Di Giuseppe Gagliano
WASHINGTON. L’Europa dipende in larga misura da sistemi d’arma e tecnologie militari di origine statunitense, un retaggio del dopoguerra e della cooperazione transatlantica che oggi presenta importanti implicazioni geopolitiche.
Di seguito analizziamo come questa dipendenza influenzi le capacità autonome europee, il ruolo strategico dei Paesi UE nella NATO e nei conflitti, le relazioni diplomatiche con Washington e altri attori globali, gli sforzi per un’industria della difesa autonoma (come i Programmi FCAS e Tempest), i rischi connessi e le iniziative volte a ridurre tale subordinazione tecnologica.

Capacità operative autonome limitate dalla dipendenza tecnologica
La forte dipendenza dai sistemi d’arma statunitensi incide sulle capacità operative autonome dei Paesi europei.
Nonostante la somma delle spese militari europee sia notevole (nel 2023 gli alleati europei della NATO hanno speso 4 volte la Russia in difesa, e cinque paesi europei figurano tra i primi 10 esportatori di armi), in pratica diverse capacità critiche restano carenti senza il supporto USA.
La NATO ha individuato quattro ambiti in cui gli europei dipendono maggiormente dagli assetti statunitensi: intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) (inclusi droni e satelliti), difesa aerea e missilistica integrata, capacità di attacco di precisione a lungo raggio e trasporto strategico con rifornimento in volo.
Queste capacità di “enabler” – ad esempio aerei cisterna per il rifornimento o piattaforme ISR avanzate – sono essenziali per condurre operazioni complesse.
La loro scarsità in Europa limita l’autonomia operativa: basti ricordare che nell’intervento NATO in Libia (2011) emerse una grave carenza europea di aerocisterne e velivoli da ricognizione, costringendo a fare affidamento sugli USA (che all’epoca fornivano circa il 90% della capacità di rifornimento in volo).

Ciò ridusse il raggio d’azione e l’efficacia iniziale della campagna aerea europea.
Nonostante iniziative per colmare questi gap – ad esempio consorzi per condividere aerei da trasporto e tanker – ancora oggi i programmi europei in corso (circa 100 aerocisterne previste entro il 2025) coprirebbero meno del 40% del fabbisogno NATO, insufficiente per un’autonomia completa.
In pratica, le forze europee non sono attualmente in grado di condurre operazioni ad alta intensità senza supporto USA.
Decenni di “dividendi di pace” post Guerra Fredda hanno portato a una riduzione degli organici e investimenti, confidando nell’ombrello americano per scenari estremi.
Ad esempio, nell’assistenza militare all’Ucraina contro l’invasione russa, gli alleati europei hanno incontrato difficoltà e lentezze dovute a scorte ridotte e capacità logistiche limitate, dopo anni di ridimensionamento delle forze.
La guerra in Ucraina (2022) ha risvegliato l’Europa sull’urgenza di rafforzare le proprie forze, ma ha anche evidenziato la dipendenza dagli Stati Uniti per sistemi avanzati come difese anti-aeree (Patriot), lanciarazzi a lunga gittata (HIMARS) e intelligence in tempo reale.
Funzionari NATO riconoscono che, allo stato attuale, l’Europa sarebbe “molto vulnerabile” senza il supporto militare americano. In sintesi, la superiorità tecnologica e di proiezione di potenza degli Stati Uniti rimane un fattore abilitante imprescindibile per la difesa europea odierna.
Posizione strategica dell’Europa nella NATO e nei conflitti internazionali
La dipendenza tecnologica condiziona il ruolo strategico degli alleati europei all’interno della NATO e in scenari bellici globali.
Sin dalla fondazione dell’Alleanza Atlantica, gli Stati Uniti hanno rappresentato il pilastro della sicurezza europea, fungendo da principale baluardo contro minacce esterne.
Ciò ha portato a uno sbilanciamento in cui l’Europa, pur contribuendo economicamente e numericamente alle forze NATO, rimane subordinata al comando, alle risorse e alle scelte strategiche statunitensi.
Ad esempio, in interventi NATO come Kosovo (1999) o Afghanistan (2001-2021), gli europei hanno fornito contingenti significativi, ma le capacità chiave (comando e controllo, supporto aereo, sorveglianza) erano appannaggio degli USA. Ne consegue che l’autonomia decisionale europea in contesti di crisi è spesso limitata: senza l’appoggio americano, alcune operazioni militari non verrebbero nemmeno contemplate.
