Iran: il nemico perfetto e il silenzio selettivo. Quando i diritti umani diventano un’arma narrativa

Di Giuseppe Gagliano*

TEHERAN. L’Iran viene raccontato da anni come il simbolo universale dell’oppressione, della repressione religiosa, della violenza di Stato, della negazione dei diritti.

Una manifestazione a Teheran

È un racconto che contiene elementi reali, perché il sistema iraniano è autoritario, coercitivo, capace di colpire con durezza il dissenso interno.

Ma il punto decisivo non è questo.

Il punto decisivo è un altro: perché quella durezza viene trasformata in una rappresentazione costante, quasi ossessiva, mentre forme altrettanto brutali di repressione, quando appartengono a Paesi arabi alleati dell’Occidente, ricevono un’attenzione incomparabilmente minore? È qui che il problema smette di essere soltanto iraniano e diventa politico, mediatico, strategico.

Il doppio standard che plasma il consenso

La forza della narrazione non sta soltanto in ciò che mostra, ma soprattutto in ciò che sceglie di non mostrare.

Teheran viene spesso presentata come il luogo esemplare dell’ingiustizia: le esecuzioni, la polizia morale, il controllo sociale, la compressione delle libertà femminili.

Tutto vero, in parte. Ma quando si passa a osservare il trattamento riservato ad alcuni Paesi arabi del Golfo, lo schema cambia radicalmente.

Lì la denuncia si attenua, si fa episodica, perde intensità politica e scompare dalla prima linea del discorso pubblico. Eppure, proprio su quel terreno, i dati e i fatti disponibili raccontano una realtà molto meno “riformata” di quanto la superficie diplomatica lasci intendere.

Le esecuzioni: scandalo in un caso, rumore di fondo nell’altro

Uno degli esempi più netti riguarda la pena di morte.

Quando si parla di Iran, ogni impiccagione diventa la prova definitiva della natura mostruosa del regime.

Ma lo stesso livello di scandalo non scatta con uguale intensità quando a eseguire condanne capitali sono monarchie arabe considerate partner strategici.

Eppure i numeri disponibili mostrano che, in tempi recenti, l’Arabia Saudita ha mantenuto un ricorso massiccio alle esecuzioni, con cifre altissime e con un picco particolarmente marcato nel 2024 e nei primi mesi del 2025.

Donne arabo suadete in una manifestazione

Non si tratta di notizie segrete: sono dati disponibili, pubblici, accessibili. La differenza non è nella conoscenza dei fatti. La differenza è nell’uso politico dei fatti.

Se l’impiccagione avviene in Iran, diventa racconto morale; se avviene in un alleato arabo, tende a essere trattata come dettaglio periferico.

Qui emerge il meccanismo più importante: non è la violazione in sé a determinare il livello di indignazione, ma la collocazione geopolitica dello Stato che la compie. I

In altre parole, non si misura prima il crimine per poi giudicare il Paese. Si decide prima il posto del Paese nello schema strategico e solo dopo si stabilisce quanta attenzione dedicare al crimine.

La condizione femminile: realtà, propaganda e selezione

Il secondo esempio, ancora più rivelatore, riguarda la condizione delle donne.

L’Iran viene costantemente descritto come l’emblema della repressione femminile, e anche qui il fondamento non manca: obblighi di abbigliamento, vincoli sociali, apparati di controllo, repressione del dissenso femminile.

Ma il confronto con alcuni Paesi arabi produce un quadro assai meno lineare di quello che viene suggerito.

In Iran, le donne votano, possono essere elette, siedono in Parlamento, hanno accesso a ruoli universitari e accademici di rilievo.

Non è una piena emancipazione, certo, ma è uno spazio civile e istituzionale che esiste.

In Arabia Saudita, invece, non esiste un Parlamento eletto; esiste un organo consultivo nominato dall’alto.

Il diritto di guidare per le donne è arrivato solo nel 2018.

E il sistema di tutela maschile, pur alleggerito in alcuni punti, continua a pesare profondamente sulla vita femminile. Eppure, nel racconto dominante, il Paese da associare automaticamente all’idea di oppressione femminile resta quasi sempre e solo l’Iran.

Questa selezione non è neutrale.

Serve a costruire una gerarchia morale utile: il nemico strategico deve apparire anche come il peggiore in assoluto, mentre l’alleato strategico deve restare dentro una zona di relativa indulgenza narrativa.

