Vikram-1: l’India privatizza la strada verso lo Spazio. Un razzo civile con conseguenze militari

Di Giuseppe Gagliano*

NUOVA DEHLI. Il primo lancio orbitale riuscito di un’impresa indiana apre un nuovo mercato, rafforza l’autonomia tecnologica di Nuova Delhi e attribuisce allo spazio una crescente funzione strategica e militare

Un momento del lancio del Vikram-1

Il 18 luglio, il razzo Vikram-1 della Skyroot Aerospace è decollato dal Centro spaziale Satish Dhawan di Sriharikota, raggiungendo con successo l’orbita terrestre bassa al primo tentativo.

Il vettore, articolato in quattro stadi, ha collocato in orbita due satelliti e trasportato altri carichi destinati a esperimenti nello spazio.

È la prima volta che un’impresa privata indiana compie un lancio orbitale da territorio nazionale.

Il risultato non nasce dal nulla. Skyroot ha potuto utilizzare impianti, competenze, strutture di collaudo e assistenza tecnica dell’Organizzazione indiana per la ricerca spaziale.

Il primo motore è stato realizzato e provato a Sriharikota, mentre il propulsore liquido dello stadio superiore è stato collaudato nelle strutture pubbliche indiane. Più che una privatizzazione dello spazio, siamo quindi davanti a un modello nel quale lo Stato costruisce l’infrastruttura, trasferisce conoscenze e accompagna le imprese fino alla maturità industriale.

Lo Stato non arretra, cambia funzione

La retorica liberista tende a presentare ogni successo privato come una vittoria del mercato sulla macchina pubblica. Nel caso indiano è vero il contrario. Senza decenni di investimenti statali, formazione scientifica e programmi dell’ente spaziale nazionale, Skyroot non avrebbe potuto arrivare all’orbita.

Nuova Delhi ha aperto il settore alle imprese nel 2020 e, con la politica spaziale del 2023, ha permesso ai soggetti privati di operare lungo l’intera filiera: satelliti, lanciatori, applicazioni, osservazione terrestre e servizi commerciali.

Il numero delle imprese emergenti del comparto sarebbe passato da una nel 2014 a oltre 400 nel 2026.

Lo Stato indiano non rinuncia dunque allo spazio. Smette semplicemente di voler fare tutto da solo.

Conserva i programmi più complessi, le grandi infrastrutture e le missioni strategiche, mentre affida alle imprese una parte crescente dei servizi commerciali e dei piccoli lanci.

La battaglia economica dei piccoli satelliti

Vikram-1 è stato progettato per trasportare fino a 350 chilogrammi nell’orbita terrestre bassa e fino a 260 chilogrammi nelle orbite sincronizzate con il Sole.

La struttura in materiale composito di carbonio, i propulsori solidi e il motore liquido fabbricato mediante stampa tridimensionale rispondono all’esigenza di ridurre costi e tempi di produzione.

Il mercato non è quello dei grandi satelliti, ma delle costellazioni più piccole utilizzate per telecomunicazioni, osservazione terrestre, agricoltura, controllo ambientale, sicurezza marittima e raccolta di dati. In questo segmento il cliente non cerca soltanto un prezzo basso: vuole poter scegliere rapidamente l’orbita, la data e le condizioni del lancio.

La Skyroot propone infatti lanci dedicati, condivisi e adattabili alle esigenze del cliente.

Se il modello funzionerà, l’India potrà attrarre commesse provenienti dall’Asia, dall’Africa e dal Medio Oriente, proponendosi come alternativa meno costosa rispetto ai fornitori occidentali.

Secondo le valutazioni del governo indiano, l’economia spaziale nazionale, stimata in circa 8,4 miliardi di dollari, potrebbe raggiungere fra 40 e 45 miliardi entro il 2030 e puntare ai 100 miliardi entro il 2040.

Sono obiettivi politici, non risultati garantiti, ma indicano la dimensione delle ambizioni di Nuova Delhi.

Un razzo civile con conseguenze militari

Ogni lanciatore spaziale possiede inevitabilmente un valore strategico. La capacità di collocare rapidamente piccoli satelliti in orbita permette di ristabilire comunicazioni, osservazione e sorveglianza qualora una costellazione venga danneggiata durante una crisi.

Per l’India, circondata da una Cina dotata di un vasto apparato spaziale militare e da un Pakistan nucleare, disporre di vettori privati pronti al lancio significa aumentare la capacità di sostituire satelliti perduti e ampliare le reti destinate al controllo delle frontiere, dell’Oceano Indiano e delle rotte marittime.

Vikram-1 non è un missile militare.

Tuttavia, la rapidità di produzione, l’impiego di propulsori solidi, la miniaturizzazione e la possibilità di effettuare lanci su richiesta appartengono a un patrimonio tecnologico di duplice impiego. La distinzione tra economia spaziale e sicurezza nazionale diventa quindi sempre più sottile.

La risposta indiana all’ascesa della Cina

La Cina ha costruito la propria potenza spaziale attraverso una stretta integrazione tra Stato, forze armate, industria e ricerca. L’India sta seguendo una strada diversa, ma con uno scopo simile: trasformare lo spazio in uno strumento di autonomia nazionale.

Nuova Delhi non vuole dipendere dai lanciatori americani, europei o russi per collocare in orbita i propri satelliti.

Vuole inoltre impedire che Pechino conquisti una posizione dominante nei servizi spaziali destinati ai Paesi emergenti.

L’India può offrire un modello particolarmente attraente: tecnologie relativamente economiche, rapporti politici meno vincolanti rispetto a quelli imposti dalle grandi potenze e una tradizione di cooperazione con Africa, Asia e Medio Oriente.

Il successo di Vikram-1 segna quindi un passaggio geoeconomico. Nuova Delhi non si limita più a essere un’importante potenza spaziale pubblica. Intende creare una filiera privata capace di produrre innovazione, occupazione, esportazioni e strumenti utili alla difesa.

Il razzo partito da Sriharikota trasportava piccoli satelliti.

Ma il vero carico era più pesante: l’ambizione dell’India di entrare stabilmente nella competizione mondiale per il controllo dello spazio vicino alla Terra.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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