Questa situazione ha generato un dibattito sulla “autonomia strategica europea”.

Nel 2019 il Presidente francese Emmanuel Macron arrivò a dichiarare che la NATO era in situazione di “morte cerebrale” e che l’Europa non può più fare affidamento sugli Stati Uniti per la propria difesa, pena la perdita di controllo sul proprio destino.
Tali commenti, provocatori, riflettevano l’incertezza suscitata dall’Amministrazione Trump – percepita come meno impegnata nella difesa dell’Europa – e hanno suonato come un wake-up call per molti alleati. Allo stesso tempo, diversi paesi (soprattutto nell’Europa orientale) vedono la presenza USA come insostituibile contro la minaccia russa, frenando iniziative che possano indebolire il legame transatlantico.
La conseguenza è una posizione ambivalente: l’UE sostiene ufficialmente il pilastro europeo nella NATO, aumentando i propri contributi, ma senza mettere in discussione la leadership americana.
Anzi, l’aggressione russa all’Ucraina ha rinsaldato la coesione NATO sotto guida USA, confermando che, nel breve termine, la sicurezza europea dipende dalla deterrenza americana.
Tuttavia, si fanno strada accordi per rafforzare un pilastro europeo nell’Alleanza (ad esempio la creazione di un corpo d’intervento rapido europeo di 5 mila unità entro il 2025 prevista dallo Strategic Compass UE) e per migliorare il coordinamento tra NATO e UE nell’identificare esigenze capacitive.
In prospettiva, ciò potrebbe dare agli europei maggiore peso strategico nelle decisioni dell’Alleanza e più capacità di intervento autonomo – ma solo se accompagnato da investimenti concreti che riducano l’attuale dipendenza tecnologica dagli USA.
Nei conflitti internazionali al di fuori del territorio NATO, la dipendenza europea dagli Stati Uniti influenza quando e come l’Europa può agire.
Ad esempio, operazioni militari in aree lontane (Medio Oriente, Africa, Indo-Pacifico) richiedono capacità di proiezione – aerei da trasporto, portaerei, rifornimento in volo, intelligence satellitare – di cui gli europei dispongono in misura limitata.
Ciò significa che senza il coinvolgimento diretto americano, l’Europa difficilmente intraprende interventi militari su larga scala.
Questo ha implicazioni sulla politica estera: gli avversari sanno che un’Europa priva dell’appoggio USA è riluttante o incapace di un’azione militare robusta, il che può indebolire la leva diplomatica europea.
D’altro canto, quando gli Stati Uniti decidono di intervenire (o di non intervenire), l’Europa tende ad allinearsi: ad esempio, l’assenza di supporto USA ha limitato le opzioni europee in crisi come la guerra civile siriana, mentre la disponibilità americana è stata decisiva per autorizzare interventi come in Libia 2011 o il sostegno militare all’Ucraina nel 2022-2023.
In definitiva, l’attuale postura strategica dell’Europa è strettamente intrecciata con quella degli Stati Uniti: la NATO rimane il fulcro della difesa europea, garantendo efficacia militare ma anche vincolando la sovranità operativa dell’UE alle dinamiche di Washington.
Influenza sulle relazioni diplomatiche con USA, Russia e Cina
La dipendenza tecnologica militare rafforza il legame transatlantico ma crea anche delicate dinamiche diplomatiche.
Nei confronti degli Stati Uniti, l’Europa si trova in una posizione di alleato subordinato: da un lato c’è un impegno comune verso la difesa collettiva e valori condivisi, dall’altro Washington detiene un chiaro vantaggio negoziale sapendo che molti paesi europei non possono rinunciare facilmente al supporto tecnologico americano.

Ciò può tradursi in leve di pressione politiche: ad esempio, durante la Presidenza Trump l’ombra di un ridimensionamento dell’impegno USA in Europa ha spinto molte capitali UE ad aumentare il budget militare e ad accettare richieste americane (come l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi) per assicurarsi il continuo sostegno NATO.
I leader europei sono ben consci che uno strappo diplomatico serio con Washington – ad esempio su questioni commerciali o strategiche – potrebbe mettere a rischio forniture cruciali di armi e parti di ricambio.
Di recente, l’UE ha discusso esplicitamente il rischio che gli USA utilizzino l’export di armi e intelligence come strumento di pressione politica: è emblematico il monito che “gli americani possono schiacciare un bottone e disattivare gli F-35 venduti ai paesi europei” pronunciato da una fonte UE, preoccupata dalla dipendenza software e logistica di tali caccia.
