Di Giuseppe Gagliano*
BAGHDAD. La fase che precede e segue le elezioni parlamentari irachene dell’autunno 2025 ha riportato al centro della scena una dinamica che accompagna da anni la politica di Baghdad: quando il sistema si frammenta e la rappresentanza fatica a produrre stabilità, tornano a emergere i profili dell’apparato securitario. Non come candidati di rottura, ma come figure di equilibrio, arbitri potenziali in un gioco di alleanze sempre più complesso.

Il meccanismo istituzionale iracheno favorisce questo slittamento. Il primo ministro non è scelto direttamente dagli elettori, ma emerge da una doppia negoziazione: prima il voto parlamentare, poi la costruzione di una maggioranza capace di sostenere un nome condiviso. È in questo spazio intermedio, opaco e decisivo, che gli uomini dell’intelligence e della sicurezza trovano terreno fertile. Non guidano partiti, ma conoscono i dossier, parlano con tutte le fazioni, garantiscono continuità operativa in un Paese dove la sicurezza resta la precondizione di ogni equilibrio politico.
Nel dibattito pre-elettorale sono circolati diversi nomi legati agli apparati. Il capo dell’intelligence nazionale, Hamid al-Shatri, è stato descritto come un tecnocrate relativamente svincolato dai partiti tradizionali, con una carriera costruita tra Ministero dell’Interno e strutture di sicurezza. Una figura che, proprio per la sua apparente neutralità, poteva risultare spendibile in caso di stallo politico. Accanto a lui, il consigliere per la Sicurezza nazionale Qasim al-Araji, espressione dell’area sciita più vicina a Teheran e con un passato da ministro dell’Interno, rappresentava l’opzione di un controllo più diretto dell’apparato da parte delle reti filo-iraniane. Un terzo profilo, quello di Abdul-Wahab al-Saadi, godeva invece di una forte legittimazione simbolica per il ruolo svolto nella lotta contro lo Stato Islamico, ma meno di una vera infrastruttura politica.
Questi nomi hanno circolato soprattutto all’interno del Quadro di Coordinamento sciita, una coalizione che riunisce anime profondamente diverse: da un lato le correnti legate a Nouri al-Maliki, dall’altro i sostenitori dell’attuale premier Mohammed Shia al-Sudani. È in questa frattura che l’ipotesi di un “uomo dei servizi” come soluzione di compromesso ha preso forma: non per governare in senso pieno, ma per congelare il conflitto tra fazioni.

Le elezioni dell’11 novembre 2025 hanno però ridimensionato questa prospettiva. Il risultato ha rafforzato la posizione di al-Sudani, premiato per una gestione pragmatica dell’economia e per una relativa stabilizzazione del Paese. La sua coalizione si è affermata come primo polo parlamentare, rendendo meno urgente il ricorso a figure tecniche esterne al circuito politico. Tuttavia, la formazione del governo resta lenta e accidentata, segno che il consenso elettorale non basta a sciogliere i nodi strutturali del sistema.
In questo quadro, i profili dell’intelligence non scompaiono: arretrano. Restano sullo sfondo come riserva di sistema, come opzione estrema qualora il confronto tra i leader politici si trasformi in paralisi. È una costante irachena: quando la politica fallisce, la sicurezza avanza. Non con i carri armati, ma con la promessa di ordine.
Sul piano geopolitico, questa dinamica è osservata con attenzione dagli attori esterni. L’Iran teme soprattutto l’instabilità e privilegia figure affidabili, capaci di garantire continuità ai canali di influenza sciiti. Gli Stati Uniti puntano invece a un esecutivo sufficientemente autonomo da Teheran, ma abbastanza solido da evitare un nuovo collasso securitario, mantenendo una presenza militare ridotta e discreta. Anche l’Arabia Saudita guarda a Baghdad come a un tassello chiave per il riequilibrio regionale, più interessata alla stabilità che all’identità ideologica del premier.
Il punto, però, va oltre i singoli nomi. L’emergere ciclico di candidati provenienti dall’intelligence segnala un limite strutturale dello Stato iracheno: la difficoltà di produrre leadership politiche forti senza appoggiarsi all’apparato securitario. Finché la sicurezza resterà il vero collante nazionale, chi la gestisce continuerà a essere percepito come potenziale uomo della provvidenza. Anche quando, come oggi, resta ai margini del potere formale.
Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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