Vertice NATO: ad Ankara va in scena la discordia. Crisi di comando, guerra economica e decomposizione strategica

Di Giuseppe Gagliano*

ANKARA.  Il vertice NATO di Ankara di domani e mercoledì non sarà un appuntamento ordinario.

Non si tratterà soltanto di correggere qualche formula diplomatica, ripetere la fedeltà all’articolo 5 o promettere altri soldi all’Ucraina.

Questo vertice arriva mentre l’Alleanza atlantica è attraversata da tensioni che non sono più semplici frizioni tattiche, ma crepe strutturali: tra Stati Uniti ed Europa, tra gli stessi Paesi europei, tra Turchia e Israele, tra Mediterraneo e fronte orientale, tra realtà militare e racconto politico.

Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte

 

Fine della NATO 

La domanda vera non è se la NATO finirà domani. Le grandi istituzioni raramente muoiono di colpo.

Prima si svuotano di significato, poi continuano a funzionare per inerzia. È quello che sta accadendo. La Nato esiste ancora come macchina militare, apparato burocratico e strumento di disciplina strategica. Ma la sua unità politica appare sempre più fragile.

Ankara dovrà quindi mettere in scena tre crisi simultanee: la guerra in Ucraina, il fallimento statunitense e israeliano contro l’Iran, e la rivalità sempre più dura tra Ankara e Tel Aviv nello spazio mediterraneo.

Le basi italiane e la sovranità intrappolata nella logistica

La polemica sulle basi americane in Italia è uno dei segnali più chiari della crisi.

Quando Donald Trump rimprovera agli alleati di non averlo sostenuto abbastanza nell’operazione contro l’Iran, e quando il Segretario generale della NATO Mark Rutte parla di centinaia di missioni partite dall’Italia, il dibattito pubblico si rifugia in una distinzione comoda: voli operativi o voli logistici?

Il Presidente USA Donald Trump

Ma questa distinzione è in gran parte artificiale. Un volo logistico non è esterno alla guerra. Ne è la condizione materiale.

Senza carburante, pezzi di ricambio, munizioni, trasporto, collegamenti e scali intermedi, nessun bombardiere e nessuna operazione a lunga distanza possono reggere.

La logistica non è un dettaglio tecnico: è l’ossatura invisibile della potenza militare.

L’Italia si ritrova così al centro di un paradosso. Può non aver partecipato direttamente all’offensiva contro l’Iran, ma il suo territorio, le sue basi e le sue infrastrutture hanno reso possibile la proiezione americana verso il Medio Oriente.

E qui nasce la questione politica decisiva: chi decide davvero l’uso strategico del territorio italiano?

Da decenni le basi americane in Europa servono a questo: permettere agli Stati Uniti di proiettare forza ben oltre il Continente europeo.

Il capo del Governo Giorgia Meloni

L’Italia, per la sua posizione geografica, è una piattaforma eccezionale verso Mediterraneo, Medio Oriente e Africa.

Ma questa centralità geografica non si è mai trasformata in vera autonomia politica. Roma subisce spesso le conseguenze di decisioni prese altrove.

O si accetta che le basi sul territorio italiano servano automaticamente le priorità americane, oppure bisogna riaprire seriamente il dossier del loro utilizzo. In mezzo resta soltanto l’ipocrisia delle formule amministrative.

Trump, l’Iran e l’illusione di una NATO mondiale

La reazione americana dopo la crisi iraniana rivela un’altra contraddizione. Washington sembra considerare la Nato come una forza ausiliaria sempre disponibile per ogni operazione di potenza statunitense. Ma il Trattato di Washington non dice questo.

La NATO è, almeno sulla carta, un’alleanza difensiva. Si fonda sulla difesa collettiva, non sull’accompagnamento automatico di una guerra condotta in Medio Oriente da un singolo Stato membro.

La pretesa rivolta agli europei era dunque fragile sia politicamente sia giuridicamente.

Per quale ragione l’Alleanza avrebbe dovuto intervenire in un teatro lontano, contro una potenza regionale come l’Iran, se l’operazione non era un’operazione NATO?

La risposta di Trump è coerente con la sua visione delle alleanze: tutto è transazione. La protezione americana si paga. Gli alleati devono comprare, seguire, sostenere, finanziare. Non sono più partner strategici, ma clienti, e spesso clienti subordinati.

