Di Giuseppe Gagliano*
TEHERAN. La nuova proposta iraniana sullo Stretto di Hormuz non è soltanto una mossa diplomatica.

È il tentativo di rovesciare l’ordine delle priorità imposto dagli Stati Uniti. Washington vuole partire dal nucleare: sospensione dell’arricchimento, consegna delle scorte di uranio altamente arricchito, garanzie di lungo periodo.
Teheran risponde spostando il centro del negoziato sul mare: apertura dello Stretto di Hormuz, fine del blocco marittimo statunitense, stabilizzazione del traffico energetico mondiale.
Solo dopo, sostiene l’Iran, si potrà tornare al dossier nucleare.
È una scelta calcolata. Il nucleare divide, irrigidisce, costringe ogni parte a misurarsi con la propria propaganda e con le proprie linee rosse. Hormuz, invece, parla al mercato mondiale, alle petroliere, agli assicuratori, ai governi asiatici ed europei, alle economie importatrici di energia.
Teheran sa che, se lo Stretto resta chiuso o anche solo minacciato, il conflitto non riguarda più soltanto Stati Uniti, Israele e Iran.
Diventa una crisi sistemica.
Lo Stretto di Hormuz è una delle vene principali dell’economia globale.
Da lì passa una quota decisiva del petrolio e del gas naturale liquefatto destinati ai mercati internazionali.
Ogni tensione su quel corridoio produce conseguenze immediate: rialzo dei prezzi, aumento dei costi assicurativi, deviazione delle rotte, pressione sulle riserve strategiche, instabilità finanziaria.
L’Iran lo sa e trasforma la geografia in leva negoziale.
La proposta iraniana e il rifiuto americano
Secondo quanto emerso, Teheran avrebbe già presentato una prima offerta: sospensione quinquennale dell’arricchimento dell’uranio, poi ripresa limitata a bassissimo tenore in laboratori civili; diluizione delle scorte; metà dell’uranio conservata in Iran sotto supervisione internazionale, l’altra metà trasferita alla Russia.
Washington ha respinto la proposta giudicandola insufficiente.
Gli Stati Uniti chiedono molto di più: sospensione del programma nucleare per vent’anni e consegna delle scorte di uranio altamente arricchito, indicate in 442 chilogrammi.
Qui si vede la distanza reale.
Per gli Stati Uniti, il problema è impedire definitivamente all’Iran di disporre della capacità tecnica per arrivare all’arma nucleare.
Per l’Iran, accettare una rinuncia così lunga e così profonda significherebbe consegnarsi strategicamente, rinunciando a uno degli strumenti principali della propria deterrenza.
La proposta su Hormuz serve proprio a evitare che il negoziato muoia sul nucleare prima ancora di cominciare.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi porta questo schema a Islamabad e poi a Mosca.

Non è casuale. Il Pakistan è potenza nucleare, Paese musulmano, attore regionale attento agli equilibri tra Iran, Golfo e Stati Uniti.
La Russia, invece, è il garante naturale di una parte della proposta iraniana, perché dovrebbe ricevere una quota delle scorte diluite e perché, nel nuovo ordine internazionale, Mosca è diventata il principale retroterra diplomatico e strategico di Teheran.
Il vero significato militare di Hormuz
Sul piano militare, Hormuz è il punto in cui la forza iraniana può compensare l’inferiorità tecnologica rispetto agli Stati Uniti.
Teheran non può sfidare Washington in mare aperto secondo criteri classici.
Ma può rendere costosa, rischiosa e politicamente insostenibile la libertà di manovra americana in un corridoio ristretto, affollato e vitale.
La strategia iraniana si fonda su missili costieri, droni, mine navali, barchini veloci, sommergibili leggeri, sistemi di sorveglianza, capacità di interdizione e pressione psicologica.
Non serve affondare decine di petroliere per provocare una crisi. Basta creare il dubbio che ogni nave possa diventare bersaglio.
