Berlino vuole il “motore” europeo: il ritorno dell’Europa a due cerchi. Per i tedeschi l’Unione è lenta e va, quindi, sanzionata

Di Giuseppe Gagliano*

BERLINO. La proposta che prende forma attorno a Berlino è semplice nella formula e complicata nelle conseguenze: se l’Unione a ventisette non decide, allora decidano in pochi e gli altri, eventualmente, si accodino. L’idea dell’Europa “a due velocità” non nasce oggi, ma torna con forza perché coincidono tre fattori: pressione esterna (gli Stati Uniti che deridono i tempi europei e minacciano dazi e ritorsioni), pressione strategica (la Russia come minaccia stabile e la Cina come concorrente sistemico) e pressione interna (crescita debole, frammentazione politica, regole che diventano alibi). In questo quadro, la Germania spinge per un “nocciolo duro” di sei economie: Germania, Francia, Polonia, Spagna, Italia e Paesi Bassi.

Il punto politicamente rilevante non è la riunione in sé, ma la logica: l’unanimità come freno strutturale, sostituita da coalizioni operative. Non è un colpo di teatro: è la normalizzazione di un metodo che in Europa esiste già, dall’euro in poi. Ma applicarlo a difesa, materie prime, pagamenti e finanza significa toccare nervi molto più sensibili della moneta.

Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz – Credit – Michael Lucan – Friedrich Merz, deutscher Rechtsanwalt, Manager und ehemaliger Politiker (CDU)

Scenari economici: unione del risparmio, capitali e crescita “a comando”

Il primo pilastro è l’unione dei mercati dei capitali, ribattezzata in chiave più politica come unione del risparmio e degli investimenti. Tradotto: convincere i risparmi europei a finanziare imprese europee, soprattutto quelle che crescono in fretta e che oggi spesso cercano capitali negli Stati Uniti. Qui la Germania e la Francia inseguono un obiettivo legittimo: ridurre la dipendenza finanziaria e rendere il mercato unico meno spezzettato.

Ma il rischio è altrettanto chiaro: se il “gruppo dei sei” accelera su regole, garanzie, canali di finanziamento e standard, può creare un vantaggio competitivo interno, con un effetto centrifugo verso i Paesi che restano fuori. La promessa è efficienza. Il prezzo può essere una gerarchia economica più rigida: centro che attrae investimenti, periferia che li perde. Per l’Italia il tema è doppio: da un lato accesso a capitali e strumenti comuni può aiutare industria e innovazione; dall’altro, se il perimetro decisionale si restringe, aumenta la pressione ad adeguarsi a priorità altrui, soprattutto su disciplina di bilancio e regole industriali.

 

L’euro come “porto sicuro”: sovranità nei pagamenti e riduzione della dipendenza

Secondo pilastro: rafforzare il ruolo internazionale dell’euro e costruire una sovranità nei pagamenti, cioè ridurre l’esposizione a infrastrutture extraeuropee. Qui la spinta tedesca suona come una risposta alla lezione degli ultimi anni: la finanza è potere, e i circuiti di pagamento sono leve geopolitiche. Se l’Europa vuole contare, deve poter reggere crisi e sanzioni senza dipendere da snodi che non controlla.

Tuttavia, anche questo passaggio ha una zona grigia: parlare di “prevedibilità” e “stato di diritto” come vantaggio competitivo europeo funziona fino a quando l’Unione non appare divisa su politica estera e sicurezza. Un euro forte non si costruisce solo con meno burocrazia: si costruisce con una postura geopolitica credibile e con una capacità di proteggere catene di valore e infrastrutture critiche. Altrimenti l’ambizione resta dichiarazione.

 

Valutazione strategico-militare: difesa come priorità di bilancio e come industria

Terzo pilastro: coordinare meglio gli investimenti nella difesa e inserire la difesa tra le priorità del prossimo bilancio pluriennale dell’Unione, fino a farne un “motore di crescita”. È una frase che fotografa un cambio di fase: la difesa non viene più presentata solo come costo o deterrenza, ma come politica industriale. In pratica, significa: acquisti comuni, programmazione, standardizzazione, filiere europee, e soprattutto tempi rapidi.

