Di Giuseppe Gagliano*
CARACAS. Le esplosioni che hanno squarciato il cielo di Caracas segnano un salto di qualità netto nello scontro tra Washington e il governo di Nicolás Maduro. Non più azioni dimostrative o pressioni indirette, ma un’operazione militare coordinata che colpisce nodi sensibili del dispositivo venezuelano. Le immagini di colonne di fumo e incendi localizzati indicano raid aerei di precisione contro infrastrutture chiave, a partire dalla Base Aerea di La Carlota e dal complesso di Fort Tiuna, cuore operativo della difesa della capitale.

Dalla pressione alla forza: una scelta politica deliberata
Il passaggio dall’attacco isolato di fine dicembre a una sequenza di colpi simultanei suggerisce una decisione politica maturata ai massimi livelli dell’Amministrazione Trump. L’obiettivo non è solo inviare un segnale, ma alterare gli equilibri sul terreno, riducendo la capacità di reazione del regime e mettendo alla prova la sua tenuta interna. La crisi, già accesa dalle operazioni statunitensi contro il narcotraffico nei Caraibi, entra così in una fase di confronto diretto.

Obiettivi militari e infrastrutturali: colpire il sistema, non solo i simboli
Oltre a La Carlota e Fort Tiuna, risultano colpiti il porto di La Guaira, la base El Libertador a Maracay, l’aeroporto di Miranda e diverse centrali elettriche. È una mappa coerente: difesa aerea, logistica, aviazione e rete energetica. Una strategia che mira a paralizzare, più che a conquistare. L’eventuale impiego di missili da crociera Tomahawk indica il coinvolgimento diretto della United States Navy, a sostegno dell’aviazione.
Supremazia aerea: il controllo dei cieli come messaggio
Il rafforzamento del dispositivo statunitense nei Caraibi era visibile da giorni. I caccia F-22 Raptor si sono aggiunti agli F-35 già schierati, mentre assetti aeronavali presidiano il teatro. I video degli elicotteri CH-47 Chinook sui cieli della capitale sono un dettaglio rivelatore: indicano controllo totale dello spazio aereo e aprono alla possibilità di operazioni coperte, d’intelligence o di raid mirati.
Il rischio dell’escalation: una guerra regionale che può allargarsi
L’operazione non è priva di rischi. Colpire in profondità significa spingere il Venezuela in un angolo, con reazioni difficili da prevedere sul piano interno e regionale. Il Mar dei Caraibi, tradizionalmente considerato il “cortile di casa” degli Stati Uniti, diventa teatro di una guerra vera, con implicazioni che superano il dossier venezuelano e toccano equilibri energetici, traffici marittimi e alleanze politiche nell’America Latina.
Oltre il punto di non ritorno: il futuro in territorio inesplorato
Washington ha deciso di giocare la carta della forza. Resta da capire se l’obiettivo sia forzare un cambio di comportamento del regime o aprire la strada a una sua destabilizzazione controllata. In entrambi i casi, il Venezuela entra in una fase nuova e pericolosa. La crisi non è più solo diplomatica o economica: è militare. E quando le bombe cadono sulla capitale, il margine per tornare indietro si assottiglia drasticamente.
Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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