Le prigioni invisibili delle donne saudite

Se poi si entra nel merito concreto, il confronto diventa ancora più scomodo.

In Arabia Saudita, le testimonianze raccolte su strutture presentate come luoghi di “riabilitazione” per donne considerate disobbedienti descrivono un sistema di segregazione, punizione, umiliazione e controllo che contraddice frontalmente la narrazione di una modernizzazione lineare.

Parliamo di donne rinchiuse perché hanno sfidato l’autorità familiare, cercato di sfuggire ad abusi, contestato imposizioni maschili o semplicemente trasgredito regole morali. Le descrizioni parlano di fustigazioni, isolamento, test di verginità, pressione religiosa, contatti con l’esterno drasticamente limitati, tentativi di suicidio.

È un universo durissimo, eppure quasi assente nella costruzione quotidiana dell’indignazione internazionale.

Ecco il nodo. Se davvero il criterio fosse la difesa universale dei diritti delle donne, questi fatti dovrebbero occupare stabilmente il centro del discorso pubblico quanto le repressioni iraniane.

Ma non accade. E quando non accade, bisogna riconoscere che non siamo davanti a una semplice omissione giornalistica: siamo davanti a una gerarchia di convenienza.

Il nemico cambia volto quando cambiano gli interessi

C’è poi un’altra prova, ancora più istruttiva, del carattere strumentale di questa narrazione: la rapidità con cui l’Iran può passare, nel discorso occidentale, da Stato mostruoso a interlocutore rispettabile quando mutano le condizioni diplomatiche ed economiche.

Quando si apre una finestra negoziale, quando cadono o si allentano le sanzioni, quando si intravedono contratti, investimenti, energia, mercati, allora il linguaggio cambia. Il Paese che fino a ieri era presentato come irrimediabilmente tossico torna a essere una potenza regionale con cui dialogare, un partner possibile, un attore utile per la stabilità.

Questa elasticità è decisiva, perché smonta la pretesa moralistica della narrazione.

Se il giudizio fosse davvero fondato su principi immutabili, non potrebbe rovesciarsi con tale velocità. Invece si rovescia, e questo significa che la rappresentazione morale è subordinata al quadro strategico, non il contrario.

La morale come copertura della geopolitica

Alla fine, il punto non è difendere l’Iran. Il punto è capire come funziona la macchina del consenso.

Un regime può essere repressivo e tuttavia essere raccontato in modi molto diversi a seconda della sua utilità o ostilità nel sistema delle alleanze.

Una manifestazione di iraniani

La denuncia dei diritti umani, allora, non sparisce, ma viene applicata in modo selettivo, come una leva di pressione, un moltiplicatore emotivo, una giustificazione presentabile per politiche già decise altrove.

Per questo l’Iran diventa spesso il nemico perfetto: possiede abbastanza elementi reali di autoritarismo da rendere credibile la campagna contro di lui, ma al tempo stesso occupa una posizione geopolitica tale da rendere conveniente l’amplificazione continua di quei tratti.

Al contrario, le monarchie arabe del Golfo, pur segnate da sistemi di controllo sociale, repressione femminile, ricorso duro alla pena capitale e spazi politici strettissimi, beneficiano di una protezione narrativa proporzionata alla loro funzione strategica.

Il vero problema non è Teheran, è il criterio

La questione, dunque, non è stabilire se l’Iran sia o meno autoritario. Lo è.

La questione è se il metro di giudizio applicato a Teheran venga applicato con la stessa coerenza anche altrove. Se la risposta è no, allora non siamo più nel campo dell’analisi imparziale, ma in quello della costruzione politica del nemico.

E quando il criterio non è universale ma selettivo, il discorso sui diritti umani smette di essere una bussola morale e diventa uno strumento di potenza.

È lì che bisogna fermarsi a guardare.

Perché il vero scandalo non è solo l’oppressione esercitata da un regime.

Il vero scandalo è l’uso diseguale dell’indignazione, che trasforma alcune vittime in simboli e altre in comparse, alcuni abusi in emergenze globali e altri in dettagli sacrificabili. E in questo squilibrio, più che il ritratto dell’Iran, si legge il ritratto del sistema che sceglie come raccontarlo.

Certo. Qui il punto non è solo fare un parallelo, ma mostrare dove il parallelo regge e dove invece emerge una differenza strutturale, perché è proprio in quella differenza che si vede il doppio standard.

