Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. La sospensione dei colloqui tra Iran e Stati Uniti non è un dettaglio diplomatico.

È il segnale che il Medio Oriente sta tornando a essere un unico Teatro strategico, nel quale Gaza, Libano, Mar Rosso, Golfo Persico e dossier nucleare non possono più essere trattati come compartimenti separati.
Teheran lo dice apertamente: se il cessate il fuoco vale, deve valere su tutti i fronti.
Se Israele prosegue l’offensiva in Libano e a Gaza, allora anche il dialogo indiretto con Washington perde significato.

La posizione iraniana, filtrata dall’Agenzia Tasnim e attribuita agli ambienti vicini ai Guardiani della rivoluzione, è chiara: nessuna ripresa degli scambi con gli Stati Uniti finché non cesseranno le operazioni israeliane e finché Israele non si ritirerà dalle aree libanesi occupate. Non è ancora una dichiarazione ufficiale del Governo, ma nel linguaggio della Repubblica islamica queste fughe controllate servono spesso a misurare il terreno, a lanciare avvertimenti e a spostare il baricentro del negoziato.
Dall’altra parte, Donald Trump ha scelto la risposta più brutale e insieme più rivelatrice: non gli importa.
Anzi, sostiene che si sia parlato troppo e che il silenzio possa essere utile. È una linea coerente con la sua diplomazia muscolare: lasciare l’avversario sotto pressione economica, evitare di apparire bisognoso di un accordo, trasformare la pausa negoziale in uno strumento di logoramento.
Ma il punto è che l’Iran non ragiona soltanto in termini di sanzioni e trattative. Ragiona in termini di deterrenza regionale.
La logica iraniana: nessun fronte è isolato
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha formulato il principio politico: il cessate il fuoco, per Teheran, non può essere selettivo. Se viene violato in Libano, viene violato ovunque.

Il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha aggiunto l’elemento strategico: blocco navale, operazioni militari israeliane, pressione su Hezbollah e guerra a Gaza dimostrerebbero il mancato rispetto dell’intesa da parte americana.
Qui sta il nodo.
Gli Stati Uniti cercano da anni di separare i fascicoli: il nucleare iraniano da Hezbollah, il Libano da Gaza, la sicurezza di Israele dal Golfo, il Mar Rosso dal dossier energetico.
L’Iran fa l’opposto. Somma i fronti, li collega, li trasforma in un’unica architettura di pressione. In questo modo impedisce a Washington di negoziare su un solo tavolo mentre sostiene, direttamente o indirettamente, gli alleati su un altro.
È una strategia rischiosa, ma non irrazionale.
L’Iran sa di non poter competere frontalmente con la potenza militare statunitense.
Per questo usa la profondità regionale: Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq e Siria, gli Houthi nello Yemen, la leva energetica di Hormuz, la pressione diplomatica sul nucleare. Non è una guerra classica. È una rete di deterrenza distribuita.

La dimensione militare: Libano come moltiplicatore del conflitto
L’approfondimento dell’operazione israeliana nel Sud del Libano cambia la natura dello scontro.
Gaza è già un teatro devastato, ma il Libano ha un valore militare diverso. Hezbollah dispone di capacità missilistiche, esperienza operativa, radicamento territoriale e collegamenti organici con l’Iran.
Una guerra estesa al Libano non sarebbe una replica di Gaza: sarebbe un conflitto a più alta intensità, con rischi diretti per Israele settentrionale, per le basi statunitensi nella regione e per il traffico energetico.
La minaccia dell’IRGC di aprire “nuovi fronti” e mantenere chiuso lo stretto di Hormuz va letta in questa cornice. Hormuz non è soltanto un passaggio marittimo.
È una leva geoeconomica mondiale. L
a sua chiusura, anche parziale o intermittente, farebbe salire i costi assicurativi, aumentare i prezzi dell’energia, indebolire le economie importatrici e colpire soprattutto Europa e Asia.
L’Iran non deve necessariamente bloccarlo in modo totale: gli basta rendere credibile il rischio.
Dal punto di vista militare, Teheran gioca su tre livelli.
Primo: dissuadere Israele dall’espandere ulteriormente la campagna in Libano.
Secondo: costringere Washington a riconoscere che ogni attacco israeliano ha un costo regionale.
Terzo: dimostrare agli alleati dell’Asse della resistenza che l’Iran non abbandona i propri strumenti avanzati di proiezione.
Trump e Netanyahu: tra controllo e spettacolo politico
Le dichiarazioni di Trump sulla presunta telefonata con Netanyahu e addirittura con Hezbollah mostrano una dimensione più teatrale che diplomatica.

