Si tratta di dimostrare chi può resistere più a lungo senza spezzarsi.

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