Iran e monarchie arabe: non equivalenza, ma selezione del bersaglio

L’errore più facile sarebbe dire che Iran e Arabia Saudita sono identici. Non lo sono.

Hanno forme di potere diverse, legittimazioni diverse, apparati diversi. L’Iran è una repubblica rivoluzionaria a base teocratica, con istituzioni elettive ma fortemente incardinate in una struttura religiosa e securitaria.

L’Arabia Saudita è una monarchia assoluta, dove la rappresentanza politica resta subordinata alla dinastia e l’architettura del potere non si fonda sul principio elettivo ma sulla continuità del comando monarchico.

Proprio per questo il confronto diventa più interessante: non si tratta di stabilire chi sia “buono”, ma di capire perché uno venga stabilmente raccontato come il male assoluto, mentre l’altro venga spesso trattato come alleato modernizzatore, nonostante elementi repressivi molto concreti.

Primo livello: la forma politica e la legittimazione

In Iran esiste un sistema elettorale, limitato, filtrato e condizionato, ma esiste.

Le donne votano, possono essere elette e siedono in Parlamento. Nel testo emerge anche un altro punto: le donne iraniane possono occupare posizioni universitarie di vertice, dirigere dipartimenti, essere presidi, rettori, figure inserite nella struttura pubblica e accademica.

Questo non cancella il controllo ideologico del regime, ma mostra che l’assetto iraniano combina autoritarismo e spazi istituzionali formalizzati.

In Arabia Saudita, invece, la struttura è più nuda e lineare: non c’è un Parlamento eletto, ma un Consiglio consultivo nominato dall’alto.

Alcune donne possono esservi nominate, ma la loro presenza non nasce da una dinamica rappresentativa: dipende dalla concessione del vertice monarchico.

La differenza qui è decisiva. In Iran l’inclusione femminile, per quanto compressa, entra in un quadro di cittadinanza politica parziale; in Arabia Saudita resta molto più una concessione dall’alto dentro un sistema che non riconosce un’autonoma sovranità elettorale della società.

Eppure, nel racconto pubblico occidentale, il marchio di “teocrazia oppressiva” ricade quasi automaticamente su Teheran, mentre la natura intrinsecamente non rappresentativa della monarchia saudita viene spesso assorbita da un linguaggio diplomatico più indulgente. È qui che comincia la differenziazione: non tra i regimi, ma nel loro trattamento narrativo.

Secondo livello: la questione femminile come strumento selettivo

Sul terreno dei diritti delle donne il doppio standard si vede ancora meglio.

In Iran la costrizione è visibile, simbolica, facilmente traducibile in immagine: velo obbligatorio, controllo morale, repressione delle proteste, vigilanza sull’ordine pubblico femminile. È una repressione che si presta perfettamente alla spettacolarizzazione, perché ha un forte impatto iconico e produce un racconto immediato.

Per questo diventa il simbolo perfetto del dispotismo orientale.

Ma il testo mostra che, se si esce dal piano dell’immagine e si entra in quello della struttura sociale e giuridica, l’Arabia Saudita presenta tratti di oppressione femminile altrettanto profondi, e in certi casi persino più radicali sul piano della dipendenza personale.

Il divieto di guida per le donne, ad esempio, è stato abolito soltanto nel 2018.

Il sistema della tutela maschile, pur in parte attenuato, continua a mantenere un peso decisivo nella vita quotidiana.

La donna resta spesso intrappolata in una dipendenza familiare e normativa che limita mobilità, autonomia e protezione effettiva.

Qui la differenza è sostanziale: in Iran la repressione femminile è fortemente statale e ideologica; in Arabia Saudita è insieme statale, familiare e sociale, e si innesta in un sistema di controllo patriarcale che non si limita alla norma pubblica ma penetra nella gestione della vita privata.

L’una è la coercizione di uno Stato rivoluzionario che disciplina il corpo femminile come simbolo politico. L’altra è la coercizione di uno Stato monarchico che protegge l’ordine patriarcale come architrave della stabilità sociale. In entrambi i casi c’è dominio. Ma i meccanismi cambiano, e proprio per questo il confronto deve essere più fine.