Questo squilibrio impone all’Europa un esercizio di equilibrio diplomatico: mantenere un “forte partenariato transatlantico” – come ribadito ufficialmente da Bruxelles – ma al contempo rivendicare maggiore autonomia nelle scelte strategiche per evitare di essere percepita (e trattata) come un vassallo.
Nei rapporti con potenze rivali come Russia e Cina, la subordinazione tecnologica dell’Europa agli USA influisce in vari modi. In primo luogo, consolida la percezione, diffusa a Mosca, che i paesi europei non abbiano una politica estera e di difesa pienamente indipendente ma seguano la linea dettata da Washington.

Funzionari russi spesso definiscono gli europei “vassalli” degli Stati Uniti – il ministro Sergey Lavrov, ad esempio, ha affermato che “gli USA stanno rovinando i loro vassalli europei mentre la loro industria bellica fa profitti”, riferendosi al fatto che Washington trae vantaggio economico dal riarmo UE spinto dalla minaccia russa.
Tale retorica mira a delegittimare gli europei come attori autonomi nei negoziati (infatti la Russia nel conflitto ucraino tende a preferire colloqui diretti con gli USA, escludendo l’UE) e a seminare divisioni transatlantiche.
Di contro, va notato che l’aggressione russa ha lasciato all’Europa ben poca scelta: l’allineamento con gli Stati Uniti è diventato imprescindibile per fronteggiare la guerra in Ucraina, imponendo sanzioni severe a Mosca e fornendo armi a Kiev in stretta coordinazione con Washington.
In sostanza, la dipendenza militare ha spinto l’UE a reagire alla minaccia russa sotto l’ombrello NATO, chiudendo (almeno temporaneamente) lo spazio a iniziative diplomatiche europee più autonome verso Mosca.
Per quanto riguarda la Cina, la situazione è più sfumata. Pechino non è un avversario militare diretto dell’Europa, e molti Paesi UE hanno forti legami economici con la Cina.
Tuttavia, la pressione USA per un contenimento della Cina (sia sul piano tecnologico che su quello militare, ad esempio nel mar Cinese meridionale o riguardo Taiwan) coinvolge anche l’Europa.
La dipendenza tecnologica da Washington rende infatti complicato per l’UE assumere una posizione del tutto equidistante: se dovesse acuirsi lo scontro USA-Cina, gli europei potrebbero essere chiamati a schierarsi con il loro tradizionale alleato di sicurezza. Già ora, la NATO ha iniziato a considerare le sfide poste dalla Cina, e documenti UE definiscono Pechino un “rivale sistemico”, in parte per allinearsi alle preoccupazioni statunitensi.
Ci sono però divergenze intra-europee su questo tema – Francia e Germania, ad esempio, sono caute nel seguire una linea troppo dura che comprometta i rapporti commerciali con la Cina.
La limitata autonomia militare europea significa anche che un eventuale impegno in Asia (ad esempio missioni di libertà di navigazione o supporto a Taiwan) sarebbe fortemente dipendente da capacità USA: questo de facto frena un attivismo europeo indipendente nell’Indo-Pacifico.
D’altro canto, la Cina cerca di sfruttare queste dinamiche invitando l’Europa a “emanciparsi” dall’influenza americana.
Episodi come la visita di Macron a Pechino (aprile 2023), in cui ha ribadito che l’Europa non deve essere “seguace” delle strategie altrui su Taiwan, vengono enfatizzati dalla diplomazia cinese per incoraggiare una politica estera europea più autonoma.
Finora però, sul piano militare concreto, l’Europa resta saldamente ancorata alla partnership USA: segnale ne è il rifiuto europeo di qualsiasi cooperazione militare significativa con Pechino e la partecipazione di molti alleati (Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi) a operazioni di pattugliamento con gli americani nel Pacifico.
In sintesi, la dipendenza tecnologica spinge l’Europa a tener conto prioritariamente delle sensibilità USA anche nel calibrare le relazioni con Russia e Cina, limitando i margini per iniziative strategiche pienamente indipendenti.
Verso un’industria militare autonoma: programmi FCAS, Tempest e altre iniziative
Consapevole dei limiti e rischi del dipendere da fornitori esterni, l’Europa sta tentando di rafforzare la propria industria della difesa e sviluppare tecnologie d’avanguardia “made in Europe”.
