Di Giuseppe Gagliano*
BAGHDAD. Il primo ministro Ali al-Zaidi ha fissato al 30 giugno 2027 il termine per ricondurre sotto controllo statale le armi delle fazioni irachene. L’annuncio arriva dopo la conclusione della missione della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Il rinvio concede tempo per negoziare e rivela la difficoltà di rendere eseguibile una decisione politica.
La partenza delle truppe americane risponde a una richiesta radicata nel Paese. Ora comincia un’altra prova di sovranità : stabilire chi possa decidere un attacco, custodire un arsenale e coinvolgere l’Iraq in una guerra. Su questo terreno Baghdad deve confrontarsi con organizzazioni che possiedono armi, influenza politica e legami esterni.

Il pretesto cambia, il potere rimane
Le fazioni contrarie al disarmo hanno ampliato le proprie condizioni. Alla partenza dei militari stranieri aggiungono la fine dell’influenza politica ed economica americana. Una richiesta così estesa può prolungare indefinitamente la trattativa: qualunque rapporto con Washington potrebbe essere presentato come una violazione dell’indipendenza nazionale.
Kataib Hezbollah mantiene la propria opposizione, ma il fronte delle milizie mostra differenze. Secondo le dichiarazioni riportate dalla stampa locale, Kataib Sayyid al-Shuhada e Ansar Allah al-Awfiya hanno espresso adesione al calendario governativo, in un quadro di impegni concordati. Baghdad può utilizzare queste aperture per ottenere risultati graduali. Resta da verificare che cosa ciascun gruppo intenda concretamente per consegna o regolamentazione delle armi.
Anche il quadro istituzionale richiede precisione. Le Forze di mobilitazione popolare sono state riconosciute per legge nel 2016 come parte dell’apparato di sicurezza. La questione decisiva è quindi l’effettiva subordinazione dei reparti: chi impartisce gli ordini, nomina i comandanti, controlla i depositi e sanziona gli attacchi non autorizzati.
Un’integrazione che conservasse comandi paralleli lascerebbe irrisolto il problema. Il successo del processo si misurerà nella capacità delle istituzioni di far rispettare le proprie decisioni anche alle fazioni più influenti.
Una transizione militare da rendere credibile
Il ritiro aumenta la responsabilità delle forze irachene nella lotta contro lo Stato islamico. Il Pentagono ha comunque annunciato che continuerà a fornire sostegno mirato attraverso addestramento e informazioni. Si apre così una diversa cooperazione con Washington.
Sul piano operativo, Baghdad dovrà garantire continuità nella sorveglianza, nello scambio di informazioni e nel coordinamento tra forze federali e autorità curde. Servono a individuare reti clandestine e proteggere le infrastrutture.
Mettere sotto custodia statale missili e droni, sottoporre i depositi a verifiche e rendere tracciabili le munizioni sarebbero passi concreti. La semplice consegna di una parte delle armi leggere offrirebbe garanzie limitate se restassero disponibili mezzi capaci di colpire oltreconfine.
Una campagna coercitiva indiscriminata potrebbe provocare scontri tra apparati formalmente appartenenti allo stesso Stato. La gradualità può dunque avere una ragione strategica, purché sia accompagnata da obiettivi verificabili, responsabilità individuali e conseguenze per chi viola gli accordi.
Teheran celebra, Baghdad cerca spazio
L’Iran presenta il ritiro come una vittoria. Sul piano politico può rivendicare il risultato della pressione esercitata dalle fazioni alleate. Per Baghdad, però, il valore della transizione dipenderà dalla possibilità di recuperare autonomia nelle decisioni di sicurezza.
Teheran potrebbe cercare di conservare influenza attraverso i rapporti politici e l’inserimento delle formazioni amiche nelle istituzioni. È uno scenario possibile, che rende essenziale verificare come cambieranno le strutture di comando. La riduzione della presenza americana, da sola, non chiarisce quale sarà il nuovo equilibrio interno.
Baghdad ha interesse a mantenere relazioni con entrambi i Paesi e a contenere il rischio di essere coinvolta nella loro contrapposizione. La prova più concreta sarà la capacità di impedire attacchi decisi autonomamente dalle fazioni, facendo valere la responsabilità delle autorità costituzionali sulla guerra e sulla pace.
La sovranità deve funzionare anche nei conti
Il disarmo ha un costo economico. Ricollocare combattenti, finanziare apparati professionali e controllare gli arsenali richiede risorse. Nel rapporto del 2025, il Fondo monetario internazionale aveva già indicato la dipendenza petrolifera, il peso della spesa pubblica e i vincoli finanziari tra le fragilità irachene. Un reinserimento basato soltanto su nuovi stipendi statali potrebbe aggravare queste pressioni.
La stabilità conta anche per gli investimenti e per le esportazioni. Il ministro degli Esteri Fuad Hussein ha riferito di colloqui con Siria, Arabia Saudita e Turchia su un oleodotto destinato a diversificare le vie di vendita del petrolio. Progetti che richiedono sicurezza e accordi duraturi.
Da qui al giugno 2027 si aprono tre scenari: una subordinazione effettiva delle fazioni allo Stato; un compromesso che mantenga parte dell’autonomia armata; oppure nuovi rinvii, accompagnati da tensioni e violazioni. Il primo rafforzerebbe l’Iraq. Gli altri conserverebbero il condizionamento armato sulle scelte nazionali.
La sovranità irachena acquisterà consistenza quando il governo potrà decidere e rispondere delle azioni compiute sul proprio territorio.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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