Il nodo, però, è politico prima ancora che tecnico. Coordinare davvero la difesa vuol dire scegliere: quali capacità, quali industrie, quali priorità geografiche, quali regole sugli acquisti. E ogni scelta sposta soldi e lavoro. Un formato a sei può accelerare, ma può anche irrigidire la concorrenza interna tra campioni nazionali. Per l’Italia la partita è delicata: se il “nocciolo duro” diventa la stanza dove si definiscono requisiti e programmi, restarne dentro è utile; ma entrarci senza una strategia industriale e tecnologica chiara rischia di trasformare la presenza in subalternità.

 

Geopolitica e geoeconomia: materie prime, riserve, acquisti coordinati

Quarto pilastro: sicurezza delle materie prime essenziali, con acquisti coordinati, scorte di emergenza e accordi con partner nel mondo. È qui che l’Europa scopre la propria vulnerabilità geoeconomica: senza accesso stabile a terre rare e minerali critici, la transizione energetica, l’industria digitale e perfino la difesa diventano dipendenze mascherate. La Cina resta il riferimento implicito: non tanto per la minaccia militare, quanto per la capacità di usare catene di approvvigionamento come strumento di influenza.

L’approccio proposto è razionale, ma arriva tardi e con un problema strutturale: l’Europa negozia spesso come somma di interessi nazionali, mentre i concorrenti negoziano come potenze coerenti. Un gruppo ristretto può trattare più rapidamente, ma rischia di produrre accordi “su misura” delle sue industrie, lasciando altri Paesi a rincorrere. La promessa è resilienza. Il pericolo è frammentazione mascherata da efficienza.

 

Il vero cuore del progetto: cambiare le regole senza cambiare i trattati

Il passaggio più politico non sta nella lettera sui quattro punti, ma nelle parole sulla governance. L’idea di accorpare le cariche di presidente della Commissione e presidente del Consiglio europeo viene presentata come riforma possibile senza modificare i trattati: in sostanza, dare un volto unico all’Unione per parlare “con una sola voce”. È una scorciatoia istituzionale: aumenta la riconoscibilità, forse la rapidità, ma concentra potere in un sistema che già soffre di percezione democratica fragile.

Ancora più dirompente è la proposta di superare l’unanimità in politica estera e sicurezza, passando al voto a maggioranza qualificata. Qui si misura la frattura: da un lato chi vuole integrare per contare, dall’altro chi difende il veto come assicurazione nazionale. Se il veto resta, l’alternativa evocata è un “trattato speciale” tra volenterosi. Ed eccola, l’Europa a due cerchi: non un’ipotesi teorica, ma una via d’uscita pratica.

 

Che cosa può succedere davvero: tre esiti possibili

Primo esito: il gruppo dei sei resta informale, un tavolo che prepara compromessi e spinge l’agenda senza rompere l’Unione. Sarebbe la versione “soft”: utile, ma limitata.

Secondo esito: il gruppo diventa il luogo dove si decide e l’Unione il luogo dove si ratifica. In quel caso, l’Europa a due velocità diventerebbe un fatto politico stabile, con un centro direttivo e una periferia regolata.

Terzo esito: la spinta produce reazione. I Paesi esclusi o diffidenti costruiscono contropesi, e il risultato è una moltiplicazione di club, quindi più frammentazione, non meno.

 

L’interesse italiano: stare nel motore senza perdere il volante

Per l’Italia la tentazione è ovvia: se nasce un “motore”, è meglio essere nel cofano che sotto le ruote. Ma non basta sedersi al tavolo. Servono priorità nette: difesa come filiera industriale (non solo spesa), pagamenti e finanza come sovranità (non solo regolazione), materie prime come diplomazia economica (non solo emergenza). Altrimenti l’Europa a due velocità rischia di diventare, per noi, un’Europa a due livelli: chi scrive le regole e chi le subisce.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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