Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. Quando una guerra comincia con il pretesto della prevenzione nucleare e finisce con l’ipotesi di conquistare isole e stretto, vuol dire che la strategia iniziale è fallita.

L’idea che un contingente di 4.500 marinai e marines possa servire da segnale operativo per mettere le mani su Hormuz non è la prova di una pianificazione lucida, ma il sintomo di uno slittamento strategico sempre più pericoloso.
Anche il Washington Post descrive il rafforzamento americano come il segnale di una possibile battaglia per lo Stretto, mentre le speranze iniziali di cambio di regime e di neutralizzazione rapida dell’Iran appaiono ormai fuori portata.
Il primo errore: scambiare un corridoio marittimo per un obiettivo conquistabile con facilità
Lo Stretto di Hormuz non è un ponte, un porto o una città da occupare una volta per tutte.
È un ambiente operativo stretto, saturo di minacce, dominato dalla prossimità geografica iraniana e quindi favorevole a chi difende, mina, disturba e logora.
Pensare di “metterlo in sicurezza” con una dimostrazione anfibia significa ragionare come se bastasse il possesso temporaneo di alcuni punti chiave per ristabilire il traffico energetico mondiale.
In realtà, la minaccia iraniana non dipende da una sola isola o da una sola batteria costiera: dipende da mine navali, droni, missili antinave, barchini veloci, attacchi dispersi e capacità di interdizione ripetuta.
Il Financial Times osserva che i comandanti americani considerano ancora troppo alto il rischio posto da mine, droni, missili e unità leggere iraniane, e che perfino un semplice piano di scorta ai mercantili richiederebbe numerosi cacciatorpediniere e copertura aerea robusta.
Il secondo errore: trasformare un fallimento politico in escalation militare
L’ipotesi di Hormuz nasce perché i precedenti obiettivi non hanno prodotto il risultato promesso.

Il regime iraniano non è crollato. La ribellione interna non si è materializzata nella forma sperata.
La capacità di Teheran di colpire e disturbare i traffici resta intatta abbastanza da imporre nuovi costi.
Allora la guerra cambia giustificazione: non più la minaccia imminente, non più il collasso del nemico, ma la necessità di garantire la libertà di navigazione.
In apparenza sembra un obiettivo più concreto; in realtà è un modo per mascherare il fallimento dei fini originari dietro una missione presentata come tecnica e inevitabile.
Il Washington Post nota esplicitamente che la messa in sicurezza dello Stretto rischia di diventare il principale obiettivo della guerra proprio ora che sia il cambio di regime sia l’eliminazione definitiva della minaccia nucleare appaiono irraggiungibili.
Il terzo errore: credere che il dominio navale basti da solo
Gli Stati Uniti hanno una superiorità navale schiacciante, ma la superiorità navale non coincide automaticamente con il controllo politico e militare di uno stretto conteso.
Una Task Force anfibia può occupare, presidiare, sbarcare, raidare.
Ma se il nemico mantiene la capacità di colpire le rotte, minare i passaggi, danneggiare terminali energetici, usare sciami di droni e costringere gli assicuratori a ritirarsi, il risultato non è la riapertura stabile di Hormuz: è una guerra d’attrito.
E in una guerra d’attrito in uno spazio ristretto, la potenza globale paga sempre costi enormi per ottenere risultati parziali.
Lo stesso Washington Post riferisce che un’operazione del genere potrebbe durare settimane e mettere direttamente a rischio marinai e altre forze americane.
La valutazione militare: un’operazione anfibia sotto il fuoco di un sistema stratificato
Sul piano strettamente strategico-militare, l’idea è più fragile di quanto sembri. Un conto è colpire dal largo o dall’aria. Un altro è sostenere nel tempo una presenza operativa in un teatro dove l’avversario combatte a distanza ravvicinata dalle proprie coste.
L’Iran non deve vincere una battaglia navale classica: gli basta rendere il costo della sicurezza occidentale troppo alto e troppo continuativo.
Mine, missili costieri, droni, sabotaggi contro infrastrutture e minacce contro impianti energetici nei Paesi del Golfo possono trasformare l’intera operazione in un meccanismo di logoramento permanente.
È esattamente questo il punto che rende l’iniziativa strategicamente delirante: presenta come soluzione rapida ciò che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe una campagna lenta, esposta, costosa e politicamente corrosiva.
La dimensione geoeconomica: si militarizza il cuore materiale della globalizzazione
Hormuz non è un obiettivo secondario. Attraverso quello stretto passa circa un quinto dei flussi energetici mondiali, e per questo ogni operazione lì dentro ha effetti immediati su petrolio, gas, premi assicurativi, costi di trasporto e fiducia dei mercati.
Lo stesso Washington Post sottolinea che il controllo di Hormuz è ormai visto come un obiettivo decisivo proprio per il peso sistemico di quel corridoio energetico.
Ma qui sta il paradosso: più si militarizza lo stretto per “stabilizzarlo”, più si conferma che l’ordine energetico globale dipende ormai da un equilibrio armato sempre più fragile. Non si protegge il mercato: lo si espone ancora di più alla logica della guerra.
Il nodo politico: Washington rischia di farsi trascinare in una missione senza uscita chiara
L’aspetto più inquietante è politico.

Una volta annunciato che Hormuz va riaperto “a ogni costo”, ogni esitazione diventa una sconfitta, ogni danno subito un motivo per allargare l’intervento, ogni stallo un argomento per nuovi rinforzi.
Così una missione presentata come limitata diventa una trappola autoalimentata. Non si conquista solo uno spazio: si entra in una spirale di obblighi.
E poiché gli alleati europei non sembrano pronti a condividere davvero il peso navale dell’operazione, il costo materiale e simbolico ricadrebbe soprattutto sugli Stati Uniti.
Anche per questo vari resoconti parlano di alleati riluttanti e di supporto occidentale incerto.
Il vero significato di questa scelta
La verità è che l’ipotesi di “conquistare l’isola e lo stretto” non dimostra forza, ma smarrimento.
Quando una potenza cambia continuamente il fine della guerra, mostra di non controllarne più davvero il senso politico. Si parte dicendo che bisogna fermare una minaccia imminente; si continua immaginando il crollo del regime; si finisce con lo sbarco per proteggere le petroliere.
Non è strategia: è improvvisazione escalation per escalation.
Ecco perché questa iniziativa ha qualcosa di profondamente irrazionale.
Non perché sia militarmente impossibile in senso assoluto, ma perché è strategicamente sproporzionata rispetto ai risultati ottenibili.
Promette controllo e produrrà attrito. Promette sicurezza e allargherà la vulnerabilità. Promette di riaprire Hormuz e rischia invece di trasformare lo stretto nel simbolo perfetto di una guerra entrata nella sua fase più cieca.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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