Questa logica non rafforza la Nato. La trasforma in un mercato della sicurezza sotto comando americano.

Spese militari: l’Europa paga, l’industria americana incassa

Il dossier delle spese militari sarà uno dei punti centrali del vertice. L’obiettivo del 5% del prodotto interno lordo destinato alla Difesa, per molti Paesi europei, appartiene più alla propaganda politica che alla realtà dei bilanci.

L’Italia fatica già a raggiungere davvero il 2%, spesso con aggiustamenti contabili più che con un reale aumento delle capacità militari.

La guerra in Ucraina accentua il problema. Il meccanismo è semplice: gli europei finanziano l’acquisto di armi americane destinate a Kiev.

Il Presidente ucraino Zelensky

In altri termini: l’Ucraina combatte, i soldati ucraini muoiono, i contribuenti europei pagano, l’industria americana fattura.

È una forma di guerra economica dentro lo stesso campo occidentale.

L’Europa parla di autonomia strategica, ma compra fuori dall’Europa. Parla di sovranità industriale, ma dipende dai sistemi americani.

Promette di sostenere l’Ucraina, ma i suoi depositi sono svuotati e le sue catene produttive insufficienti. Annuncia il riarmo, ma ha finanze pubbliche sotto pressione.

Il caso italiano è emblematico.

Roma aveva mostrato interesse per una quota importante dei prestiti europei destinati alla difesa, circa 15 miliardi di euro.

Poi quell’ambizione si sarebbe ridotta a una cifra molto più bassa, intorno ai 5 miliardi. Non è un dettaglio contabile: significa rivedere programmi, acquisizioni, capacità e priorità.

Si compreranno carri armati, droni, aerei, difesa antiaerea, sistemi informatici, munizioni? Si investirà nell’addestramento, nella logistica, nelle infrastrutture? Il riarmo non è uno slogan: è un’architettura industriale, finanziaria e militare.

E l’Europa, oggi, non sembra avere una visione coerente.

Gli Stati Uniti si ritirano, ma vogliono comandare ancora

La strategia americana appare sempre più chiara: ridurre gradualmente il costo diretto della presenza in Europa, mantenendo però il comando politico sugli alleati. È una forma di egemonia a distanza. Gli Stati Uniti vogliono restare al vertice della catena decisionale, ma trasferire agli europei una parte crescente del peso finanziario e militare.

Da anni Washington indica la Cina e l’Asia come priorità strategica. L’Europa non è più il teatro principale. Deve quindi finanziare maggiormente la propria difesa, ma senza diventare davvero indipendente.

È qui il nodo: gli europei pagano di più, ma non decidono di più.

La Nato diventa così uno strumento paradossale. Chiede agli europei maggiori spese, ma dentro un quadro strategico deciso altrove. Pretende più fondi, ma non più sovranità.

Russia: minaccia esistenziale o interlocutore da recuperare?

La contraddizione più profonda riguarda la Russia. I governi europei giustificano il riarmo con la minaccia russa. Nel racconto dominante, Mosca sarebbe pronta, dopo l’Ucraina, a rivolgersi contro l’Europa orientale, i Baltici, forse oltre. Questa narrazione è diventata l’argomento centrale della militarizzazione europea.

Ma alcuni segnali americani vanno in direzione diversa. Settori militari e strategici degli Stati Uniti lasciano intendere che la Russia non cercherebbe necessariamente un conflitto diretto con la Nato. In alcune impostazioni americane torna anche l’idea di un dialogo strategico con Mosca.

Se Washington ritiene che la Russia non sia una minaccia immediata per l’Europa, perché l’Europa dovrebbe chiudersi da sola in una guerra lunga contro Mosca? E se invece la Russia è davvero la minaccia principale, perché gli Stati Uniti riducono gradualmente il loro coinvolgimento diretto sul continente?

Questa contraddizione sarà al centro del vertice di Ankara, anche se verrà probabilmente nascosta dietro formule diplomatiche già pronte.

Ucraina: la guerra d’usura e la vittoria impossibile

La guerra in Ucraina è diventata una guerra d’usura. Ed è proprio il tipo di guerra che l’Europa è meno capace di sostenere. Gli arsenali europei sono stati ampiamente consumati. Le capacità industriali non bastano a seguire il ritmo di munizioni, droni, missili e sistemi antiaerei utilizzati sul campo.

