Yemen: la conquista della costa non equivale alla chiusura dello Stretto. I cambiamenti post 11 settembre

Di Giuseppe Gagliano*

MOCHA (YEMEN).  La caduta di Mocha e lo sbarco degli Houthi a Perim erano già una svolta militare.

La battaglia di Mocha (Yemen)

L’aggiornamento, ad oggi, aggiunge la conquista delle isole Hanish, più a Nord nel Mar Rosso, e una nuova ondata di attacchi contro l’Arabia Saudita.

L’area del Mar Rosso

Ma aggiunge anche un dato che impedisce di parlare di vittoria definitiva: le forze yemenite sostenute da Riyadh hanno fermato parte dell’avanzata verso Sud e contestano alcune posizioni costiere. Un centro che segue gli sviluppi militari segnala persino una notizia, non verificata, di un successivo ritiro degli Houthi da Perim.

La presa dell’isola è documentata; il suo controllo attuale va quindi trattato con cautela.

Mocha offre un porto e un accesso alla costa.

Perim occupa una posizione nello Stretto. Le Hanish estendono la presenza sulle isole del Mar Rosso.

Insieme, queste conquiste migliorano la capacità degli Houthi di osservare le navi, minacciarle e scegliere da più punti dove impiegare missili e velivoli senza pilota. Non danno però il controllo di entrambe le sponde di Bab al-Mandeb: quella africana è a Gibuti. Né possedere la costa significa poter fermare continuamente ogni nave.

Per trasformare il vantaggio geografico in un blocco servono mezzi operativi, informazioni tempestive sui bersagli e posizioni che resistano ai bombardamenti.

La guerra terrestre decide quanto durerà il vantaggio sul mare

Le forze saudite e quelle del governo yemenita hanno intensificato gli attacchi aerei intorno a Mocha. Sul terreno, i combattimenti si sono concentrati anche verso il confine tra Taiz e Lahj: secondo la valutazione militare di lunedì scorso, qui l’avanzata Houthi è stata contenuta.

Miliziani Houthi

Gli Houthi conservano gran parte delle posizioni conquistate e possono usare il terreno montuoso per muovere uomini e aggirare le difese lungo la costa aperta, dove sono più esposti dall’aria. La loro capacità di minacciare lo Stretto dipenderà quindi anche da un problema molto yemenita: tenere Mocha e le vie di rifornimento mentre il fronte resta sotto pressione.

La rapidità del ripiegamento delle forze filogovernative merita un’analisi severa. Anni di armi, addestramento e stipendi non hanno prodotto una difesa capace di reggere l’offensiva iniziale. Ma il fallimento di quei reparti non autorizza ancora a dichiarare il collasso dell’intero schieramento meridionale.

Riyadh può sostenere una controffensiva; gli Houthi possono consolidare le posizioni e premere sulle strade che collegano Taiz ad Aden.

Sono possibilità militari, non risultati già acquisiti.

La vera tenaglia passa anche per un oleodotto

L’altra novità decisiva è la sospensione dell’oleodotto saudita che porta il greggio dai giacimenti orientali al Porto di Yanbu, sul Mar Rosso.

Colpito il 10 settembre da attacchi che Riyadh ha attribuito a milizie attive dall’Iraq, l’impianto è stato chiuso per precauzione.

Era la via con cui l’Arabia Saudita aggirava le difficoltà nello stretto di Hormuz. Due funzionari informati sulle riparazioni hanno indicato all’Associated Press tempi possibili di tre-cinque settimane, con un eventuale funzionamento parziale nel frattempo: sono stime attribuite a quelle fonti, non una data ufficiale di riapertura.

Qui la geografia impone una distinzione. Da Yanbu una petroliera diretta verso l’Europa può risalire il Mar Rosso e passare per Suez senza attraversare Bab al-Mandeb.

Una nave destinata ai mercati asiatici deve invece scendere verso lo Stretto meridionale. Il danno all’oleodotto riduce oggi la possibilità saudita di usare entrambe le rotte; la presenza houthi aumenta il rischio soprattutto per quella verso Sud.

Parlare di una tenaglia iraniana già serrata su tutto il petrolio saudita è più netto di quanto consentano questi fatti. Parlare di vie alternative colpite nello stesso momento descrive meglio il rischio economico.

Anche il traffico osservato invita alla precisione.

Lunedì scorso, a Hormuz sono passate quattro navi per il trasporto di materie prime, contro una media precedente alla guerra di circa 125 transiti quotidiani; a Bab al-Mandeb i passaggi rilevati sono scesi da 28 a 21 in un giorno.

Sono dati che mostrano una grave contrazione, non l’assenza assoluta di navigazione. Per gli operatori bastano comunque minacce credibili, premi assicurativi più alti e incertezza sui tempi per scegliere rotte più lunghe.

L’effetto sui prezzi può dunque precedere un blocco militare effettivo.

Riyadh colpita, Washington prudente

Gli Houthi hanno dichiarato di aver attaccato una base aerea a Khamis Mushait con missili e velivoli senza pilota in risposta ai bombardamenti sauditi nello Yemen.

La coalizione guidata da Riyadh ha riferito di tredici civili feriti negli attacchi contro il territorio saudita.

Intanto i colloqui previsti in Oman tra Iran e Paesi del Golfo su Hormuz sono stati rinviati.

Secondo fonti raccolte oggi, gli Stati Uniti hanno finora resistito alle richieste saudite di partecipare direttamente ai combattimenti contro gli Houthi, mantenendo il sostegno informativo. Il fronte yemenita pesa quindi sul confronto con Teheran, ma Washington cerca ancora di limitarne l’allargamento.

Va misurato anche il riferimento a Pakistan e Turchia.

Il patto di difesa firmato alla Mecca considera un attacco armato contro uno dei tre Paesi come un attacco contro tutti.

Questo non prova che Islamabad abbia deciso incursioni aeree nello Yemen, tanto meno che l’arma nucleare sia entrata nella crisi.

Dopo gli ultimi attacchi, il Governo pachistano ha condannato gli Houthi, espresso solidarietà a Riyadh e dichiarato di voler contribuire a ridurre le tensioni.

Una possibile azione militare resta tale finché non viene confermata da una decisione e da fatti sul terreno.

Anche l’ipotesi di pedaggi a Bab al-Mandeb va distinta dalla capacità di intimidire le navi.

La struttura degli Houthi che comunica con il settore marittimo ha negato di voler imporre tariffe di transito. Una smentita non elimina il loro potere di pressione né garantisce la sicurezza della rotta; impedisce però di presentare la riscossione di pedaggi come una misura già in vigore.

Il prezzo yemenita della crisi

Mentre gli Stati discutono petrolio e stretto, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha contato quasi 94 mila nuovi sfollati dall’inizio dell’escalation, soprattutto nelle u. Bilancio umanitario riportato ad oggi.

Il quadro resta aperto. Se le forze filogovernative recuperano terreno e l’oleodotto saudita riparte, la pressione sul commercio può diminuire senza una nuova offensiva generale.

Se gli Houthi consolidano costa, isole e accessi a Taiz, potranno scegliere quando aumentare il rischio per le navi e per Riyadh.

Se invece gli attacchi si moltiplicano mentre Hormuz rimane quasi impraticabile, il rincaro dei carburanti e dei trasporti colpirà ben oltre la penisola arabica. La conquista di Mocha non ha chiuso da sola Bab al-Mandeb: ha reso molto più costoso, per tutti, confidare che resti aperto.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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