Il dollaro come guinzaglio, la sovranità come slogan: Maliki torna in scena e l’Iraq scopre la vera posta in gioco

Di Giuseppe Gagliano*

BAGHDAD. Il blocco sciita che domina la politica di Iraq ha rimesso sul tavolo un nome che divide e incendia: Nouri al-Maliki, indicato come candidato alla guida del prossimo governo. La risposta al messaggio arrivato da Donald Trump è stata tutta giocata sulla parola “costituzione”: la scelta del premier, dicono, è affare interno e non deve subire interferenze esterne. È una formula che suona bene a Baghdad, ma che non cancella la realtà: il Paese vive da anni su una fune tesa tra due poli, Stati Uniti e Iran, e ogni scossone politico diventa immediatamente una questione di flussi finanziari, milizie armate e stabilità del bilancio pubblico.

Il Premier iracheno Nouri al Maliki in un’immagine del 2011

 

Scenari economici: il petrolio vale, ma la valuta decide

Qui sta il punto che spesso sfugge quando si parla di “sovranità”: l’Iraq incassa grazie al petrolio, ma funziona grazie al dollaro. Il greggio vale circa il novanta per cento delle entrate statali, e tuttavia la chiave che apre o chiude le porte non è il barile: è l’accesso alla valuta con cui quei barili vengono monetizzati. La leva si chiama Federal Reserve Bank of New York, dove transitano i proventi petroliferi attraverso i conti riconducibili alla banca centrale irachena. È un’eredità dell’ordine costruito dopo il 2003: prima il Fondo di sviluppo creato dall’amministrazione d’occupazione, poi la normalizzazione contabile sotto la banca centrale. Risultato: Washington può minacciare non solo sanzioni, ma una stretta che diventa immediatamente inflazione, crisi di liquidità, paralisi dei pagamenti e panico nel sistema bancario.

Un impianto petrolifero iracheno

In questo quadro, l’Iran ha utilizzato per anni canali finanziari iracheni come valvola per respirare sotto sanzioni: un circuito che gli Stati Uniti tentano di ridurre colpendo banche e transazioni. Ma la contraddizione resta: si “punisce” il circuito, senza poter spegnere davvero l’afflusso di dollari legato alle esportazioni di un grande produttore dell’area OPEC. È una guerra economica a intensità variabile: sufficiente per far paura, non sempre sufficiente per risolvere.

 

Valutazione strategica militare: le milizie come partiti, lo Stato come terreno di rendita

Sul piano della sicurezza, il nodo non è soltanto l’eventuale ritorno di un ex premier: è il modello di potere che si è consolidato. Diverse fazioni armate sostenute da Teheran hanno trasformato la forza militare in capitale politico: seggi, ministeri, apparati, appalti, posti nella burocrazia. Non è ideologia, è accesso alle risorse. E più lo Stato è grande, più diventa una miniera: salari, contratti, dogane, infrastrutture, energia.

La minaccia statunitense di “chiudere il rubinetto” del dollaro agisce quindi come deterrenza indiretta: colpisce l’economia reale, ma soprattutto il sistema di rendite che alimenta le reti politico-militari. È un tipo di pressione che non richiede truppe aggiuntive: basta far percepire che la macchina dei pagamenti può incepparsi e che l’intero edificio rischia di scricchiolare. In questo senso, la forza di Washington non è più solo militare: è finanziaria, e in Iraq pesa quanto un’operazione sul terreno.

 

Valutazione geopolitica e geoeconomica: Baghdad tra due protettori e una dipendenza strutturale

La disputa su Maliki diventa così un test di gerarchia. L’Iraq chiede rispetto per le proprie regole interne, ma la sua autonomia resta condizionata da un intreccio esterno: sicurezza e aiuti da una parte, influenza politica e profondità strategica dall’altra. Teheran considera Baghdad una retrovia economica e un corridoio regionale; Washington considera Baghdad un fronte avanzato per contenere i gruppi legati all’Iran e, più in generale, per impedire che l’Iraq scivoli definitivamente nell’orbita iraniana.

La geoeconomia è la lingua comune di questa contesa: non si decide soltanto chi governa, ma chi controlla i nodi del commercio, dei pagamenti, delle banche, delle entrate petrolifere. La minaccia di sanzionare i ricavi del petrolio è un messaggio brutale: la politica irachena è libera finché non tocca gli interessi di chi custodisce la cassaforte.

 

Un dettaglio che non è un dettaglio: l’inviato speciale che scompare

Sul fondo, c’è anche la dinamica interna americana. La rimozione di Mark Savaya dal ruolo di inviato speciale segnala che la partita irachena è diventata un dossier sensibile, dove contano risultati e allineamenti più delle narrazioni elettorali costruite in luoghi come Detroit. E soprattutto indica una cosa: Washington vuole mostrare che la linea non è negoziabile. Il problema, per Baghdad, è che la linea passa dal bilancio e dal dollaro molto più che dalle dichiarazioni di principio.

Alla fine, la domanda non è se l’Iraq possa scegliere il proprio premier. La domanda è quanto costi, e chi paga il conto, quando la scelta urta contro il potere che tiene in mano i rubinetti della finanza globale.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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