Negli ultimi anni sono nati importanti programmi multinazionali volti a progettare i sistemi d’arma del futuro senza ricorrere agli Stati Uniti.
Due esempi di spicco nel settore aeronautico sono il Future Combat Air System (FCAS) e il Tempest, entrambi mirati a creare caccia di sesta generazione.
Concept art di un caccia di nuova generazione FCAS: questi velivoli futuri dovrebbero sostituire gli attuali Eurofighter e Rafale, rendendo l’Europa autonoma nei caccia di punta.
Il programma FCAS è guidato da Francia, Germania e Spagna con l’obiettivo di sviluppare entro il 2040 circa un sistema di combattimento aereo integrato di nuova generazione.
Esso comprenderà un caccia stealth avanzato (New Generation Fighter) accompagnato da droni da combattimento e da un’architettura di rete che connetta il tutto.
Nato nel 2017 anche in risposta alle incertezze sul futuro supporto USA (Brexit e l’elezione di Trump avevano lanciato l’allarme sulla necessità di una Difesa europea più autonoma), il FCAS è stato salutato da Macron come una “rivoluzione profonda” nella cooperazione europea.
Tuttavia, il progetto ha incontrato notevoli ostacoli interni: persistenti dispute tra le industrie partner (Dassault per la Francia e Airbus per la Germania) su ripartizione del lavoro e diritti di proprietà intellettuale hanno rallentato i progressi.
Nel 2021 il programma era in stallo, illustrando le difficoltà nel consolidare la base tecnologica-industriale frammentata del continente.
Solo a fine 2022 i Governi sono riusciti a mediare un accordo industriale, permettendo l’avvio della fase successiva (Phase 1B) nel 2023.
Nonostante i ritardi, il FCAS rimane un pilastro delle ambizioni europee: se realizzato con successo, fornirà un caccia all’altezza o superiore all’F-35 americano, con tecnologie europee in ogni componente (motori, sensori, armamenti).
Ciò garantirebbe maggiore sovranità operativa a Francia, Germania, Spagna (e potenzialmente altri partner che potrebbero aderire), riducendo la dipendenza da Lockheed Martin e dagli USA per i velivoli da combattimento di punta.
Parallelamente, il Regno Unito, fuori dall’UE ma ancora partner NATO europeo di primo piano, ha lanciato il proprio programma di caccia di 6ª generazione chiamato Tempest, ora evoluto nel Global Combat Air Programme (GCAP).
Il GCAP è uno sforzo congiunto tra UK, Italia e Giappone (accordo ufficializzato nel 2022) per sviluppare un nuovo aereo da combattimento entro il 2035.
L’Italia, pur acquistando anche F-35 americani, partecipa al Tempest/GCAP per mantenere e far crescere la propria industria aerospaziale (Leonardo in primis).
Questo progetto, complementare al FCAS, indica che più nazioni europee vogliono assicurarsi una capacità sovrana nei caccia avanzati, seppur con alleanze industriali diverse.
È possibile che in futuro i due filoni (FCAS dell’Europa continentale e Tempest anglo-italiano) convergano o competano; in ogni caso, evidenziano uno sforzo europeo senza precedenti dagli anni ’80 (era degli Eurofighter e Rafale) per svincolarsi dal dover acquistare aerei USA di generazione futura.
Oltre ai caccia, l’Europa sta investendo in vari programmi per colmare lacune critiche: ad esempio, il Progetto Eurodrone (droni MALE di media altitudine e lunga durata) sviluppato da un consorzio guidato da Airbus, pensato per ridurre la dipendenza dai droni americani (Reaper) e israeliani; il futuro Main Ground Combat System (MGCS), iniziativa franco-tedesca per un nuovo carro armato da combattimento che rimpiazzi Leopard 2 e Leclerc intorno al 2035; nuove generazioni di elicotteri, capacità spaziali europee (satelliti di osservazione e comunicazioni sicure) e difese cyber.
Molti di questi rientrano nella cooperazione strutturata permanente PESCO dell’UE, lanciata nel 2017 per coordinare progetti militari multinazionali. Ad oggi sono attivi decine di progetti PESCO, alcuni dei quali mirati a sviluppare tecnologie avanzate (ad esempio sistemi anti-drone, capacità di sorveglianza marittima congiunta, ecc.).
