Di Giuseppe Gagliano
WASHINGTON D.C. Nel nuovo scenario dell’Indo-Mediterraneo, la crisi innescata dagli attacchi Houthi si intreccia con dinamiche strategiche globali, riportando al centro vecchie piattaforme militari, nuove minacce missilistiche e lo spettro di escalation regionali.

L’Amministrazione Trump – pur riluttante ad avventurarsi in conflitti all’estero – è ora trascinata in Medio Oriente da una combinazione di fattori: pressioni alleate, minaccia ai traffici commerciali e sfida all’immagine di potenza globale.
Come già fatto da Biden il 12 gennaio 2024, anche Trump ha dato luce verde agli attacchi contro obiettivi Houthi in Yemen.
Da due settimane, le forze armate statunitensi effettuano sortite quotidiane contro infrastrutture del gruppo filo-iraniano, nel tentativo di ristabilire la libertà di navigazione nel Mar Rosso e contenere l’onda d’urto dell’alleanza fra Teheran e le milizie regionali.

Diego Garcia: la base remota che torna strategica
Nel mezzo di questa campagna militare, Diego Garcia – isola-base americana nell’Oceano Indiano – rispunta come snodo fondamentale.
Tra il 24 e il 26 marzo, gli Stati Uniti hanno schierato sull’atollo da 6 a 9 bombardieri B-2 Spirit, aerei invisibili ai radar capaci di colpire con precisione chirurgica in profondità.

Ad accompagnarli, aerei cisterna KC-135 e velivoli da trasporto C-17 Globemaster III della Boeing: chiari segnali di una preparazione logistica a lungo raggio.
Situata a circa 3.200 km dall’Iran e 3.700 dallo Yemen, la Base Diego Garcia consente agli USA di proiettare potenza restando – almeno in teoria – fuori dalla portata dei missili iraniani.
Ma questa presunta “isola sicura” potrebbe essere vulnerabile: secondo alcune fonti d’intelligence, Teheran sarebbe pronta a lanciare missili balistici Khorramshahr-4 nei pressi dell’isola come segnale dissuasivo.
Non un attacco diretto, ma una dimostrazione di forza. E in guerra, anche i gesti parlano.
Trump rilancia la deterrenza, Teheran risponde con minacce nucleari
Il tono della Casa Bianca si è fatto rapidamente più duro. Su Truth Social, Trump ha rivendicato due settimane di attacchi e avvertito: “il vero dolore deve ancora arrivare”. Il messaggio è chiaro: gli USA non si limiteranno a contenere gli Houthi, ma sono pronti a colpire anche l’Iran, considerato il burattinaio occulto.
La reazione iraniana non si è fatta attendere.
Un consigliere della Guida Suprema ha ventilato la possibilità di riaprire il dossier nucleare in caso di attacco diretto. Un comandante delle forze aerospaziali ha paragonato le basi USA nel Golfo a “stanze di vetro”, facendo intendere che potrebbero essere bersagli immediati.
Guerra navale, Intelligence e manovre logistiche: i piani occulti
La partita non si gioca solo nei cieli o su Truth Social.
Nelle retrovie, l’Intelligence statunitense è impegnata in un’operazione di sorveglianza a tappeto: intercettazioni elettroniche, analisi radar, sorveglianza satellitare, caccia ai segnali di preparazione missilistica o movimenti navali sospetti. Il timore è che l’Iran utilizzi anche droni navali suicidi o mini-sottomarini modificati per azioni asimmetriche.
Sul piano operativo, la U.S. Navy ha rafforzato la presenza con gruppi da battaglia, unità antisommergibile, dragamine e navi logistiche.
Gli Houthi hanno già dimostrato capacità di colpire con droni e missili anti-nave a lungo raggio. L’Iran potrebbe estendere il suo raggio d’azione con fast boats o con attacchi ibridi in acque internazionali.

Intanto, il flusso logistico aumenta. Assetti statunitensi vengono silenziosamente spostati dalla Corea del Sud verso l’area CENTCOM.
Cargo C-17 e tankers in volo trasportano pezzi di ricambio, sistemi d’arma, munizioni.
L’obiettivo è duplice: rafforzare la catena di supporto e preparare il teatro a una campagna estesa. Segnale che la crisi è tutt’altro che chiusa.
Europa in disparte, Cina in attesa
Mentre l’Europa resta defilata, limitandosi a un ruolo difensivo per non perdere consenso interno, la Cina osserva e incassa.
L’impegno USA nel Medio Oriente alleggerisce, anche se solo temporaneamente, la pressione navale americana nel Pacifico. Pechino, che ha stretto esercitazioni navali con Iran e Russia nell’Oceano Indiano, approfitta della distrazione per consolidare la sua postura nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale.
Conclusione: il tempo delle decisioni
Un NOTAM valido fino al 1° maggio prossimo indica che la Base Diego Garcia resterà attiva ancora per settimane.
La crisi può evolvere in molte direzioni: un attacco diretto all’Iran, una rappresaglia contro una base USA, un’escalation navale nel Mar Rosso.
Ma una cosa è certa: l’IndoMed non è più solo una crisi regionale. È diventato un fronte strategico globale, dove ogni mossa ha ripercussioni su scala planetaria.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

