Vietnam e Stati Uniti: una partita commerciale ad alta tensione

Di Giuseppe Gagliano

HANOI.  Il Vietnam, una delle economie più dinamiche del Sud-Est asiatico, si trova improvvisamente sotto i riflettori di Washington.

La mappa del Vietnam

 

Non per una questione di sicurezza o di diritti umani, temi che pure spesso agitano i rapporti tra i due Paesi, ma per una faccenda più prosaica e, allo stesso tempo, cruciale: il commercio.

Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca e il rilancio del suo mantra “America First”, il piccolo Dragone asiatico rischia di diventare un bersaglio delle nuove politiche protezioniste statunitensi.

Per scongiurare il pericolo di dazi che potrebbero colpire duramente la sua economia orientata all’export, Hanoi ha deciso di giocare d’anticipo, inviando il suo ministro del Commercio, Nguyen Hong Dien, negli Stati Uniti per una missione diplomatica ad alto rischio.

L’obiettivo è chiaro: convincere l’Amministrazione Trump, e in particolare il segretario al Commercio Howard Lutnick e il rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, che il Vietnam non è un nemico commerciale, ma un partner con cui si può dialogare. Il deficit commerciale americano con il Vietnam, che nel 2024 ha raggiunto la cifra monstre di 123,5 miliardi di dollari secondo i dati del Bureau of the U.S. Trade Representative, è un’ombra che grava su questa visita.

 

Il segretario al Commercio USA Howard Lutnick (Credit Casa Bianca Stati Uniti)

 

Per Trump, che ha fatto dei dazi una bandiera politica e uno strumento per “riequilibrare” i rapporti economici globali, questo squilibrio è un affronto da correggere.

E il Vietnam, con la sua crescita economica stellare (6-7% annuo) e la sua dipendenza dalle esportazioni verso gli Stati Uniti – circa il 30% del suo PIL, secondo stime delle Nazioni Unite – è un candidato perfetto per finire nel mirino.

Nguyen Hong Dien non arriva a mani vuote.

Il ministro porta con sé la promessa di negoziati bilaterali seri, con l’intento di trovare un’intesa che soddisfi le richieste americane senza strangolare l’economia vietnamita.

Tra le carte sul tavolo ci sono possibili concessioni su questioni spinose, come l’apertura del mercato vietnamita a prodotti agricoli americani – che nel 2024 hanno rappresentato appena 3,4 miliardi di dollari di importazioni – o l’acquisto di equipaggiamenti per la sicurezza da aziende statunitensi, come i C-130 Hercules di Lockheed Martin, di cui si parla da mesi.

Ma il Vietnam sa bene che ogni mossa deve essere calibrata: ridurre i dazi sui beni americani potrebbe costringere Hanoi a fare lo stesso con altri partner commerciali, mettendo a rischio la sua posizione nelle intricate reti di scambi asiatiche.

Il contesto non aiuta.

Durante il primo mandato di Trump, il Vietnam aveva già attirato l’attenzione per il suo ruolo di “hub di trasbordo” per merci cinesi dirette negli Stati Uniti, un escamotage usato da Pechino per aggirare i dazi della guerra commerciale del 2018-2020.

Questo passato non è dimenticato, e l’attuale surplus commerciale vietnamita con gli USA – uno dei più alti tra i partner di Washington – alimenta i sospetti di pratiche sleali.

Non a caso, Hanoi ha recentemente imposto dazi antidumping temporanei sull’acciaio cinese, un segnale di buona volontà per dimostrare che non intende essere un semplice passacarte della Cina.

Eppure, la strada è in salita: gli Stati Uniti hanno già sanzioni in vigore sull’acciaio vietnamita, e l’aggiunta di un 25% di dazi, come ventilato da Trump, potrebbe essere devastante per un settore chiave dell’economia locale.

C’è poi un altro elemento che rende questa partita così affascinante e pericolosa: la dipendenza del Vietnam dagli Stati Uniti non è solo economica, ma anche strategica.

Hanoi vede Washington come un contrappeso alla crescente assertività cinese nel Mar Cinese Meridionale, e un deterioramento dei rapporti commerciali potrebbe avere ripercussioni geopolitiche imprevedibili.

Nguyen Hong Dien

Nguyen Hong Dien, dunque, non si limita a negoziare numeri e percentuali: sta cercando di preservare un equilibrio delicatissimo, in cui il Vietnam deve dimostrarsi affidabile agli occhi degli americani senza alienarsi altri partner, Cina inclusa.

Il tempo stringe.

Con Trump che preme per risultati rapidi e visibili – i dazi potrebbero entrare in vigore già nei prossimi mesi, secondo le sue dichiarazioni – il Vietnam deve agire con prontezza e astuzia.

Le riunioni con Lutnick e il rappresentante al Commercio saranno un banco di prova decisivo: riuscirà Hanoi a disinnescare la bomba protezionista americana? O sarà costretta a subire, come tanti altri prima di lei, il peso di una politica che, pur vantandosi di mettere “l’America al primo posto”, rischia di lasciare dietro di sé una scia di danni collaterali?

La storia del commercio globale è piena di esempi di piccoli Paesi schiacciati tra i grandi.

Il Vietnam, però, ha già dimostrato di saper sorprendere. Forse lo farà ancora.

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