In una guerra economica moderna, la minaccia spesso vale quanto l’attacco.
Gli Stati Uniti dispongono di una potenza navale immensamente superiore, ma devono garantire sicurezza continua su una rotta fragile.
L’Iran, invece, deve dimostrare di poterla rendere instabile.
È la logica della negazione d’accesso: non vincere una guerra convenzionale, ma impedire all’avversario di usare lo spazio senza pagare un prezzo crescente.
In questo senso la proposta iraniana non è segno di debolezza.
È il riconoscimento che Hormuz è il teatro in cui Teheran possiede la massima capacità di pressione. Spostare il negoziato dal nucleare allo Stretto significa portare Washington su un terreno dove il tempo lavora contro gli Stati Uniti e contro i loro alleati importatori di energia.
La monetizzazione dello Stretto: pedaggio o provocazione?
L’idea iraniana di imporre un pedaggio o tariffe di servizio alle petroliere in transito è la parte più audace e problematica della proposta.
Alcuni funzionari hanno parlato perfino di 2 milioni di dollari per nave.
L’obiettivo è evidente: trasformare Hormuz da passaggio internazionale a fonte di rendita geopolitica.
In altre parole, Teheran vorrebbe essere pagata non solo per il petrolio che vende, ma per la sicurezza della rotta da cui passa il petrolio degli altri.
La proposta ha però un limite strutturale.
L’Oman condivide la parte meridionale dello Stretto e i Paesi arabi del Golfo sono contrari a qualsiasi meccanismo che riconosca all’Iran una specie di diritto di esazione sulla navigazione.
Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Kuwait non possono accettare che la sicurezza delle proprie esportazioni energetiche dipenda da una tariffa fissata da Teheran.
Sarebbe una sconfitta politica prima ancora che economica.
Eppure, anche se difficilmente applicabile nella forma estrema, l’idea del pedaggio serve a lanciare un messaggio: l’Iran non intende più subire sanzioni, blocchi e isolamento senza mettere a sua volta un prezzo sulla stabilità energetica mondiale.
È una risposta geoeconomica alla guerra economica.
Se l’Occidente usa dollaro, sanzioni, assicurazioni e blocchi marittimi, Teheran risponde usando lo stretto più importante del pianeta.
La politica interna iraniana: generali al comando
Un elemento decisivo è il ruolo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.
Secondo quanto emerge, un gruppo di alti generali avrebbe gestito le decisioni centrali della guerra, del cessate il fuoco e dei colloqui con Washington, mentre la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, avrebbe delegato loro una parte sostanziale dell’autorità. Questo dice molto sulla natura della fase iraniana.
La diplomazia resta in mano al ministero degli Esteri, ma il perimetro reale delle decisioni è militare. Araghchi tratta, ma i Generali fissano i confini.
Il Parlamento cerca di mostrare unità attorno alla squadra negoziale guidata da Mohammad Bagher Ghalibaf, figura che incarna bene la saldatura tra istituzioni, politica e apparato militare.
Il rifiuto di alcuni ultraconservatori di firmare il sostegno alla trattativa mostra che l’Iran non è monolitico, ma il dissenso sembra limitato rispetto alla necessità di compattare il Paese.
Il punto è chiaro: Teheran vuole negoziare senza apparire sconfitta.
Vuole riaprire Hormuz senza trasformare l’apertura in una resa.
Vuole rimandare il nucleare perché sa che su quel dossier ogni concessione viene letta come capitolazione, mentre sul mare può presentarsi come attore responsabile che offre stabilità al mondo.
Lo scenario economico: il rischio di un inverno finanziario
Il conflitto su Hormuz contiene un rischio che va oltre il Medio Oriente.
Se lo Stretto rimanesse chiuso o intermittente, il prezzo del petrolio potrebbe salire rapidamente, trascinando gas, trasporti, fertilizzanti, produzione industriale e inflazione.
