Di Giuseppe Gagliano
KIEV. Nel corso degli ultimi giorni, diverse piattaforme online hanno diffuso filmati che, secondo le descrizioni e le interpretazioni fornite dagli utenti, mostrerebbero azioni riconducibili a tattiche di guerriglia impiegate sia da unità russe sia da elementi affiliati all’Ucraina.
Questi contenuti, condivisi con rapidità e intensità sui social media, ritrarrebbero scontri a fuoco ravvicinati e attacchi a sorpresa, in contesti che alcuni testimoni descrivono come brutali e non risparmiati da una logica di violenza indiscriminata.

Molti di questi video, registrati con telefoni cellulari o telecamere montate su droni, sembrano effettivamente documentare combattimenti frammentari e caotici in zone rurali o urbane ridotte in macerie.
Le circostanze in cui tali filmati sono stati realizzati appaiono eterogenee. In alcuni casi si nota un’azione coordinata da parte di piccoli gruppi armati: l’avanzata furtiva, gli agguati, l’uso di armi leggere e anche strumenti artigianali, come esplosivi improvvisati o mine collocate su percorsi considerati strategici.
In altri si intravede una risposta dall’altra parte, con manovre altrettanto rapide o controffensive a bassa intensità, tipiche di formazioni che non rispondono esclusivamente a una catena di comando convenzionale.
La confusione generata dalla presenza di gruppi paramilitari o volontari non regolari di entrambe le parti rende difficile determinare con esattezza chi stia agendo con precise regole d’ingaggio e chi invece operi in modo più autonomo o con finalità mirate al puro logoramento del nemico.
Dagli elementi visionabili si ricavano in particolare tre aspetti che ricorrono nella maggior parte dei video condivisi.
Il primo è la precarietà dei contesti in cui avvengono gli scontri: infrastrutture ridotte a ruderi, strade disseminate di macerie e veicoli abbandonati, rendono il teatro di guerra estremamente variabile.
Il secondo aspetto è la mancanza di una linea del fronte lineare: emerge una sorta di “conflitto diffuso”, con azioni che possono avvenire a chilometri di distanza l’una dall’altra, senza un’evidente continuità geografica.
Il terzo è l’apparente crescente disposizione a impiegare metodi aspri e non convenzionali, in cui la distinzione tra combattenti e civili – o la preservazione di aree potenzialmente abitate – sembra non sempre essere stata prioritaria.
La dinamica illustrata da questi filmati, tuttavia, richiede analisi prudente e contestualizzata. Non di rado, frammenti di video o singole sequenze possono essere estrapolate e utilizzate come prove di colpevolezza di una parte o dell’altra, senza che siano disponibili informazioni complete sui retroscena o sui minuti precedenti e successivi all’azione ripresa.
La propaganda, inoltre, rappresenta una variabile costante in ogni conflitto: molte piattaforme e canali social diventano arene digitali in cui si pubblicano esclusivamente contenuti favorevoli a una determinata narrazione, omettendo quelli che contraddirebbero il messaggio desiderato. Di conseguenza, è essenziale che chiunque si avvicini a tali materiali li valuti con spirito critico, ricercando fonti indipendenti e monitorando i principali organi di stampa e di analisi riconosciuti a livello internazionale.
Sul piano del diritto internazionale, le immagini riportate da vari utenti hanno già sollevato interrogativi sulla possibile presenza di crimini di guerra, legati a esecuzioni sommarie, torture o bombardamenti su aree civili. Gli esperti ricordano che le convenzioni di Ginevra e ulteriori protocolli impongono obblighi precisi in merito alla protezione di non combattenti, prigionieri e feriti.
L’utilizzo di metodi di guerriglia non è di per sé proibito dal diritto bellico, ma la cosiddetta “guerra al massacro indiscriminata” è vietata e, se provata, può configurarsi come una violazione grave delle norme internazionali.
La presenza di diversi organismi indipendenti e di giornalisti investigativi che tentano di verificare l’autenticità e la natura di questi filmati potrebbe in futuro offrire uno sguardo più chiaro sulla condotta delle parti in conflitto.
Tuttavia, l’interpretazione di immagini frammentarie, spesso di difficile attribuzione, richiede tempo e risorse, nonché la collaborazione di chiunque disponga di materiali originari non manipolati.
Nel frattempo, la diffusione di tali video, unita a testimonianze sul campo e a report di organizzazioni umanitarie, alimenta il dibattito sulle responsabilità e la modalità con cui russi e ucraini gestiscono il confronto militare, tra le regole della guerra convenzionale e gli scenari fluidi in cui si rischia di perdere nettamente la distinzione tra civili e combattenti.
L’incertezza sulla linea di demarcazione fra propaganda e cronaca effettiva rimane alta. In un contesto in cui entrambi gli schieramenti accusano l’avversario di azioni spietate e mostrano alla comunità internazionale filmati con finalità politiche o propagandistiche, risulta difficile stabilire una verità univoca e unanime.
La raccolta e la comparazione di prove materiali, nonché l’ausilio di inchieste giornalistiche e giudiziarie indipendenti, rappresentano l’unica strada percorribile per verificare il reale svolgimento dei fatti e promuovere, in prospettiva, una forma di giustizia per le eventuali vittime di violazioni gravi.
Nell’attesa di riscontri più approfonditi, rimane fondamentale non perdere di vista il quadro generale e ricordare che la guerra è, per sua natura, fonte di sofferenza diffusa.
Gli eventi narrati dai video condivisi online, quando non falsificati, sono comunque frammenti di una realtà più ampia e complessa in cui si scontrano interessi geopolitici, ragioni storiche e strategie di comunicazione.
È in questo intreccio che occorre collocare ogni testimonianza, facendo ricorso alla massima prudenza nel trarre conclusioni e auspicando un monitoraggio costante da parte degli organismi internazionali competenti.
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