Parallelamente, la Commissione Europea ha istituito il Fondo Europeo per la Difesa (EDF), che nel bilancio 2021-2027 stanzia circa 8 miliardi di euro in cofinanziamenti per ricerca e sviluppo congiunti nel settore Difesa.
Lo scopo è duplice: generare economie di scala tra Paesi UE (evitando che ciascuno sviluppi da sé piccoli progetti ridondanti) e soprattutto sostenere l’innovazione nelle industrie europee, affinché l’Europa non rimanga indietro nelle tecnologie militari emergenti (dall’intelligenza artificiale applicata ai sistemi d’arma, all’iper-sonico, alla guerra elettronica avanzata).
Va sottolineato che queste iniziative, pur promettenti, hanno orizzonti temporali lunghi e non risolvono la dipendenza nell’immediato.

I caccia FCAS e Tempest vedranno la luce tra 10-15 anni; nel frattempo, molti Paesi europei acquistano l’F-35 per esigenze contingenti.
C’è quindi un equilibrio delicato tra colmare subito i gap con soluzioni pronte (spesso americane) e investire per l’autonomia di domani.
Inoltre, la coesione europea su questi programmi non è totale: ad esempio, Germania e altri 15 Stati hanno lanciato nel 2022 l’European Sky Shield Initiative per creare uno scudo missilistico comune, ma questo progetto prevede di acquistare sistemi come gli americani Patriot e gli israelo-americani Arrow-3, suscitando l’opposizione della Francia e dell’Italia che spingono invece per soluzioni europee (ad esempio il sistema italo-francese SAMP/T).

L’insistenza francese su un approccio “Buy European” riflette la volontà di non usare fondi europei per comprare armi straniere, mentre altri – Germania in primis – privilegiano l’urgenza di capacità disponibili subito anche se extra-UE.
Questa divergenza mostra come realizzare un’industria militare autonoma europea sia anche una questione politica: implica conciliare esigenze di breve termine (minacce immediate che spingono ad acquistare dall’esterno) con obiettivi di lungo termine (sviluppare in casa le tecnologie).
In ogni caso, l’avvio di grandi programmi congiunti e il rafforzamento della base industriale europea (nel 2020-24, paesi come l’Italia sono saliti nella classifica degli esportatori mondiali di armi, segno di vitalità crescente) indicano che l’Europa sta ponendo le basi per una maggiore autosufficienza militare nel futuro.
Rischi e vulnerabilità derivanti dalla dipendenza dagli USA
La subordinazione tecnologica agli Stati Uniti comporta numerosi rischi e vulnerabilità per l’Europa, che vanno dalla sfera operativa a quella strategico-politica.
Possibili restrizioni o interruzioni nelle forniture.
Affidarsi a sistemi d’arma stranieri significa dipendere dalla volontà politica altrui per la manutenzione, i ricambi, le munizioni e l’aggiornamento di tali sistemi.
In caso di divergenze politiche transatlantiche, Washington potrebbe limitare l’accesso a tecnologie cruciali o porre veti sul loro impiego.
Questa vulnerabilità è stata paventata durante l’era Trump e rimane attuale: in un ipotetico scenario di ritorno di un’amministrazione USA meno favorevole alla NATO, l’Europa potrebbe trovarsi con arsenali sofisticati ma inutilizzabili per mancanza di supporto tecnico o parti di ricambio.
Un esempio concreto è l’esclusione della Turchia dal programma F-35 decisa dagli USA nel 2019: Ankara, pur essendo alleato NATO, è stata tagliata fuori dalla fornitura di caccia stealth a causa di scelte politiche (acquisto di missili russi S-400) non gradite a Washington.
Questo dimostra che l’accesso europeo a certe tecnologie può essere revocato unilateralmente dagli USA in circostanze critiche.
Dipendenza software e kill switch tecnologico
Molti sistemi statunitensi includono componenti software proprietari e collegamenti dati che gli USA possono controllare.
Ciò solleva il timore (espresso da ufficiali europei) che in caso di crisi gli americani possano addirittura disabilitare da remoto alcuni equipaggiamenti forniti.
Senza dipingere scenari estremi, è assodato che piattaforme come l’F-35 richiedono costante accesso ai sistemi informatici del produttore per gestione e mission data: gli USA hanno perciò la possibilità tecnica di negare aggiornamenti o funzionalità. Inoltre, l’uso di sistemi di comunicazione e intelligence made in USA espone a una perdita di riservatezza – i dati operativi raccolti da sensori USA in dotazione agli europei spesso tornano a centri di analisi americani.