La Russia, al contrario, dispone di profondità strategica e industriale. Produce, ripara, sostituisce, adatta. In molti settori, dai droni ai missili fino ai mezzi corazzati, ha dimostrato una capacità di rigenerazione che l’Occidente aveva sottovalutato.

Sul terreno la situazione ucraina resta difficile. Il Donbass, le pressioni sulle linee difensive, la minaccia su Sloviansk e Kramatorsk mostrano che Kiev non ha soltanto bisogno di aiuti: ha bisogno di una strategia che non si limiti a prolungare la guerra.

Di fronte alle difficoltà militari, l’Ucraina punta sempre di più sugli attacchi in profondità contro il territorio russo. Questi colpi hanno un valore militare, ma soprattutto un valore cognitivo. Colpire Mosca o infrastrutture sensibili russe serve a produrre un’immagine: quella di una Russia vulnerabile, incapace di proteggere completamente il proprio territorio.

Ma questa strategia è pericolosa. Ogni attacco rafforza a Mosca i settori più duri, quelli che chiedono una risposta più massiccia. La guerra cognitiva può quindi produrre l’effetto opposto: non indebolire il potere russo, ma irrigidirlo.

Il rischio nucleare e il vuoto della strategia europea

L’obiettivo, esplicito o implicito, di alcuni ambienti europei resta una sconfitta strategica della Russia. Ma che cosa significa davvero? Cambio di regime? Frammentazione della Federazione Russa? Neutralizzazione duratura della sua potenza militare?

Sono ipotesi estremamente pericolose. La Russia è una potenza nucleare. Immaginare che accetti una sconfitta esistenziale senza escalation significa uscire dalla realtà strategica. Una guerra contro una potenza nucleare non può essere pensata come una normale operazione punitiva.

L’Europa appare invece prigioniera di una retorica sempre più massimalista. Parla di vittoria senza definirne le condizioni realistiche. Parla di sicurezza aumentando il rischio di escalation. Parla di autonomia dipendendo dagli Stati Uniti. Parla di pace preparando la guerra lunga.

Turchia-Israele: la frattura mediterranea della NATO

La rivalità tra Turchia e Israele è l’altra grande minaccia che grava sull’Alleanza. Non riguarda solo Ankara e Tel Aviv. Coinvolge il Mediterraneo orientale, la Grecia, Cipro, i giacimenti di gas, la Libia, la Siria e gli equilibri energetici regionali.

La Turchia è membro della Nato. La Grecia anche. Israele non è membro dell’Alleanza, ma resta un partner strategico essenziale degli Stati Uniti e di diversi Paesi occidentali. Gli interessi di questi attori, però, divergono sempre di più.

Ankara vuole affermare la propria potenza nel Mediterraneo orientale e difendere la sua visione degli spazi marittimi. Atene si avvicina a Israele e alla Francia. Cipro resta un punto di tensione. Le risorse energetiche in mare aggiungono una dimensione economica decisiva.

La Francia gioca una partita autonoma. Sostiene tradizionalmente la Grecia contro la Turchia e ha contribuito al riarmo greco. In Libia, Parigi ha appoggiato a lungo il campo di Khalifa Haftar in Cirenaica, mentre l’Italia ha guardato soprattutto a Tripoli, riconosciuta dalle Nazioni Unite. La Turchia, invece, ha consolidato la propria influenza in Tripolitania.

Il risultato è chiaro: dentro lo spazio atlantico gli alleati seguono politiche opposte. La Nato non è minacciata solo da avversari esterni. È corrosa dall’interno da interessi nazionali concorrenti.

Mediterraneo: la vera priorità italiana

Per l’Italia il teatro strategico fondamentale non è soltanto l’Est europeo. È il Mediterraneo allargato. È lì che si giocano interessi diretti: energia, migrazioni, sicurezza marittima, Libia, Nord Africa, Medio Oriente, presenza russa, influenza turca, rivalità francese.

In Cirenaica pesa la Russia, che cerca un ulteriore accesso al Mediterraneo dopo la Siria. In Tripolitania pesa la Turchia. La Francia resta attiva su più tavoli. L’Italia non può più permettersi di subire.

