Hormuz e Bab el-Mandeb: la guerra delle due porte che può strangolare l’economia mondiale. Il vertice rinviato e la diplomazia senza fiducia

Di Giuseppe Gagliano*

RIYAD. Il rinvio dell’incontro di Salalah tra l’Iran e le monarchie del Golfo non è un semplice incidente diplomatico. È il segnale che nessuno degli attori regionali vuole assumersi la responsabilità politica di un accordo sullo stretto di Hormuz mentre missili, sabotaggi e operazioni militari continuano a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente.

Teheran e Mascate avrebbero dovuto presentare una proposta comune per la gestione della navigazione attraverso lo stretto, passaggio obbligato per una parte decisiva delle esportazioni energetiche mondiali. L’Oman, come spesso accade, tenta di svolgere il ruolo del mediatore discreto. Ma la mediazione può funzionare soltanto se le parti ritengono di avere qualcosa da guadagnare dalla stabilità. Oggi, invece, la crisi delle rotte marittime costituisce per l’Iran uno strumento di pressione e per l’Arabia Saudita una vulnerabilità strategica.

La richiesta di rinvio, attribuita da Teheran a non meglio precisati Paesi regionali e da alcune fonti direttamente a Riad, dimostra la profondità delle diffidenze. Il Bahrein aveva già escluso la propria partecipazione, mentre nessuna monarchia del Golfo aveva confermato ufficialmente la presenza. Il cosiddetto vertice rischiava dunque di diventare una riunione priva di interlocutori o, peggio ancora, una tribuna utile all’Iran per presentarsi come garante di una crisi alla cui alimentazione contribuiscono i suoi alleati.

Il sempre più complesso scenario mediorientele

 

Il petrolio ostaggio di due strettoie

Il quadro economico è particolarmente grave perché la pressione si esercita contemporaneamente sulle due grandi porte dell’energia mediorientale: Hormuz, tra Iran e Oman, e Bab el-Mandeb, tra Yemen e Corno d’Africa.

I transiti commerciali attraverso Hormuz sarebbero scesi a meno di dieci al giorno, anche se il dato non comprende le navi che attraversano la zona con gli apparati automatici di identificazione disattivati. È una misura difensiva comprensibile, ma aumenta il rischio di collisioni, errori di valutazione e attacchi contro bersagli civili scambiati per unità ostili.

Nel frattempo, l’attacco all’oleodotto saudita Est-Ovest ha colpito proprio l’infrastruttura costruita per aggirare Hormuz. Lungo circa 1.200 chilometri, il collegamento consente di trasportare il greggio dai giacimenti orientali fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Era la polizza assicurativa energetica di Riad. Ora anche quella polizza è sotto attacco.

Le riserve disponibili a Yanbu potrebbero garantire le esportazioni soltanto per cinque o sette giorni. Se la riparazione dell’oleodotto richiedesse settimane, fino al 4 per cento dell’offerta petrolifera mondiale potrebbe essere messo in pericolo, aggiungendosi alle quantità già bloccate o rallentate a Hormuz. Non sorprende che il prezzo del greggio sia salito di oltre il 3 per cento.

Lo scenario peggiore non è necessariamente un’interruzione completa delle esportazioni. Può bastare una condizione di insicurezza prolungata per far aumentare i premi assicurativi, i costi di trasporto e i noli marittimi. Le petroliere sarebbero costrette ad attendere, cambiare rotta o accettare rischi crescenti. Il rincaro si trasmetterebbe al prezzo dei carburanti, alla produzione industriale, ai trasporti e quindi all’inflazione mondiale. Europa e Asia importatrice sarebbero le aree maggiormente esposte.

Una petroliera in navigazione

 

La strategia iraniana della pressione indiretta

Sul piano militare, l’Iran sembra applicare una strategia fondata sulla dispersione delle minacce. Teheran non deve necessariamente chiudere fisicamente Hormuz con una grande operazione navale. È sufficiente rendere il passaggio tanto pericoloso da scoraggiare gli armatori e costringere gli Stati Uniti a impiegare forze considerevoli per proteggere ogni nave.

Mine, missili costieri, imbarcazioni veloci e velivoli senza pilota permettono all’Iran di esercitare una pressione sproporzionata rispetto ai mezzi utilizzati. A questa capacità diretta si aggiunge quella degli huthi nello Yemen. La conquista dell’isola di Perim e l’avanzata lungo la costa del Mar Rosso consentono al movimento yemenita di minacciare Bab el-Mandeb da posizioni sempre più favorevoli.

Gli huthi possono disporre missili, velivoli senza pilota e sistemi di sorveglianza in prossimità delle rotte commerciali, riducendo i tempi di reazione delle navi. Dal punto di vista strategico, Teheran ottiene così un risultato notevole: esercitare pressione su due passaggi marittimi distinti senza dover schierare apertamente le proprie forze su entrambi.

L’attacco contro l’Arabia Saudita rafforza inoltre la capacità negoziale degli huthi. Il messaggio a Riad è evidente: nessuna infrastruttura energetica può essere considerata completamente sicura. Quello rivolto a Washington è altrettanto chiaro: un intervento militare statunitense potrebbe aprire un nuovo fronte senza garantire la sicurezza permanente della navigazione.

 

Washington tra deterrenza e logoramento

Mohammed bin Salman avrebbe chiesto a Donald Trump un sostegno militare contro gli huthi, ricevendo per ora soltanto la promessa di assistenza informativa. La prudenza americana è comprensibile. Bombardare lo Yemen può distruggere depositi e postazioni, ma difficilmente elimina una rete militare mobile, nascosta in territori montuosi e sostenuta da strutture locali consolidate.

Gli Stati Uniti si trovano così davanti a un dilemma classico. Se non intervengono, rischiano di apparire incapaci di proteggere l’Arabia Saudita e le rotte commerciali. Se intervengono massicciamente, potrebbero essere trascinati in una guerra lunga e costosa, mentre restano ancora irrisolti gli obiettivi dell’operazione “Furia epica” contro l’Iran.

Le dichiarazioni di Trump, secondo cui la guerra potrebbe concludersi entro la fine dell’anno e il prezzo della benzina crollare, appartengono più alla comunicazione politica che alla pianificazione strategica. Il calendario elettorale statunitense non coincide con quello delle guerre mediorientali.

 

La geoeconomia delle strozzature

L’Iran sta tentando di trasformare la propria posizione geografica in potere negoziale. Se Washington vuole petrolio a prezzi contenuti, stabilità regionale e libertà di navigazione, deve confrontarsi con Teheran. L’Arabia Saudita, nonostante gli investimenti nella diversificazione economica e nelle infrastrutture alternative, scopre invece che la sua ricchezza continua a dipendere da corridoi vulnerabili.

La crisi delle due strettoie dimostra che il controllo delle rotte vale ormai quanto il possesso dei giacimenti. Hormuz e Bab el-Mandeb non sono soltanto passaggi marittimi: sono leve geoeconomiche capaci di trasferire una guerra regionale nei bilanci delle imprese, nelle bollette delle famiglie e nelle decisioni delle banche centrali.

Il vertice di Salalah è stato rinviato perché manca ancora un vero consenso. Ma soprattutto perché, in questa fase, la minaccia di interrompere i traffici sembra offrire agli attori regionali più vantaggi di quanti ne prometta la loro normalizzazione. Finché questo calcolo non cambierà, il prezzo del petrolio continuerà a essere determinato non soltanto dai mercati, ma dalla gittata dei missili.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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