In sintesi, vi è una vulnerabilità intrinseca quando le chiavi del funzionamento di un’arma risiedono oltreoceano.
Ritardi decisionali e limitata libertà d’azione La necessità di autorizzazioni americane per riutilizzare o trasferire armamenti può rallentare la capacità europea di rispondere rapidamente a crisi.
Ad esempio, per inviare carri armati occidentali in Ucraina nel 2023 si è dovuto attendere il via libera USA (per i propri Abrams) e la decisione di Berlino sui Leopard: fino a quando Washington non ha dato l’assenso, la coalizione europea ha esitato.
Allo stesso modo, paesi europei con arsenali di fabbricazione USA (come caccia F-16, missili Javelin, ecc.) hanno clausole di re-export che richiedono l’ok di Washington per cederli a terzi.
Questo significa che l’Europa non ha piena autonomia nel disporre delle armi comprate, dovendo ogni volta coordinarsi con gli americani.
Esposizione economica e industriale
Continuare ad importare la maggior parte degli equipaggiamenti dagli USA comporta per l’Europa un costo finanziario elevato e mancati investimenti interni.
Secondo dati SIPRI, tra il 2015-2019 e il 2020-2024 le importazioni di armi dei Paesi NATO europei sono più che raddoppiate, e ben il 64% di queste armi proveniva dagli Stati Uniti.
In altre parole, oltre la metà della spesa europea per import di armamenti finisce nelle casse dell’industria USA.
Questo arricchisce i fornitori americani (rafforzando il loro primato: gli Stati Uniti hanno raggiunto il 43% delle esportazioni globali di armi negli ultimi cinque anni, 4 volte il volume della Francia che è il secondo) ma erode la competitività delle aziende europee. Inoltre, crea dipendenza occupazionale: molti programmi USA assegnano solo una parte marginale della produzione all’Europa (assemblaggio F-35 in Italia, ad esempio), mantenendo però in America il grosso del valore aggiunto.
Ciò indebolisce nel lungo termine la sovranità industriale europea e la capacità di innovazione autoctona, se non invertito.
Vulnerabilità strategica in caso di “pivot” americano altrove
L’ultima vulnerabilità, più generale, è che l’Europa rischia di trovarsi impreparata di fronte a un disimpegno USA. Se gli Stati Uniti dovessero concentrare le forze sul teatro indo-pacifico a causa di una crisi con la Cina, sottraendo asset dall’Europa, gli alleati europei potrebbero non essere in grado di colmare il vuoto.
Senza radar americani, senza la rete satellitare GPS (oggi fondamentale e di proprietà USA), senza le capacità di trasporto e rifornimento USA, difendere ad esempio il fianco est NATO diventerebbe molto più arduo per gli europei.
Questo scenario non è remoto: lo stesso Comandante del Comitato militare NATO, Ammiraglio Bauer, ha avvertito che l’Europa deve prepararsi a contare di più su sé stessa in futuro.

In breve, la dipendenza attuale è una vulnerabilità perché riduce la resilienza europea: ogni shock o cambiamento nelle priorità USA potrebbe tradursi in una crisi di sicurezza per l’Europa.
In sintesi, l’affidamento prevalente sull’ombrello militare statunitense, se da un lato ha garantito decenni di pace, dall’altro espone l’Europa a rischi di ricatto, a un deficit di autonomia operativa e a possibili scoperture difensive in scenari futuri.
Queste preoccupazioni motivano la spinta – specie da parte di paesi come Francia – a ridurre tale dipendenza, aumentare la propria resilienza strategica e garantirsi che la sicurezza europea non sia ostaggio di decisioni altrui.
Proposte e iniziative per ridurre la subordinazione tecnologica
Per far fronte a queste sfide, negli ultimi anni l’Europa ha messo in campo diverse strategie e proposte volte a diminuire la subordinazione tecnologica agli USA e costruire una Difesa più autonoma.
Queste iniziative si possono riassumere in alcuni filoni principali:
Aumento degli investimenti nazionali nella Difesa
Dopo il 2022 praticamente tutti i paesi europei hanno annunciato incrementi sostanziali dei bilanci militari, con l’obiettivo di raggiungere o superare il famoso target NATO del 2% del PIL. La Germania ha varato un fondo speciale da 100 miliardi di euro per ammodernare le sue Forze Armate, la Polonia mira addirittura al 4% del PIL in spesa militare, Francia e Italia hanno pianificato crescita costante dei loro budget Difesa.