L’Europa, già fragile sul piano energetico, sarebbe esposta.
L’Asia, molto dipendente dai flussi del Golfo, avrebbe un interesse immediato alla de-escalation. Cina, India, Giappone e Corea del Sud non possono permettersi una lunga crisi energetica nel Golfo.
Qui si vede la forza della posizione iraniana.
Teheran non deve convincere solo Washington. Deve far capire agli importatori mondiali che la prosecuzione della pressione militare americana ha un costo collettivo.
La guerra diventa così una questione di prezzi, bilance commerciali, riserve valutarie, stabilità sociale.
Un aumento prolungato dell’energia colpirebbe soprattutto le economie importatrici e i ceti popolari, già compressi da anni di inflazione e incertezza.
La lettura di Jeffrey Sachs, secondo cui il conflitto non sarebbe un incidente ma il risultato di una strategia di lungo periodo per ridisegnare il Medio Oriente, si inserisce in questo quadro.
Al di là delle valutazioni politiche, il punto economico è solido: una guerra contro l’Iran non resta confinata all’Iran.
Tocca il petrolio, il dollaro, le rotte, le alleanze, la fiducia dei mercati e la stabilità dell’intero sistema.
Geopolitica della crisi: Iran, Russia e mondo non occidentale
L’incontro di Araghchi con Putin e Lavrov segnala che l’Iran non intende presentarsi da solo al tavolo.
La Russia è ormai il principale moltiplicatore diplomatico di Teheran.
Può custodire parte delle scorte nucleari diluite, può offrire copertura politica al Consiglio di Sicurezza, può aiutare l’Iran a resistere alle sanzioni e può presentare il conflitto come parte della più ampia lotta contro l’egemonia occidentale.
Anche qui la guerra d’Ucraina ha cambiato tutto.
Prima del 2022, Mosca cercava un equilibrio tra Israele, Iran, monarchie del Golfo e Occidente.
Oggi la Russia ha meno incentivi a moderare Teheran e più interesse a sostenere ogni crisi capace di assorbire risorse americane.
L’Iran, dal canto suo, ha rafforzato i legami con Russia e Cina, ha costruito reti regionali e ha trasformato la pressione occidentale in una spinta verso il blocco non occidentale.
Questo non significa che Teheran sia invulnerabile.
L’economia iraniana resta provata, la società è stanca, le élite sono divise, il Paese ha bisogno di esportare e di respirare.
Ma l’idea occidentale che la pressione produca automaticamente cedimento si è rivelata fragile.
Spesso produce invece irrigidimento, adattamento e ricerca di nuovi partner.
Il negoziato possibile
La proposta iraniana è imperfetta, provocatoria, forse in parte tattica.
Ma contiene una verità politica: senza una soluzione su Hormuz, il negoziato nucleare rischia di restare un esercizio astratto.
Washington può continuare a chiedere il massimo, ma deve misurarsi con il costo economico della crisi. Teheran può minacciare e monetizzare lo Stretto, ma sa che una chiusura prolungata danneggerebbe anche i suoi rapporti con Cina, India e Paesi vicini.
Il compromesso possibile potrebbe nascere proprio da qui: riapertura garantita dello Stretto, fine o alleggerimento del blocco marittimo, meccanismo internazionale di sorveglianza, rinvio ordinato del dossier nucleare, ritorno degli ispettori e trasferimento parziale delle scorte sotto garanzia russa o multilaterale.
Non sarebbe una pace definitiva. Sarebbe una tregua strategica.
Ma nel Medio Oriente attuale anche una tregua può essere un successo. Perché Hormuz non è soltanto un braccio di mare.
È il punto in cui guerra militare, guerra economica, deterrenza nucleare, rivalità tra grandi potenze e sopravvivenza dei regimi si incontrano.
Chi controlla Hormuz non controlla il mondo.
Ma può ricordare al mondo quanto sia fragile la sua prosperità.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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