UCRAINA: TRUMP STIPULA (ANCHE A FINI ELETTORALI) ACCORDI CON LA RUSSIA MA GLI EUROPEI STANNO CON KIEV

Di Fabrizio Scarinci
WASHINGTON D-C.. Negli ultimi giorni, il già precario sostegno statunitense all’Ucraina è nuovamente tornato ad offuscarsi.
Il segnale più tangibile di questo mutamento è dato il “diesel deal” siglato tra Stati Uniti e Russia il 9 ottobre scorso, a cui avrebbe fatto seguito, nella giornata di venerdì, la decisone della Casa Bianca di sospendere il pacchetto sanzionatorio previsto dal Graham Act (un pacchetto che lo stesso Trump aveva, peraltro, firmato in data 18 settembre).
La mossa del Presidente Donald Trump risponde a un’esigenza politica precisa: far scendere i prezzi dei carburanti, schizzati alle stelle in seguito alla chiusura dello Stretto di Hormuz, in vista delle imminenti elezioni di mid-term.
Il Presidente statunitense Donald Trump
Sull’effettiva capacità del tycoon di ottenere tale risultato pesano, tuttavia, almeno tre incognite non da poco: la prima rappresentata dal fatto che l’intesa sarebbe avvenuta in violazione dell’Ending Importation of Russian Oil Act del 2022 (problema forse aggirabile, forse no, dipende verosimilmente anche da come andranno le elezioni), la seconda data dal fatto che i quantitativi di carburante che Mosca si è impegnata a immettere sui mercati nei prossimi mesi appaiono piuttosto limitati (nello specifico, l’accordo iniziale prevedrebbe lo sblocco immediato di circa 300.000 tonnellate di diesel, con l’obiettivo di averne, nei prossimi mesi, tra i 3 e i 3,5 milioni) e la terza costituita dalla precaria condizione in cui versano molte delle raffinerie russe, che, a causa dei danneggiamenti subiti nel corso dei sempre più frequenti e massicci raid condotti da Kiev per mezzo di droni e missili, potrebbero non essere in grado di sostenere i volumi produttivi richiesti.

Alla luce di quanto appena detto, non appare quindi casuale il fatto che al centro di quest’ultima crisi diplomatica ci siano finite proprio le operazioni d’attacco ucraine.

Droni ucraini si apprestano ad essere consegnati alle Forze Armate del Paese
Per mesi, infatti, Washington ha formalmente chiesto a Kiev di cessare gli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe nella speranza che questo potesse contrastare l’ascesa dei prezzi.
L’11 ottobre scorso, quindi a soli due giorni di distanza dall’annuncio del “diesel-deal” con la Russia, Donald Trump è anche arrivato ad annunciare un cessate il fuoco energetico tra Mosca e Kiev.
La tregua in questione sarebbe, però, rimasta inapplicata, mandando su tutte le furie il capo della Casa Bianca, che, a quel punto, avrebbe, però, iniziato a premere sull’Ucraina affinché interrompesse le proprie incursioni, pur senza aver ottenuto una disponibilità equivalente da parte dalla Russia.
Nel giro di poco tempo i suoi attacchi verbali sono progressivamente saliti di tono, traducendosi nella richiesta di indire nuove elezioni in Ucraina e nella minaccia, in parte già esecutiva, di sospendere i servizi della rete satellitare Starlink sul teatro di guerra.
Ovviamente, questa rottura non giunge del tutto inaspettata. Del resto, tra Kiev e l’Amministrazione Trump i rapporti non sono mai stati troppo buoni. Parte integrante del disegno strategico che il tycoon e il suo entourage cercano di rappresentare consiste, infatti, proprio nel ripristino di una buona relazione con Mosca al fine di sottrarla all’abbraccio con Pechino.

In tale contesto, un parziale riavvicinamento all’Ucraina si è intravvisto solo in seguito ai fallimenti negoziali dello scorso anno, nell’ambito dei quali l’intransigenza del Cremlino (che aveva rifiutato qualsiasi ipotesi di cessate il fuoco durante le trattative, pretendendo come condizione preliminare per la pace il controllo di tutto il Donbass, incluse aree mai occupate dalle sue truppe), aveva giocato un ruolo non da poco.

Trump e Zelensky alla Casa Bianca
Alla situazione appena descritta, si sarebbe, inoltre aggiunta, nella serata di ieri, anche la proposta degli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, all’indirizzo dell’Europa di tornare ad aumentare gli acquisti di più gas russo, nell’ottica di un processo che, a loro parere, potrebbe favorire il raggiungimento di un accordo di pace.
Dal canto loro, gli europei l’avrebbero, però, respinta, confermando, almeno per ora, di non voler apportare cambiamenti alla propria linea a sostegno di Kiev.
Come noto, infatti, in questa fase gli interessi dei principali Paesi europei sembrerebbero differire non poco da quelli di Washington. A tal proposito, se è vero che, per anni, non si è fatto che ripetere come un’eventuale apertura degli USA nei confronti della Russia avrebbe rischiato di far sì che la forte convergenza di carattere economico-energetico esistente tra Mosca e Berlino erodesse il consueto schema delle relazioni tra le due sponde dell’Atlantico, ora che tale prospettiva potrebbe davvero concretizzarsi, tra gli europei, tedeschi inclusi, sembrerebbe prevalere il timore di finire schiacciati tra gli interessi del Cremlino e quelli della Casa Bianca.
Se tale situazione cambierà lo si vedrà, ovviamente, nel prossimo futuro. Nondimeno, finché non si arriverà ad una vera composizione del conflitto ucraino qualsiasi proposta sarà destinata a non avere alcun effetto concreto.
Nel frattempo, se nei campi di battaglia ucraini si continua a combattere senza sosta, lo scontro scontro valica ormai sempre più spesso i confini dei due contendenti.
Nei cieli europei risultano, infatti, sempre più frequenti gli abbattimenti di velivoli senza pilota nello spazio aereo della NATO.
È questo il caso della Romania, dove, l’altro ieri, gli F-16 in dotazione all’aeronautica del Paese hanno abbattuto due droni russi di tipo “Geran”, e, ovviamente, dello spazio aereo baltico, dove, nel corso degli ultimi mesi, anche gli Eurofighter dell’Aeronautica Militare italiana hanno più volte intercettato e, in almeno due casi abbattuto, velivoli militari unmanned.
L’ultimo di questi casi si è verificato proprio nella giornata l’altro ieri, quando un drone ucraino è stato deviato dalle forze di Mosca nei cieli della Lituania, costringendo due dei nostri Typhoon ad alzarsi in volo dalla base aerea di Siauliai al fine di intercettarlo.
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