Terzo livello: la repressione nascosta e quella esibita

Il caso delle strutture di “riabilitazione” saudite è forse il punto più duro. Il testo richiama le Dar al-Reaya come luoghi destinati a ragazze e donne considerate disobbedienti, moralmente deviate o semplicemente non conformi all’ordine familiare. Le testimonianze riportate parlano di fustigazioni settimanali, isolamento, insegnamento religioso forzato, assenza di contatti con l’esterno, test di verginità, sedativi, perquisizioni corporali, umiliazioni sistematiche. Alcune donne tentano il suicidio. Altre vi finiscono dopo aver cercato di fuggire da violenze domestiche. In casi estremi, la vittima di abusi sessuali viene trasformata in colpevole per proteggere l’onore maschile e familiare.

Questo è il punto cruciale: in Iran la repressione delle donne è spesso pubblica, visibile, immediatamente traducibile in scontro politico; in Arabia Saudita una parte della repressione si consuma invece in spazi opachi, para-istituzionali o istituzionali poco esposti, dove la punizione è nascosta dietro il linguaggio della cura, della riabilitazione, della disciplina morale. In termini narrativi, la prima repressione “si vede” meglio; la seconda è più facile da rimuovere o minimizzare. Ma sul piano sostanziale non è meno grave. Anzi, in certi casi è ancora più radicale perché combina Stato, famiglia, morale religiosa e isolamento sociale in un’unica macchina di assoggettamento.

Quarto livello: la pena di morte e la gerarchia dell’indignazione

Il testo insiste molto sulle esecuzioni, e qui il confronto diventa numericamente e simbolicamente potente.

L’Iran viene regolarmente evocato come paradigma della crudeltà giudiziaria.

Ma i dati riportati sull’Arabia Saudita mostrano un uso amplissimo della pena capitale: 345 esecuzioni nel 2024, 180 nei primi mesi del 2025, 1.816 tra gennaio 2014 e giugno 2025.

Il testo richiama anche un aspetto gravissimo: la documentazione di casi che coinvolgerebbero imputati minorenni al momento dei fatti, in contrasto con principi fondamentali del diritto internazionale.

La differenza, allora, non è solo quantitativa ma narrativa.

L’esecuzione in Iran viene subito interpretata come prova dell’essenza criminale del regime. L’esecuzione in Arabia Saudita, pur davanti a numeri altissimi, tende molto più spesso a essere assorbita come notizia laterale, senza la stessa carica di mobilitazione morale.

Questo non perché il fatto sia ignoto, ma perché il suo uso politico è diverso. In un caso l’informazione serve a consolidare l’immagine del nemico. Nell’altro rischierebbe di disturbare il profilo dell’alleato strategico.

Quinto livello: visibilità geopolitica e utilità strategica

Qui si arriva al nodo vero. L’Iran è un avversario strategico: autonomo, ostile, difficile da integrare, capace di proiezione regionale propria. L’Arabia Saudita, pur con margini di autonomia crescenti, resta dentro una rete di interdipendenze economiche, energetiche e di sicurezza che la rende strutturalmente più spendibile come partner.

È questa differenza di collocazione a determinare la diversa intensità del racconto morale.

In altre parole, i diritti umani non spariscono mai del tutto, ma vengono usati in modo differenziale. Contro l’Iran fungono da moltiplicatore narrativo: rafforzano un’immagine già geopoliticamente utile. Contro l’Arabia Saudita diventano spesso un elemento di disturbo da contenere, sfumare, diluire.

Per questo il paragone non va letto come “sono uguali e uno viene protetto”. Va letto così: due sistemi repressivi differenti, uno trasformato in simbolo permanente del male politico, l’altro sottoposto a una critica intermittente, calibrata, spesso subordinata alla convenienza strategica.

Il punto finale: non somiglianza, ma asimmetria di giudizio

Dunque il confronto serio non porta a una semplice equivalenza. Porta a una conclusione più precisa: Iran e Arabia Saudita non coincidono per forma istituzionale, modalità repressive e organizzazione del potere; ma proprio questa differenza non giustifica l’enorme asimmetria con cui vengono giudicati. L’Iran concentra su di sé una sovraesposizione morale costante.

L’Arabia Saudita, pur in presenza di elementi durissimi sul piano della pena di morte, della subordinazione femminile e della repressione sociale, beneficia di una sottoposizione narrativa molto più controllata.

È questo che andrebbe sottolineato con forza: non che l’Iran sia innocente, ma che l’indignazione non è distribuita secondo un principio universale.

È distribuita secondo una logica di utilità. E quando l’indignazione viene amministrata in questo modo, non siamo più davanti a una bussola etica, ma a una tecnologia del consenso.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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