L’errore storico è stato la distruzione della Libia nel 2011, alla quale Parigi contribuì in modo decisivo e di cui Roma paga ancora il prezzo. Da allora l’Italia ha perso parte della propria profondità strategica a sud. Le iniziative italiane di dialogo tra i campi libici sono state spesso indebolite da giochi concorrenti, in particolare francesi.

È dunque assurdo concentrare tutta l’attenzione sul fronte orientale e trascurare il Mediterraneo. Il vicinato strategico dell’Italia non è solo Varsavia, Tallinn o Kiev. È Tripoli, Bengasi, Tunisi, Il Cairo, Ankara, Atene, Beirut, Tel Aviv, Teheran.

Medio Oriente: la sconfitta americana davanti all’Iran

La guerra contro l’Iran ha modificato gli equilibri. Stati Uniti e Israele non hanno ottenuto il risultato strategico sperato. L’Iran non è stato spezzato. Ha invece mostrato una capacità di risposta che ha colpito le installazioni americane e incrinato l’idea della superiorità militare incontestabile di Washington nel Golfo.

Il punto decisivo riguarda lo stretto di Hormuz. L’Iran sostiene che la sicurezza della navigazione in quell’area sia responsabilità sua e respinge qualsiasi ingerenza esterna. Ogni ipotesi di intervento europeo nello stretto appare quindi irrealistica.

Teheran vuole escludere le potenze esterne dall’architettura di sicurezza regionale. L’obiettivo è chiaro: gli Stati Uniti non devono più essere l’arbitro unico della sicurezza delle monarchie del Golfo. L’Iran vuole diventare un interlocutore centrale e inevitabile.

È una sconfitta politica grave per Washington. Per decenni la presenza americana nel Golfo si è fondata su un principio semplice: le monarchie avevano bisogno degli Stati Uniti per proteggersi. Se l’Iran riuscisse a imporre l’idea di una sicurezza regionale senza attori esterni, l’intero ordine americano del Golfo entrerebbe in crisi.

Le basi americane: da simbolo di potenza a bersaglio vulnerabile

La guerra ha mostrato anche la vulnerabilità delle grandi basi americane. Quelle installazioni, un tempo simboli della potenza globale, oggi sono bersagli fissi per missili, droni e sistemi ipersonici.

Il caso della base legata alla Quinta Flotta in Bahrein è particolarmente significativo.

Non era solo una struttura militare: era una vera città americana, con abitazioni, servizi, famiglie, centri di comando, infrastrutture. Colpirla significa non soltanto danneggiare una capacità operativa, ma colpire il simbolo stesso della presenza americana nel Golfo.

I danni a radar, comandi, sistemi di sorveglianza e infrastrutture militari mettono in discussione la logica della base permanente. Una base serve a proiettare forza, ma se diventa troppo vulnerabile si trasforma in punto debole.

I missili moderni cambiano tutto. Si può talvolta rilevare il lancio, ma diventa molto più difficile prevedere traiettoria e punto d’impatto. Ciò riduce l’efficacia delle difese tradizionali.

La conseguenza è enorme: l’intero dispositivo americano di proiezione regionale deve essere ripensato. La presenza avanzata costa, espone le truppe, richiede infrastrutture gigantesche e può essere neutralizzata con strumenti meno costosi.

Il costo reale della guerra

Le operazioni contro l’Iran avrebbero avuto un costo altissimo, nell’ordine di decine di miliardi di dollari. A questo si aggiungono perdite e danni aerei: velivoli, elicotteri, droni di sorveglianza e d’attacco. La flotta dei droni MQ-9 Reaper sarebbe stata particolarmente colpita, con un problema ulteriore: sostituirli non è immediato.

Il messaggio è netto. Gli Stati Uniti restano una potenza militare immensa, ma non sono più invulnerabili. Le loro basi possono essere colpite. I loro droni abbattuti. I loro radar neutralizzati. Le loro catene industriali messe sotto pressione.

Crolla il mito di una superiorità occidentale senza costo. La guerra moderna, fatta di droni, missili, saturazione, attacchi in profondità e guerra cognitiva, impone una nuova equazione strategica.

L’Europa nel Golfo non conta

Una delle illusioni più resistenti è quella di un ruolo europeo autonomo in Medio Oriente. In realtà, nessun Paese europeo dispone oggi del peso militare, politico e diplomatico necessario per imporsi nell’architettura di sicurezza del Golfo contro la volontà dell’Iran e senza l’appoggio determinante degli Stati Uniti.