Questa corsa al riarmo europeo, pur motivata principalmente dalla minaccia russa, offre l’opportunità di investire tali risorse nell’industria europea invece che acquistare off-the-shelf dagli USA. In altre parole, i governi hanno ora margine finanziario per commissionare armamenti “in casa” se riescono a coordinarvisi. La Commissione Europea stima un fabbisogno di circa €70 miliardi aggiuntivi entro il 2025 per colmare le lacune evidenziate dal conflitto ucraino – ad esempio ricostituire scorte di munizioni, artiglierie, difese antiaeree. Sta spingendo gli Stati membri a spendere questi fondi in modo cooperativo e orientato al mercato interno UE.
Iniziative UE per acquisti congiunti e “buy European”.
Nel 2022-2023 l’Unione Europea ha lanciato programmi inediti per favorire acquisizioni comuni di armamenti e sostenere la propria base industriale.
Un esempio è il Joint Procurement Task Force per l’acquisto congiunto di munizioni a favore dell’Ucraina (e il contestuale riempimento degli arsenali nazionali), finanziato con 2 miliardi di euro di fondi europei.
Sulla scia di questo, la Commissione – su impulso soprattutto di Francia e Italia – ha proposto uno strumento finanziario più ampio chiamato “European Defence Industry Reinforcement through common Procurement Act (EDIRPA)”, poi evoluto nell’idea di un fondo di prestiti UE da 150 miliardi per aiutare i Paesi a riarmarsi.
Questo piano, denominato in bozza “SAFE” (Supporting Ammunition and Foam Equipment, o Security Action for Europe secondo alcune fonti), intende erogare prestiti agevolati agli Stati che investono in capacità critiche, premiando gli acquisti presso fornitori europei.
La Presidente Ursula von der Leyen ha esplicitamente dichiarato che tali fondi “devono finanziare gli acquisti dai produttori europei”, configurandoli come misura di politica industriale pro-difesa UE.
Allo stesso tempo, Von der Leyen ha riconosciuto la necessità di “fare squadra con altri paesi affini come Regno Unito, Norvegia o Canada, senza reinventare la ruota” – segno di un approccio pragmatico che non esclude collaborazione con partner extra-UE se necessario. La sfida infatti è bilanciare l’urgenza (colmare subito lacune critiche, anche acquistando sul mercato globale) con l’obiettivo strategico di sviluppare l’industria UE.
In concreto, la Commissione e il Consiglio stanno lavorando a criteri che diano priorità alle soluzioni europee negli appalti comuni finanziati da fondi UE, pur mantenendo qualche flessibilità.
Questa politica del “Buy European” nella Difesa è tuttora oggetto di dibattito acceso: la Francia la sostiene fortemente, mentre paesi come la Germania e i nordici temono ritardi e maggiori costi se si escludono offerte esterne.
L’esito di tale dibattito sarà cruciale per capire se l’Europa riuscirà davvero a coordinare la domanda interna di armamenti a beneficio dei propri fornitori.
Coordinamento e pianificazione congiunta delle capacità
L’UE ha sviluppato strumenti come il Coordinated Annual Review on Defence (CARD) e la stessa PESCO per mappare le carenze militari, evitare duplicazioni e promuovere la collaborazione tra Stati.
Ad esempio, è stata riconosciuta come prioritaria la necessità di aumentare le capacità negli stessi settori identificati dalla NATO (ISR, Difesa aerea, missili a lungo raggio, trasporto strategico), e su molti di essi sono partiti programmi cooperativi finanziati anche dall’EDF.
Un caso riuscito di cooperazione è il European Air Transport Command (EATC), che già da anni mette in comune parte della flotta da trasporto di 7 Nazioni, e l’iniziativa Strategic Airlift Capability che ha permesso a paesi senza cargo pesanti di utilizzare alcuni aerei C-17 in condivisione.
Questi esempi indicano che attraverso pooling & sharing gli europei possono mitigare la dipendenza: condividendo risorse tra loro, riducono la necessità di ricorrere a quelle USA.
La sfida è estendere questi modelli ad ambiti come il rifornimento in volo, la sorveglianza marittima, ecc.
Inoltre, NATO ed UE stanno cercando di sincronizzare meglio le rispettive pianificazioni capacitive, così che gli investimenti UE integrino le esigenze NATO e viceversa.