Dire di aver fermato le truppe israeliane dirette a Beirut, o di aver ottenuto da Hezbollah un impegno al cessate il fuoco, serve a costruire l’immagine del Presidente capace di dominare gli eventi con una telefonata.
Ma resta incerto chi abbia parlato con chi, a quale livello e con quali garanzie operative.
Questa ambiguità non è secondaria.
Hezbollah è considerato dagli Stati Uniti un’organizzazione terroristica straniera.
Un contatto diretto, se confermato, avrebbe conseguenze politiche e giuridiche non banali.
Se invece non vi è stato alcun contatto reale, siamo davanti alla solita diplomazia performativa: annunci pubblici, frasi a effetto, pressione mediatica sugli attori regionali.
Netanyahu, dal canto suo, ha interesse a mantenere alta la pressione militare.
La guerra in Libano può essere presentata come necessità di sicurezza per il nord di Israele, ma ha anche una funzione politica interna: prolungare lo stato d’emergenza, contenere le critiche, impedire che la discussione si concentri solo sulle responsabilità del governo israeliano nella crisi iniziata il 7 ottobre e nelle sue conseguenze.
Gli scenari economici: energia, rotte e costo della guerra
La sospensione dei colloqui con l’Iran avviene in un momento in cui la regione è già sotto tensione energetica e commerciale. Se Hormuz diventa instabile, il prezzo del petrolio e del gas può subire rialzi immediati.
Se il Libano entra in guerra aperta, il Mediterraneo orientale diventa meno sicuro. Se Gaza resta devastata e senza soluzione politica, la radicalizzazione regionale aumenta.
Gli Stati Uniti possono permettersi più dell’Europa una fase di tensione energetica.
L’Europa, invece, paga ogni crisi mediorientale in termini di inflazione, costi industriali, assicurazioni, trasporti e instabilità politica interna.
La Cina osserva con attenzione: importa energia dal Golfo, ma può anche trarre vantaggio dall’erosione dell’influenza americana se Washington appare incapace di controllare Israele e di chiudere un accordo con l’Iran.
La Russia, a sua volta, beneficia indirettamente di ogni aumento del prezzo dell’energia e di ogni distrazione occidentale dal fronte ucraino.
In questo senso, la crisi mediorientale non resta mediorientale. Diventa parte del grande disordine mondiale, nel quale ogni teatro alimenta l’altro.
La posta geopolitica: chi decide la guerra e chi paga la pace
Il vero scontro non riguarda soltanto la ripresa o meno dei colloqui tra Washington e Teheran. Riguarda chi ha il potere di definire i confini della guerra. Gli Stati Uniti vogliono negoziare con l’Iran senza concedergli il diritto di legare Libano e Gaza al tavolo principale.
L’Iran vuole invece dimostrare che nessun accordo è possibile se vengono ignorati gli alleati regionali e la questione palestinese.
La conseguenza è evidente: più Israele allarga l’offensiva, più Teheran ha interesse a sospendere il dialogo e alzare il prezzo della trattativa. Più Trump minimizza, più l’Iran può presentarsi come l’attore che non accetta negoziati sotto bombardamento.
Più Hezbollah viene colpito, più il Libano rischia di diventare il detonatore di una crisi molto più ampia.
In apparenza, dunque, siamo davanti a un’interruzione diplomatica.
In realtà siamo davanti a una prova di forza sistemica.
L’Iran dice agli Stati Uniti: non potete trattare con noi mentre il vostro alleato ridisegna con le armi gli equilibri regionali.
Trump risponde: possiamo aspettare, perché siete voi a perdere denaro.
Ma nel mezzo ci sono Gaza, il Libano, Hormuz, il petrolio, le rotte marittime, la sicurezza israeliana, la credibilità americana e la sopravvivenza politica degli attori locali.
Il Medio Oriente torna così alla sua regola più antica: nessuna guerra resta confinata dove comincia, e nessuna pace nasce se uno dei protagonisti pretende di decidere da solo il prezzo che gli altri devono pagare.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
©RIPRODUZIONE RISERVATA