Teheran non vuole mediazioni europee. Non vuole presenze navali europee nello stretto di Hormuz. Non vuole attori esterni nella definizione della sicurezza regionale. Le stesse monarchie del Golfo diversificano i rapporti con Cina, Russia, Iran e altre potenze.

L’Europa arriva tardi, divisa e dipendente. Parla molto, ma pesa poco.

Starmer alla NATO: la linea dura britannica

L’ipotesi di una guida britannica della NATO non sarebbe secondaria. Il Regno Unito resta uno dei Paesi più duri nel confronto con la Russia. Londra ha sempre sostenuto una linea di pressione, spesso più offensiva di quella di molti Paesi dell’Europa continentale.

Un’Alleanza atlantica guidata da una figura britannica legata a questa impostazione significherebbe probabilmente continuità nella guerra lunga contro Mosca. Non sarebbe un segnale di distensione, ma la conferma che l’Alleanza non cerca una stabilizzazione rapida del conflitto.

La relazione speciale tra Londra e Washington tornerebbe a essere l’asse politico centrale della Nato. Per chi in Europa spera in maggiore autonomia, sarebbe un pessimo segnale.

Valutazione militare: la guerra moderna distrugge i vecchi schemi

Sul piano militare gli insegnamenti sono netti.

Le basi fisse sono vulnerabili. La difesa antiaerea costa più dell’offesa che deve contrastare. La logistica è diventata un bersaglio centrale. La guerra cognitiva accompagna ogni operazione materiale. La profondità industriale pesa quanto la superiorità tecnologica.

L’Ucraina lo ha mostrato. L’Iran lo ha confermato. La Russia lo sfrutta. Gli Stati Uniti lo scoprono a proprie spese. L’Europa, invece, sembra ancora prigioniera di categorie superate.

Valutazione geopolitica e geoeconomica

Geopoliticamente, la NATO è divisa tra due logiche.

La sede della NATO

I Paesi dell’Est vogliono concentrare tutto sulla Russia.

I Paesi mediterranei dovrebbero guardare a sud, ma spesso non lo fanno. La Turchia segue una politica autonoma. La Francia gioca la propria partita.

L’Italia esita. Gli Stati Uniti arbitrano, ma secondo i propri interessi.

Geoeconomicamente, la trasformazione è ancora più evidente. La NATO funziona sempre più come spazio di cattura industriale.

Gli europei aumentano i bilanci militari, ma una parte consistente di quei soldi finisce all’industria americana.

La guerra in Ucraina accelera questa dipendenza. Il riarmo europeo rischia di diventare un enorme trasferimento di ricchezza verso gli Stati Uniti.

L’Alleanza non è più soltanto una struttura militare. Diventa un mercato disciplinato dalla paura: paura della Russia, dell’abbandono americano, dell’insicurezza energetica, della guerra allargata.

Ankara non chiuderà la crisi: la renderà visibile

Il vertice di Ankara non segnerà probabilmente la fine della NATO. Ma mostrerà che l’Alleanza ha cambiato natura. Non è più una comunità strategica omogenea. È una coalizione attraversata da interessi contraddittori, tenuta insieme dall’inerzia istituzionale, dalla dipendenza militare e dalla pressione americana.

Gli Stati Uniti vogliono comandare spendendo meno. L’Europa vuole essere protetta senza diventare sovrana.

La Turchia vuole restare nella NATO continuando a fare politica di potenza. La Francia difende il proprio gioco mediterraneo.

Il Segretario generale della NATO, Mark Rutte ibn una visita ad Ankara nel 2024

L’Italia resta essenziale per geografia, ma debole per volontà politica.

L’Ucraina continua a sanguinare. L’Iran impone una nuova realtà nel Golfo. La Russia attende che le contraddizioni occidentali facciano il loro lavoro.

La NATO non crolla. Si trasforma.

E questa trasformazione è forse più importante di una rottura formale: l’Alleanza passa da patto strategico a sistema di dipendenze, obblighi e mercati prigionieri. Ankara non sarà il vertice della fine.

Sarà il vertice in cui tutti capiranno, anche senza dirlo, che l’unità occidentale è molto più fragile della sua immagine.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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