Questo eviterebbe sprechi e garantirebbe che ogni euro speso rafforzi sia la credibilità NATO sia l’autonomia europea, obiettivi che in ultima analisi devono convergere.
Rafforzare la ricerca e l’innovazione tecnologica europea
La superiorità tecnologica è la chiave dell’egemonia militare USA. Per colmare il gap, l’UE sta finanziando programmi di ricerca collaborativi su tecnologie emergenti: ad esempio, progetti su intelligenza artificiale applicata alla difesa, crittografia quantistica sicura, materiali avanzati per protezioni balistiche, sistemi spaziali, ecc., attraverso il pilastro R&D dell’EDF.
Si investe anche nella dual-use technology (tecnologie a duplice uso civile-militare) sfruttando fondi civili: ad esempio il programma spaziale Galileo ha dotato l’Europa di un sistema di navigazione satellitare proprio (alternativo al GPS USA) utilizzabile anche dai militari europei per operazioni autonome.
Allo stesso modo, programmi sulla cyber-sicurezza e sul 5G/6G europeo (per evitare di dipendere da fornitori non fidati) hanno anche ricadute sulla resilienza delle comunicazioni militari.
L’obiettivo è creare un ecosistema tecnologico europeo sempre più indipendente in settori critici, in modo che le Forze Armate UE di domani possano disporre di componenti chiave (chip, software, sensori) prodotti localmente o almeno in paesi alleati affidabili, riducendo l’esposizione a possibili restrizioni esterne.
Maggiore integrazione e condivisione tra Eserciti europei
Infine, una via spesso citata per ridurre la dipendenza è quella di unire le forze tra europei, creando masse critiche che offrano alternativa all’appoggio USA.
Proposte come la creazione di un quartier generale operativo UE permanente, o l’istituzione in futuro di una vera e propria forza armata europea, mirano a far sì che l’Europa possa pianificare e condurre operazioni militari autonomamente, almeno a livello regionale.
Anche se un “Esercito europeo” nel senso stretto resta un progetto lontano e politicamente sensibile, passi incrementali vengono compiuti: ad esempio Battlegroup multinazionali UE (di pronto impiego, seppur mai utilizzati finora) o la recente decisione di formare una forza di reazione rapida UE di 5 mila soldati entro il 2025, capace di intervento autonomo in crisi limitate.
Queste formazioni congiunte, se addestrate e dotate di mezzi interoperabili, potrebbero svincolare l’Europa dall’obbligo di attendere il via libera NATO/USA in certe situazioni, diminuendo la dipendenza operativa.
Inoltre, una maggiore standardizzazione di equipaggiamenti tra paesi europei (già avviata ad esempio con l’adozione condivisa di sistemi come il nuovo fucile d’assalto tedesco per vari eserciti, o i futuri obici comuni) semplificherà la logistica interna, rendendo gli europei meno bisognosi del supporto logistico USA in missione.
In conclusione, l’Europa sta cercando di affrancarsi gradualmente dalla dipendenza militare dagli Stati Uniti attraverso investimenti, cooperazione e integrazione.
Si tratta di un percorso lungo e non privo di ostacoli: come evidenziato, persistono divergenze politiche tra gli stessi europei su quanta “autonomia” perseguire, e la realtà geopolitica (con una guerra in corso sul suolo europeo) costringe per ora a fare affidamento sul sostegno americano.
Tuttavia, le iniziative in atto – dal finanziamento dell’industria locale alla progettazione congiunta di armi avanzate – indicano che l’UE riconosce la necessità di ridurre le vulnerabilità legate alla subordinazione tecnologica.
Esperti ed istituzioni concordano che una maggiore autonomia europea non è incompatibile con la NATO, anzi può rafforzarla condividendo meglio il fardello: l’importante è che l’Europa sviluppi capacità credibili per contribuire alla propria difesa. Come ha sintetizzato il ricercatore Nicholas Lokker, senza un certo grado di autonomia in più l’Europa rischia di diventare incapace di provvedere alla propria sicurezza man mano che gli USA guarderanno altrove.
Le azioni intraprese oggi, pur senza illudersi di raggiungere un’indipendenza completa a breve, mirano proprio a dare ai Paesi europei gli strumenti operativi e industriali per contare di più – sia nelle alleanze sia di fronte alle crisi – e per garantire la stabilità del continente in un mondo sempre più multipolare e incerto.
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